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Nelle cantine di Istanbul si balla ancora

Anche dopo gli attacchi terroristici nei locali notturni, un golpe fallito e una serie di norme liberticide per gli spazi underground, i giovani turchi non si arrendono.

di Shawn Carrié
04 ottobre 2017, 2:57pm

Foto dell'autore.

Ogni venerdì notte, c'è un solo posto al mondo in cui orde di teenager sauditi carichi di sacchetti H&M, studenti ubriachi appena tornati da Ibiza, prostitute, spacciatori e gendarmi armati di mitragliatrici possono convivere nella stessa strada: è il distretto Istiklal di Istanbul. L'ultima preghiera della sera si conclude più o meno alla stessa ora in cui le discoteche aprono, così alle 23 il suono della città subisce una dissolvenza incrociata, dal canto del Muezzin al beat di una traccia EDM.

"Tutti hanno bisogno di un posto in cui rifugiarsi", mi dice un arruffato graphic designer di nome Saïd mentre camminiamo lungo la strada. Per Saïd e i suoi amici—un gruppo assortito con in comune un certo disprezzo per lo stile di vita mainstream in Turchia—quel luogo è un dancefloor così buio che non si capisce quanta gente ci sia, e un basso che ti fa vibrare le molecole di ossigeno nei polmoni. Diventa sempre più difficile trovare posti così, ma loro li conoscono tutti.

Come al solito, la gang va alla ricerca dello sugar man, di un dancefloor e di un beat in 4/4. Devono stare attenti a evitare la polizia che ferma la gente a caso per controllare i documenti, visto che la maggior parte di loro non ce li ha. "Gli sbirri non rompono finché continui a consumare", dice Saïd, con una scrollata di spalle indifferente che nasconde una vaga preoccupazione. "Istanbul comincia ad assomigliare alla Damasco di una volta".

Superando la folla di turisti, s'imbattono in una vista deludente: un altro club chiuso.

"Tutte le strade portano al Kasette", si usava dire. Era poco più che una consolle piazzata davanti a un vicolo coperto, ma gli avventori erano disposti a passare sopra la location poco elegante grazie alle ottime lineup di DJ locali. Al picco dell'affluenza di agosto, la polizia è arrivata e ha staccato la musica per controllare i documenti di tutti. C'è stato un fuggi fuggi generale e i proprietari hanno deciso di chiudere. Non è la prima volta che succede. Cinque dei maggiori club di Istanbul hanno abbassato le serrande in pochi mesi.

Tutte le foto: Shawn Carrié

Questi sono i segnali di uno stato di emergenza sotto cui la Turchia si trova da 14 mesi. Nello scorso anno, le strade di Istanbul ne hanno viste di tutti i colori: carri armati e autobombe, crollo economico, proteste e comizi soppressi prima che iniziassero.

Ricapitolando, a luglio scorso un tentativo di colpo di stato militare—a quanto pare orchestrato da membri della comunità Gülen, una specie di ibrido turco tra Scientology e l'Esercito della Salvezza—ha trasformato la città in una zona di guerra per una notte. Nella seguente purga, migliaia di lavoratori del settore pubblico e giornalisti sono stati incarcerati, licenziati e accusati di associazione a delinquere con finalità legate al terrorismo. Secondo questa logica, per proseguire l'analogia, sarebbe come mettere in carcere chiunque abbia mai raccolto cibo per i senzatetto e/o guardato con piacere un film con Tom Cruise.

Nel predominante clima di paura, l'economia ha subito un crollo verticale e molte persone sono state spinte a lasciare il Paese. Dall'altra parte del confine, la guerra in Siria compie sette anni. Alla vigilia di Capodanno, un seguace del Daesh si è introdotto in un locale di lusso a Istanbul chiamato Reina e ha aperto il fuoco, uccidendo 39 persone. Le strade sono rimaste in un silenzio di tomba per tre settimane, fino alla cattura del colpevole. Cinque mesi dopo, il governo ha demolito il Reina senza offrire spiegazioni.

Si può capire molto dello stato politico di un Paese osservando quello che la gente fa per sfuggire alla vita quotidiana—ma la società turca è tanto divisa quanto è varia. Il sentimento più diffuso è che la libertà di far festa si stia velocemente restringendo. Con grande sostegno da parte dei conservatori—ma una maggioranza risicatissima—il partito dalle tendenze islamiste Giustizia e Sviluppo (AKP) controlla di fatto l'intero governo. Il leader dell'AKP Tayyip Erdoğan, che a 18 anni fu arrestato e messo in carcere per aver letto una poesia religiosa in pubblico, oggi è Presidente della Repubblica, e sta rimodellando la Turchia secondo la sua visione.

