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Music by VICE

Le recensioni della settimana

Quali dischi ci hanno fatto esprimere delle opinioni questa settimana: Gué Pequeno, Jay-Z, Calvin Harris e altri.

di Noisey Staff
06 luglio 2017, 10:01am

Noisey è cresciuto e non usa più le faccine col vomito, ma le recensioni restano sempre scritte da persone piene di problemi che non vogliono necessariamente essere prese sul serio.

CALVIN HARRIS
Funk Wav Bounces Vol. 1
(Sony Music)

calvin harris funk wav bounces vol 1 recensione review copertina cover album streaming mp3 2017

Che storia, Calvin Harris ha fatto un album che se non fosse per le produzioni tutte bouncy dell'estate simil vapor mezze ballabili poteva essere tranquillamente di DJ Khaled o di Mike Will Made-It o chissà quale altro raccattatore di superstar del rap. La sorpresa è che Harris è stato bravissimo, qua, a rendere il suo poppettone che piace anche a vostra sorellina qualcosa dalle sfumature meno ovvie. Tipo, con un paio di BPM in meno "Skrt On Me" con Nicki Minaj potrebbe essere tranquillamente un pezzo di More Life. O quando A-Trak parte con gli scratch che manco fosse DJ Premier su "Prayers Up", con Travis Scott, e per qualche motivo non sembra una stronzata gratuita. O quando Young Thug fa sentire la sua voce senza autotune su "Heatstroke". Insomma: è un album di Calvin Harris, e ha dentro abbastanza superstar affermate—Nicki, Ariana Grande, Pharrell, Katy Perry—che le nostre radio e le nostre major non potranno non promuoverlo a merda. Ma ci sono su anche i Migos, Schoolboy Q, Lil Yachty, D.R.A.M., Future, Big Sean. Magari ci scappa che pure il rap americano diventa finalmente pop anche da noi? Nel frattempo vi comunico che potete ufficialmente cominciare a spararvi i pezzi di Calvin senza mettere l'anonimo su Spotify o cancellare la cronologia su Chrome o vergognarvi come bestie mentre vi chiedete perché non riuscite più a esaltarvi per l'uscita di un nuovo album dei Broken Social Scene.
MILAN ŠKRUIGNERS (EA)

WASHED OUT
Mister Mellow
(Stones Throw Records)

washed out mister mellow

Ridendo e scherzando Ernest Greene oggi ha trentacinque anni e da Life Of Leisure e High Times è passato quasi un decennio. La sua chillwave doveva essere la prossima roba grossa dell'elettronica indie, ma la storia è andata diversamente e alla pubblicazione del terzo album, quello della maturità (?) dei synth da cameretta non è rimasto che il ricordo. Con il loro essere un po' sporchi e tanto accoglienti nel 2009 ci avevano fatto pensare che uscire di casa in realtà non servisse poi granché, ma a quanto pare è Washed Out stesso ad aver cambiato idea. La musica è sempre chill, l'atmosfera però non è più da cameretta, ma da locale pettinato vista mare, da persona adulta, ma non matura quanto il titolo vorrebbe far intendere. Life Of Leisure il mare e la bella vita ce li faceva vedere in copertina, le canzoni però parlavano di cose finite, di cambiamenti, di nostalgia. Da allora la poetica di Greene è cambiata profondamente, un passo alla volta, fino ad arrivare a un disco formalmente artsy, contenutisticamente fartsy. Mister Mellow in copertina ha un sacco di cose, ma sono appunto questo: cose. Dove sia finito il ragazzo sognatore, non è dato saperlo. Provate a chiedere al tizio che suona al piano bar, quello un po' malinconico, dicono che una volta fosse un artista promettente.
DELUSIONE SENTIMENTALE (AB)

GUÉ PEQUENO
Gentleman
(Universal)

