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Foto

Piccoli oligarchi crescono

Anna Skladmann fotografa i figli dei nuovi ricchi russi.

di Elektra Kotsoni
14 dicembre 2011, 8:00am


Guardate questo tenerissimo piccolo stronzetto. Il suo nome è Vladim, e i suoi genitori sono davvero ricchi. Quando la fotografa Anna Skladmann è andata a trovarlo a casa sua, lui le ha chiesto quante fotografie avrebbe scattato. “Non più di 10,” ha risposto Anna mentre apriva i rullini e si preparava per il servizio. Dopo 10 click, Vladim si è alzato con decisione, si è diretto verso la sua cameretta, ha indossato il pigiama, si è seduto davanti al suo televisore e ha ordinato alla domestica un tè.

All'epoca degli scatti Vladim aveva cinque anni. Non so quanti ne abbia ora, ma non credo faccia molta differenza, dato il potere che già a quell'età si ritrovava per le mani.

Anna ha parecchie storie simili da raccontare riguardo al periodo che ha passato a Mosca fotografando bambini che nel giro di pochi anni terranno in scacco l'economia britannica con la forza del petrolio. Credo sia proprio questa la ragione per cui Anna ha deciso di trasformare il suo progetto Little Adults in un libro.

L’ho chiamata e abbiamo fatto due chiacchiere.

VICE: Ciao Anna, come stai?
Anna Skladmann: Sono a Bali, in vacanza. Qui è bellissimo, c’è il sole ed è completamente diverso da Mosca. Lì fa freddissimo.

Ok. Ho letto che sei nata a Brema. Come sei finita a Mosca?
I miei genitori sono russi emigrati che hanno vissuto per trent'anni in Germania. Durante l'adolescenza ho passato un sacco di tempo con mia nonna. Lavorava al Teatro Bolshoi prima di emigrare, mi ha insegnato molte cose sulla cultura russa—musica, opere, balletti... Mi ero costruita un’immagine della grande Russia estremamente colorata e nostalgica, ma quando nel 2000 sono stata per la prima volta a Mosca, in vacanza, ho capito che era un po’ diversa da come l’avevo immaginata.

In che senso?
Da fuori era tutto molto grigio, i colori che avevo in testa non si vedevano per strada. Niente riportava alla mia fantasia, c'erano solo automobili e brutto tempo. Ma quando entri a casa di qualcuno, è lì che finalmente trovi la luce e il calore. Quando mi sono trasferita in Russia, dopo gli studi, ero davvero curiosa di vedere in che modo vivesse la gente. Ovunque andassi, portavo con me la macchina fotografica.


Nikita e Alina all’Ambasciata d'Italia a Mosca.

Quindi il progetto è iniziato così?
No, probabilmente era qualcosa che avevo in mente già da tempo. La prima volta che sono stata a Mosca avevo 14 anni; i miei genitori mi portarono a un ballo in maschera, e lì incontrai dei bambini russi. Rimasi colpita da quanto fossero diversi rispetto ai bambini europei che conoscevo. Non erano vestiti come si vestono i bambini a carnevale, ma da adulti. E si comportavano da adulti. Si sedevano insieme a tavola, parlavano e interagivano con gli altri in maniera così cortese. Ero molto giovane, ma ricordo perfettamente la sensazione. Credo che quella sia la prima volta in cui ho iniziato a pensare ai fenomeni sociali, a inserire le esperienze quotidiane in un contesto sociale.

È quello il motivo per cui ti sei trasferita in Russia?
Non necessariamente. Avevo già lavorato con Annie Leibovitz, a New York, ed era giunto il momento di dedicarmi ai miei progetti personali. Mi sono trasferita a Mosca nel 2008, non avevo mai vissuto lì prima e non avevo molti amici, così mi ritrovavo spesso a uscire con mia madre—praticamente sempre, a dire il vero! Un giorno, la sua vecchia compagna di infanzia, che ora è sposata con una persona molto benestante, ci ha invitato per un tè. Lì ho conosciuto Nastia, la bambina di 8 anni che è diventata la mia musa ispiratrice per questo progetto.


Nastia.