Sulla carta, il 91% delle persone in Turchia sono musulmane. Lo spettro del conservatorismo sociale tra loro varia da "Sono musulmano ma mi concedo due bicchieri" a "Sono pronto a prenderti a bastonate se bevi birra e ascolti i Radiohead durante il Ramadan"—secondo Mujo, che gestisce un ristorante nella zona più tranquilla di Istiklal.

"Questa è l'altra metà della società turca che si prende la sua rivincita", dice Mujo. Suo padre era un attivista di sinistra finito in galera durante gli scontri degli anni Ottanta—un periodo seguito da un regime militare secolare che ha posto i germi del risorgimento populista culminato con la presa di potere di Erdoğan.

"Istiklal sta cambiando. La gente che viene qui ora non viene per l'alcol e la musica, se capisci cosa intendo", dice Mujo—il riferimento è alla notevole crescita di "turisti halal" dai paesi limitrofi sul Golfo, che il governo cerca di adescare. "È solo che la gente ha paura che sotto l'AKP, piano piano, andrà sempre peggio. La gente sta chiudendo gli occhi, stringendo i denti e aspettando che finisca".

Il progetto di costruire una moschea in piazza Taksim—epicentro delle proteste del parco Gezi nel 2013—è soltanto uno dei tanti scandali locali a cui ci si riferisce come prova dello sforzo di "ripulire" il distretto, di fatto radendo al suolo la sua ricca, per quanto spinosa, storia.

Il municipio locale di Istiklal tanto dal punto di vista turistico quanto da quello di centro della vita notturna cittadina ha gradualmente inasprito le norme che regolamentano i luoghi di socialità. Prima è arrivato il divieto per le sedute all'aperto, poi per le aree fumatori, poi nuovi limiti al volume della musica, orari di chiusura, l'aumento del costo del rinnovo della licenza per vendere alcolici oltre il milione di lire turche (circa 240 mila euro) quando non viene direttamente negato, hanno rivelato a Noisey tre gestori di locali.

Anatolian Sessions, in the mix.

"Stanno cercando sistematicamente di uccidere la scena musicale di Istiklal", accusa Çağdaş mentre giriamo le strade del quartiere intorno a mezzanotte. Çağdaş è il DJ a capo di Anatolian Sessions, una etichetta indipendente conosciuta per il suo gusto, un mix originale di downtempo house dal sapore orientale. Il suono di Istanbul è da tempo techno e house e la città vanta una ricca storia da capitale del clubbing più a Est d'Europa. Fissato con la qualità, Çağdaş teme che l'attuale clima politico abbia un effetto negativo sulla scena elettronica.

"Il risultato è che adesso la musica fa schifo, ci sono solo bar di merda che suonano pop di merda", sbotta Çağdaş. La causa è tanto economica quanto politica. "Avevamo un sacco di locali dove andare, non passavamo mai la serata tutta nello stesso posto", dice Fuat Demiraoğlu, un DJ/producer anche conosciuto come Illumina. "I soldi hanno cambiato mani in Turchia negli ultimi dieci anni, perché il governo dà lavoro solo ai suoi, quindi la classe media è cambiata", "La loro gente non esce, non beve e non balla, mentre la gente che faceva queste cose non ha più soldi".

Resistono, naturalmente, i pretenziosi locali di lusso a Beyoğlu, come Klein Garten—che cerca disperatamente di sembrare un club esclusivo—e Soho House—un vero club privato, con ingresso a 900€. Magari suonano house music, ma soffrono della tipica ignoranza borghese rispetto a cosa significhi fare house music.

Essendo letteralmente scavato nel terreno, i muri di pietra del Temple hanno il maggior rapporto di basse per centimetro quadrato.

"L'underground? Non è un luogo, è un'attitudine", dice DJ B-Drive. "Vuol dire avere un'esperienza completa della musica. È un party privato in cui tutti sono i benvenuti".

Per i frequentatori abituali della scena, non è soltanto un DJ ma un santone. B-Drive è una leggenda della techno in Anatolia. Suona dai tempi delle cassette e dei CD ed è soprannominato "guru del groove". Se tutto quello che desideri è di ballare come se ti trovassi dentro un subwoofer, lascia i piatti a B-Drive. Il Temple è un impianto da 24 mila watt dentro la cantina di un ristorante turco, ed è anche la gemma dell'underground di Istanbul.