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Lei mi chiede qual è il nome, io la prendo per la mano e le rispondo piano: "G.U.E"; duecento all'ora in Moscova; voglio essere una specie di Robin Hood del rap/nel senso di rubare ai ricchi per poi dare a me; da piccolo andavo ai concerti e non ho mai creduto quando il cantante diceva: "Siete il miglior pubblico che abbia mai avuto"/non ascoltare 'sti scemi che dicono "grazie ai miei fan"/vogliono solo altri soldi, frate altri follower, altro champagne; In questi anni ho fottuto anche più stelle di Hokuto/dopo che sono venuto son sempre sparito, ninja Naruto; Mimmo Flow fuori per sti euro-oh; Che ne so perché mi trovo sempre stripper, escort, tipe ghetto; Dov'è la mia collana? Oddio, l'ho regalata/alla tipa sbagliata; a scuola prendevo sei, uh, mo voglio un conto a sei zeri/tu non vali un cazzo oggi, uh, non valevi un cazzo ieri; passano gli anni e divento più grosso come il cavallino di Polo/nel 2006 avevo già i denti d'oro; non rappo per voi se manco sapete chi è Lil Wayne/l'Italia non la vedo, piscio su questo rap-game/'sti rapper taroccati come la roba su Ebay/ sono tutti figli miei; la strofa di Luchè in "Oro Giallo"; le produzioni di Don Joe ma anche di Charlie e Sick Luke; i featuring con Marra ma anche Sfera EBBasta e Tony Effe della Dark Polo Gang e un pezzo con Enzo Avitabile.
14 pezzi: nessuna cazzata per le radio, uno intimista e il resto tutto hit divise tra banger e cose party. Quattro disconi in quattro anni: c'è ancora bisogno di chiedersi se Gué Pequeno sia attualmente il miglior rapper italiano?
MIMMO FLOW (FS)

MOON DIAGRAMS
Lifetime of Love
(Geographic North)

moon diagrams lifetime of love

Ho voglia di mettere i piedi in una bacinella fredda, con un po' di bicarbonato e magari dei pesciolini che mi mangiano le pellicine. Ecco questo direi sia la sintesi di questo disco, progetto parallelo del batterista dei Deerhunter, il quale debutta praticamente con una raccolta registrata in un arco di tempo che va dal 2007 al 2015. Raccolta molto varia sul tema dance, ovviamente a modo suo, con picchi di ossessività che però toccano le corde della freschezza. Non è propriamente dance infatti, ma un percorso interiore verso questo Ringo Starr di noantri che ha deciso di fare questo disco un po' come il vero Ringo quando ha fatto I Am The Best, riferendosi forse agli altri Beatles. Citazioni di Madonna, strizzate d'occhio improbabili a Villalobos ma anche alla house che fu, che non guasta mai una volta rallentata (niente di originale in questo, ma rinfresca sempre l'udito) anche perché mica si può rimanere scapoli tutta la vita, ci vuole la musica per scopare. Un buon prodotto che non mancherà nello stereo delle vostre docce, soprattutto per il finale che in qualche modo si mette sotto le scarpe i Daft Punk almeno dal punto di vista dell'onestà intellettuale. Detto questo, accendete i ventilatori e mettetevi a palle all'aria.
TORNA TUOPAESE (DB)

INUTILI / HALLELUJAH!
Split
(Aagoo / In the Shit)

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Qualche tempo fa sono stato a Teramo e ho scoperto che lì, oltre al garage più punk della penisola, la scena musicale respira fumi di krauti andati a male e chromature tossiche. Ho ricevuto direttamente dalle mani di Antonio della In the Shit questo 10" in vinile diviso a metà tra Inutili e Hallelujah! (questi ultimi al ritorno discografico dopo un lungo periodo di pausa, ma ancora, purtroppo, assenti dai palchi). Sul lato A i teramani aprono le danze con un monolite acidissimo che non può che far pensare a "Sheets of Easter" degli Oneida ma compresso in una durata punk, per poi abbandonarsi a un viaggione fuzz psych che cresce gradualmente di intensità e livello di fattanza e sembra puntare all'infinito; ma all'improvviso si ferma e lascia spazio al terzo pezzo, più ancorato a binari garage ma sempre adeguatamente fritto da wah, voci stralunate e una struttura sghemba. Dall'altra parte gli Hallelujah esordiscono con uno spiazzante sputazzo in faccia di canzone che sembra rubata direttamente ai Fall—ritmo motorik, chitarra praticamente assente, un basso marziale affumicato da bordoni di synth, voce monotona che ci tiene a comunicare essenzialmente due messaggi: a) loro non sono americani, b) vaffanculo; con il secondo pezzo si torna in territori più familiari per chi ama i quattro veneti, selvaggio punk-noise sfilacciato e pieno di bile, con la chitarra che, per quanto sembri impossibile, sembra ignorare ancora di più quello che succede tra basso, batteria e voce per dedicarsi esclusivamente alla pratica trascendentale del feedback e del rumorismo free form. Il terzo pezzo tanto per cominciare s'intitola "Burka for Everyone", che non so se è un tributo all'ottima etichetta spagnola quasi omonima o un'idea dei quattro per non essere più costretti a vedere in faccia tutti gli stronzi che li circondano, comunque è una pugnalata dal ritmo robotico che mi fa andare totalmente in tilt, prima di ricevere il colpo di grazia con il puro bordello improvvisato di "Spanish Dream", tenuto in piedi a malapena da una batteria assassinata a martellate. Due dei pochi gruppi extrapunk italiani che vale la pena ascoltare nel 2017.
ARROSTICINI, POLENTA E PEARÀ (GS)