Cosa trovavi di interessante in lei?
Semplicemente il modo in cui si comportava, il modo in cui parlava e gli argomenti di cui parlava. Era di un'ingenuità particolare. Ricordo che aveva questo grosso gatto e metteva in scena uno spettacolo con lui. Ogni persona nella stanza la guardava ipnotizzata; recitava in maniera vibrante, come una piccola attrice. Viveva in una grande casa moderna che comprendeva una spa marocchina. Per ogni parte della casa che mi mostrava, si cambiava d'abito.

Wow. Hai documentato i vari passaggi?
Certo, ho iniziato a fotografarla fin da subito. Credo che le piacesse tanto quanto piaceva a me. Era una specie di dialogo, perché amava avere tutte le attenzioni su di sé, sapeva bene cosa stessi cercando. Era strano, perché non capivo ancora bene cosa avrei voluto fare, ma lei era paziente. Il giorno dopo il nostro primo incontro mi ha chiamato dicendomi di aver avuto un’idea per un servizio fotografico, così sono andata a casa sua. Lei era lì, pronta, sapeva già come voleva essere fotografata.

Quando hai capito che il tutto poteva crescere e trasformarsi in una serie completa?
Sono tornata a New York per stampare il materiale per il mio diploma, credo sia lì che ho capito. Esiste una generazione intera cresciuta in questo tipo di ambiente.


Il fratello minore di Nastia.

Puoi descriverci quell'ambiente?
Si tratta di una società ancora in fase di sviluppo, gli input sono molti e diversi. Non è ancora occidentalizzata, perché la Russia ha una ricca storia alle spalle, ma credo che ci vorranno parecchi hanno prima che prenda forma. È tutto così nuovo, sono estremamente impressionabili. Per esempio, era evidente come la maggior parte dei ragazzini leggesse riviste tipo Tatler e Vogue. Si capiva dal modo in cui posavano, dalle cose che decidevano di indossare e dal motivo per cui avevano scelto di farsi fotografare.


Arina.

Alcune pose sono un po’ sensuali. Come hanno reagito i genitori? Li incoraggiavano?
Be’, non hanno mai obiettato. Forse non li  incoraggiavano, ma li assecondavano. Voglio dire, basta dare un’occhiata ai loro guardaroba—sono pieni di vestiti, scarpe e trucchi… Un giorno mi è stato chiesto di fotografare queste due ragazze nel negozio di gioielli della madre. Avevano una sorella neonata, e avevo espressamente chiesto di non portarla perché avremmo lavorato con le luci. Quando sono arrivata sul set non solo la neonata era lì, ma aveva anche una grossa collana in testa!

Deve essere stato divertente. Come spieghi questo bisogno di eccessi?
I genitori sono cresciuti in un tale stato di desolazione, senza una vera e propria infanzia, così cercano di darne una ai figli. È un meccanismo di riscatto che si espleta regalando ai propri bambini tutto ciò che da piccoli quegli stessi adulti non avevano. Ma non nego che la cosa crei un po' di confusione.

Lo definirei un circolo vizioso.
È ciò che succede quando non ci sono tradizioni a tenere insieme una nazione. La gente deve recuperare una consapevolezza di sé prima di poter adottare uno stile di vita ragionevole. Nel collegio inglese che ho frequentato accadeva il contrario: i bambini più ricchi non avevano mai un soldo e prendevano il treno e il pullman per spostarsi. A Mosca, i figli dei ricchi hanno una schiera di servitori che li segue in ogni momento della giornata. E poi autisti, baby sitter, a volte anche guardie del corpo.


Alisia.

Chi erano i genitori dei ragazzini che hai fotografato? Quali professioni esercitavano?
Ho scelto di concentrarmi sui nuovi ricchi della Russia, quindi molti dei genitori erano imprenditori del settore primario, arricchitisi con la privatizzazione degli anni Novanta. C'era chi veniva dall’industria della moda, da ristorazione, cinema, settore immobiliare, politica… Ne ho conosciuto alcuni che facevano parte della casta dell’intellighenzia, da non confondere con i vecchi possidenti. Vent'anni fa non c’erano soldi in Russia.

Immagino non sia facile entrare in contatto queste persone e ottenere il permesso di fotografare i loro figli.
Ho ricevuto parecchi no, ma credo di essere riuscita a farmi accettare con la mia macchina fotografica perché ero molto giovane e quindi non costituivo una minaccia. Le famiglie non mi prendessero sul serio come fotografa. Ero una sorta di sorella maggiore, o un’amica di famiglia.

Pare che la tua strategia abbia funzionato. Grazie Anna!

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