DJ B-Drive, leggenda locale.

"Ci servono posti come questo, per stare con gente che è sulla stessa lunghezza d'onda", dice Saïd. Stanco dopo anni in esilio, la sua attitudine è diretta. "Non mi frega un cazzo della politica, voglio soltanto vivere la mia vita, è un mio diritto. Mi serve soltanto un posto buio con un impianto potente così da poter ballare e sentirmi un po' libero, quello che non abbiamo di giorno". È una specie di discorso di incoraggiamento per iniziare la serata. Afferra il braccio del suo amico Batool e insieme si riversano in strada.

Revoluzionari vecchio stile, Saïd e Batool si sono conosciuti in un appartamento a Damasco molto prima che la guerra si frapponesse tra la vita e i sogni. Esule dagli occhi di ossidiana da una città che una volta veniva chiamata "capitale della rivoluzione siriana", Batool è atterrata a Istanbul nel 2014, trovando il proprio posto nell'oscurità dell'underground. A un certo punto ha pensato di tentare la strada della DJ, assumendo lo pseudonimo di OM.EL BEAT.

Odia parlare del passato e di politica, ma il suono della sua madrepatria ha una parte importante nei suoi live—ogni sample concepito come una presa di posizione, attaccando senza ritegno la nostalgia con un grimaldello da espressionista del dopoguerra. Il rombo dei jet da combattimento adagiato sopra pulsazioni electro mentre un sample di Full Metal Jacket sbraita "FAMMI UNA FACCIA DA GUERRA" prima di sganciare un beat trap sopra i canti islamici "nawari" che il coro di Daesh usa nei suoi video di propaganda.

DJ OM.EL BEAT da Homs, Siria mescola un'ampia selezione di techno melodica, trip-hop e bass.

"Quando metto un nawari sopra il beat per far ballare la gente, è come dire 'vaffanculo'. A qualcuno piacerà, qualcun altro mi vorrà ammazzare", dice, le labbra nere che si increspano in un sorriso. Quando non produce beat, di solito è da qualche parte ad ascoltarli. "Ho bisogno della musica perché quando mi ci perdo dentro non penso a nient'altro", dice Batool. "Non mi interessa che cosa vuole sentire la gente. Nella mia musica metto solo quello che sento nella mia testa". Finora il pubblico non sembra averne avuto abbastanza.

Fuori dal Pixie, un posto raffazzonato in cui l'unica cosa luce viene dal mixer.

Una serata tipica per questo gruppo di disadattati di solito inizia al Pixie—un baretto senza luci a parte i led colorati del mixer. Aperto nel 2008, è stato uno dei primi locali a Istanbul dedicato a drum & bass, electro e acid house. Con 10 ₺ d'ingresso (meno di un euro), Pixie mette in fila una serie di artisti locali che rappresentano l'unità con il pubblico che è la caratteristica principale della house—musica che ti spiega chi sono e perché fanno musica come la fanno.

Nella luce del vicolo fumatori si intravedono un mondo di strade che portano all'underground. Mi può capitare di imbattermi in una clandestina biondo platino da Teheran, in una drag queen che mi deve un drink o nel tizio che lavora dal kebabbaro dietro l'angolo. "Nell'underground ci sono le persone migliori della Turchia", sproloquia Anda, un uomo d'affari turco. "Non importa da dove vengano, sanno che cosa significa dimenticarsi del sistema e vivere semplicemente la propria vita".

"Quando le persone ascoltano musica assieme al buio, sono più libere e più coraggiose le une con le altre", dice l'artista performativa Onur Gökhan (a destra).

Pixie chiude attorno alle 2 del mattino, ma la gang ha un altro orologio biologico. Dopo aver fatto rifornimento a Tarlabaşı—un'area vicina a Istiklal poco raccomandabile, ma in corso di gentrification—un negoziante carica una bracciata di birre nello zaino di Saïd. Bere per strada è tollerato, ma è illegale vendere alcol nei negozi dopo le 10 di sera. Dalla cassa proviene disturbata la voce del Presidente Erdoğan che legge una preghiera alla radio. "La metto su per quelli che vengono a fare i controlli. Ma voi siete a posto", dice il commesso ridendo, mentre noi ci avviamo al prossimo club.