FLOATING POINTS
Reflections – Mojave Desert
(Pluto)

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Vi piacciono gli EP di Floating Points? Bene! Vuol dire che avete un gusto per quell'elettronica tutta rada e suggerita, piacevole come una pianta di Ficus nell'angolo della vostra stanzetta. Vi è piaciuto anche Elaenia, quando Sam ha deciso che avere anche solo una minima qualità ballabile nella sua musica non era una sua priorità perché voleva dare più attenzione al groove e all'atmosfera? Ancora meglio! Ma se non vi piacciono gli altipiani delle tensioni post-rock come si fanno da quindici anni però in forma elettronica e/o le svisate che manco vostro fratellino che mette i bigliettini in sala prove con scritto "CERCASI MUSICISTI INFLUENZE PINK FLOYD" allora mi sa che Reflections non è l'EP che fa per voi. Per spiegarvelo meglio, userò il fantastico potere evocativo dell'esemplificazione. Vi ricordate la presa male che avvolse come un nero e definitivo mantello orde di tizi con bandane e Wayfarer e tizie con fiori nei capelli quando gli MGMT se ne uscirono con il loro secondo album come per dire "Col cazzo che vi rifacciamo i pezzi spontanei e coinvolgenti e accoglienti, beccatevi 'sti 14 minuti di suite psichedelica"? Ecco.
GIGIO UMMAGUMMA (EA)

JAY-Z
4:44
(Roc Nation)

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A parte quella con Frank Ocean, quella con il sample di "Bam Bam" e la lezione di flow che è "Marcy Me", questo non è un disco di canzoni. È una lettera aperta. Fatta di musiche, citazioni, riferimenti, giochi di parole, scritta da uno dei migliori liricisti del mondo (e in generale dal miglior rapper del mondo) con fantasia e capacità, ma non è un disco che resterà per il suo contenuto musicale.
Di capolavori ne ha già fatti, Sean Carter: almeno Reasonable Doubt, The Blueprint e il Black Album dovrebbero essere recitati a memoria ogni giorno da chiunque si azzardi nella vita a parlare di rap, ma ora ha troppe altre cose cui pensare. E le mette tutte qui, nero su bianco, in un disco breve, fatto di poche canzoni anch'esse piuttosto brevi, interamente prodotto da No I.D. Non ci prova neanche a stare al passo con gli altri, fa un pezzo ("Moonlight") in cui dice che i rapper sono tutti uguali, mette anche se stesso nel calderone ma con questo lavoro si chiama fuori: poteva fare un disco gigante, ne ha tutte le possibilità - con i migliori produttori, i migliori featuring, le hit mondiali. Invece racconta dei suoi problemi, di quello che gli è successo nella vita e di come ci ha pensato su, come in una seduta dallo psicologo. Anche questo vuol dire essere il numero uno.
JIGGAZILLA (FS)

HUNDREDTH
Rare
(Hopeless)

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Il percorso degli Hundredth è divertentissimo: esorditi come gruppo metalcore di rara inutilità, nel 2015 decisero che era tempo di crescere e scrissero un disco, Free, 101% hardcore. Melodico, perché le chitarrine un po' nanana da Killswitch Engage sono difficili da purgare completamente, ma pur sempre hardcore. Da lì, "la band sapeva di non aver più nulla da dare all'hardcore" ("grazie", rispose l'hardcore) "e che se non fosse riuscita ad evolvere, sarebbe finita". Quindi giù di revival: arriva l'album shoegaze. Quasi nessun urlo, effettoni che ommioddio siamo nel 1991, riffini circolari e presi bene, ma la cosa migliore di tutte è che Rare è un bel disco. Divertente quanto la band che l'ha composto, e che se anche non riesce proprio sempre sempre a mantenere alta la soglia di attenzione, perché a tratti spunta qualche fillerino, tutto sommato funziona egregiamente. Qualche volta gli Hundredth indugiano di nuovo sui riffini merdalcore che si portano dietro da sempre e probabilmente si porteranno dietro per sempre, ma nella follia di suonare tre generi diversi in tre album diversi senza chiamarsi Boris è tutto sommato segno di un qualche tipo di percorso di fondo prossimo alla coerenza.
LUOGO PER SEPPELLIRE GLI ESTRANEI (AB)