Tocca al Glow, un rettangolo di mattoni malconcio sempre pieno di veterani della scena e DJ internazionali di ritorno dai tour sulla costa, l'afterparty per eccellenza. Istanbul non sarà Berlino o Parigi—ma la sua fitta scena elettronica nel cuore della capitale di tre imperi perduti sta facendo germogliare un suono unico, diverso da ogni altro luogo.

Concepita al Temple, questa particolare mescolanza di techno old-school con sperimentazioni mediorientali è una ricetta di B-Drive. "Stiamo cercando di sviluppare il gusto", dice B-Drive. "Ci vuole tempo per sviluppare un genere, ma lentamente Istanbul sta raggiungendo un sound tutto suo".

Nihad Alabsi e Philippe Zarif del duo Boshoco mettono insieme elementi della nativa Aleppo, in Siria, con techno e progressive house.

"La musica dance elettronica unisce le persone senza cancellare la cultura. Lascia spazio per crescere alla tua identità pur continuando a far parte di una comunità più grande che comprende il resto del mondo", dice Philippe. "Quello che stiamo cercando di fare è usare gli strumenti, le scale melodiche e le trasposizioni della musica araba e inserirli in un contesto deep house in una maniera che ancora non esiste in questo tipo di musica".

"È così che preghiamo", aggiunge Nihad.

Le ultime collaborazioni tra Boshoco e Anatolian Sessions fotografano la varietà del suono di Istanbul. Innestando una pulsazione sincopata sopra un beat four-to-the-floor, le melodie tradizionali si elevano verso un "tarab" ad associazione libera, una forma simile alla trance presa dalla musica araba che dipende soltanto minimamente da ritmi e scale finché il beat non ti riporta a terra. Alcuni hanno dato un nome a questo stile sperimentale, nomi come "oriental soul house", "Arab trip-hop", "ethnic techno" o "eastern deep house". Ma gli artisti non vogliono sentirsi legati a un genere.

"Un suono orientale sta sicuramente emergendo nell'EDM al giorno d'oggi, non lo chiamerei un genere, forse un trend", dice Viken Arman, producer francese con radici armene. È stato in tour nei mega club di Berlino e al Burning Man, dal set privato alla foresta francese. "Penso che sia quello che succede quando producer da questa parte del mondo entrano nella musica elettronica".

Chiunque sia mai stato a un matrimonio egiziano è in grado di spiegarvi che nella fusione tra Oriente e Occidente non c'è nulla di nuovo. La parte unica è che gli artisti di oggi fanno musica dance elettronica a partire dalle proprie esperienze di vita, e questa mescolanza di suoni raggiunge i maggiori festival di elettronica. "Questa è solo la punta dell'iceberg di quello che possiamo prendere dalla nostra tradizione—scale, ritmi, microtoni—pur mantenendo le regole internazionali del dancefloor", dice Viken.

Viken Arman mescola la house più profonda con le scale armoniche delle sue radici armene al Big Burn Electronica Festival—la risposta turca al Burning Man.

La scena musicale di Istanbul sarà anche piccola, isolata e piena di difficoltà, ma la pressione ha prodotto originalità.

"Certo, prima in Siria non c'era la guerra, ma non potevi essere te stesso", dice Batool.

"C'è meno libertà di essere un artista qui che in Europa perché la scena è più piccola. Ma è una bella scena a Istanbul, forse è produttiva perché siamo tutti bloccati qua", dice Nihad del duo Boshoco.

L'arte è sempre stata una forza della resistenza in periodi bui. Con poca speranza che la situazione politica migliori in qualunque parte del mondo nel futuro prossimo, i disadattati di Istanbul hanno scoperto che l'underground è un rifugio dai problemi, ma anche un luogo in cui evolvere per superarli.

"Ovviamente il terrorismo ci ha colpiti molto, la politica ci ha colpiti molto—ma l'underground sarà sempre lì—Istiklal è il nostro cuore", predica B-Drive a una congrega di fedeli che sono rimasti fino all'alba, fumando sigarette e progettando una spedizione verso una bancarella che vende zuppa.

"Quando ho confessato a me stesso che la rivoluzione siriana aveva fallito politicamente ho anche capito che la rivoluzione personale non si ferma", dice Saïd. "Capisco quello che stanno passando i turchi, siamo qui per sfuggire allo stesso tipo di cosa".

Batool lo corregge: "La musica non è una fuga, è una cura".

Shawn Carrié è un giornalista e fotografo che vive a Istanbul. Seguilo su Twitter.

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