MATTIN
Songbook #6
(SDZ)

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Che Mattin fosse un genio già lo sapevamo, essendo grandi fans dei suoi progetti. Ora torna con 'sta bomba nucleare in cui praticamente tutto è negato e tutto è posto su un piatto d'argento, in cui sulla merda viene posta la ciliegina. Il rock viene smembrato e ridotto a una poltiglia, gli autotune vengono usati giustamente col culo, ci sono spokenword che ricordano un po' i Pigface, un po' Die Dominatrix, un po' quello che cazzo volete, forse anche i Trio presi a calci nelle palle. Certe volte odora anche di Einstürzende Neubauten che non si lavano la cappella da giorni o di Starfuckers che si cagano addosso. Ma anche momenti stile teatro No slabbrato mischiato con birimbau sciolti nel naso di una vecchia senza naso che ha esagerato con la cocaina. Poi synth tipo missilistici che ti sfondano il culo in maniera random. Un disco molto rilassante, gli diamo sei stelle.
CICCIO BACICCIO (DB)

CERIMONIA SECRETA
Da Sempre
(Occult Punk Gang)

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Se volessi fare del sensazionalismo, direi che questa uscita (disponibile soltanto in cassetta e in digitale) rappresenta uno scorrimento tettonico nel mondo del punk italiano, che dopo Da Sempre i centri sociali d'Italia si riempiranno di orde di punk occulti vestiti di bianco, adornati di simboli esoterici, avvolti da una coltre di fumo che sembra salire direttamente dall'inferno, gli sguardi cinici fissi sul terreno. Ma non voglio fare del sensazionalismo. I Cerimonia Secreta, per me che abito a Milano e di conseguenza li ho visti suonare varie volte, sono il nuovo gruppo italiano più interessante del momento: in questi otto pezzi (più un intermezzo) macinano post-punk dal ritmo marziale e dall'atmosfera drammatica, non distante dai Death in June di Heaven Street ma con un indefinito sapore tra l'anarchopunk e il black metal. La caratteristica che spicca di più però è sicuramente la voce dal tono puro, non filtrato, che sputa testi intimisti mescolati con simbolismo e una spiccata vena poetica ricordando il punk hardcore di altri tempi. Nel corso dell'album, la formula è ravvivata da sfuriate hardcore, ma anche da devastanti momenti di caos accompagnati da theremin e sassofono. È un debutto ambizioso che nessuno interessato all'underground nazionale dovrebbe ignorare.
LA GANG NON SI OCCULTA (GS)

SCALLOPS HOTEL
over the carnage rose a voice prophetic
(Ruby Yacht)

scallops hotel over the carnage rose a voice prophetic recensione review copertina cover album streaming mp3 2017

Se siete quel tipo di persone per cui un rap infarcito di riferimenti a cose dei media e della filosofia e dell'Internet e della letteratura è una cosa benefica che vi fa ben pensare per le sorti della creatività umana, allora over the carnage rose a voice prophetic è uno dei dischi dell'anno. Non che scallops hotel—cioè milo, cioè uno dei tizi più bravi a essere il king del rap-fuori-dai-giochi, non a caso amicone di Open Mike Eagle—non abbia già ampiamente dimostrato di essere praticamente il figlio di MF DOOM e Aesop Rock reincarnato in un ragazzino super cervellotico e occhialuto nato in Wisconsin, ma 'sti dieci pezzi non fanno che gridare curiosità e ricerca e sorrisi e tutte quelle cose lì, tra cui una mezza cover super cheeky di un classico del folk americano come "Tennessee Stud" e barre tipo "Niglet, nitwit, nitpick, myrrh with mystic goji / Morose is how we flip the allegory / Feet stuck to soil pine / Refusing to shuffle off this mortal coil for a fucking dime". Poi se l'assenza di parole come "rich", "nigga", "skrrt", "pull up", "smoke", "bitch", "dope", "lean", "Benz", "blunt" vi causa un'insufficienza renale non sarò certo io a impedirvi di scaricare illegalmente la discografia di French Montana e impararla a memoria fino a diventare delle copie sbiadite delle vostre versioni migliori, condannate a trovare sicurezza nell'assenza di stimoli.
MILO PETROZZA (EA)

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