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Macro

Perché i giovani italiani non parlano apertamente di soldi?

Non molto tempo fa mi sono accorto che non mi capita quasi mai di discutere di questioni economiche con qualche coetaneo. E continuare a evitarle può avere conseguenze tutt'altro che positive.

di Vincenzo Marino
15 giugno 2015, 8:51am

Quando sentiamo parlare di economia, lavoro e finanza personale, le reazioni che abbiamo più spesso son due: ignorare del tutto l'argomento o, in alternativa, chiuderci in una specie di fortino emotivo e aspettare che scompaia come per magia.

Se succede, in parte è anche per il modo in cui questi argomenti vengono affrontati di solito in Italia. E ciò, ovviamente, a dispetto dell'importanza che rivestono nella nostra vita.

Per questo abbiamo creato Macro, una nuova rubrica in collaborazione con Hello bank! in cui parleremo di tutti questi temi a modo nostro. Il post che state per leggere, un'anticipazione di ciò che vi aspetta, parte direttamente dalle basi. Ovvero dal perché i giovani non parlano apertamente di soldi.

Illustrazione di

Simone Tso

Al liceo non mi sono mai divertito tanto in classe come nelle ore di aritmetica. Non perché mi piacesse la materia, che anzi consideravo di una noia inestinguibile: semplicemente, in quelle ore trovavo i modi più stupidi per far passare il tempo velocemente, con qualche altro compagno di classe indolente quanto me.

Se dovessi individuare una componente della mia vita odierna a cui faccio fronte con lo stesso grado di indolenza e tendenza alla distrazione, non dovrei cercare più di tanto. Sono i soldi. O meglio, il parlare di soldi.

Non molto tempo fa infatti mi sono accorto che non mi capita quasi mai di discutere di questioni economiche—"microeconimiche", di "tasca"—con qualche coetaneo. Nessun confronto con gli altri in fatto di guadagni, o una discussione "generazionale", che mi facesse capire a che punto stiamo, quanto debba aspirare a guadagnare, quale potrebbe essere il mio futuro economico. Insomma: raramente ho parlato con qualcuno di stipendi, con un interlocutore che avesse più o meno la mia età. E Yahoo Answers non può essere un'opzione.

Farlo, effettivamente, non è facile. A marzo la disoccupazione giovanile era al 43,1 percento, il che riduce notevolmente il bacino statistico dal quale attingere. Poi c'è il tema del lavoro in nero, quello del precariato, per altri ancora quello della strenua lotta portata al giovane dalla minaccia della partita IVA.

In pratica, parlare di soldi può risultare molto complicato e statisticamente, per ogni 10 ragazzi che trovi, buona parte di questi non ha neanche troppa voglia di aprire l'argomento, se non per ricordarsi l'un l'altro che "No, torno a casa: 'sto mese non c'ho una lira."

Credevo di essere il solo ad avere questo tipo di "problema" coi soldi e con la libera condivisione del salario. Poi ho letto che secondo un sondaggio condotto da Renato Mannheimer ( quel Mannheimer) per ISPO, il denaro e il bisogno di una formazione finanziaria sarebbero argomenti "tabù" per i giovani italiani, e che secondo il Millennial Disruption Index elaborato da Viacom, il 71 percento dei giovani americani preferirebbe andare dal DENTISTA piuttosto che sentire cos'ha da dirgli la banca.

Il problema è che evitare di parlarne non dà conto dello scenario lavorativo, portando conseguenze concrete di carattere economico, individuale, collettivo. Se nei mesi scorsi ci sono state alcune campagne di protesta e "presa di coscienza" estemporanea come quella di #coglioneno sul lavoro non pagato e la retribuzione in "visibilità", di recente la casa editrice ISBN (con #occupay e @occupay), è stata accusata di non aver compensato alcuni collaboratori che hanno poi deciso di parlarne pubblicamente e "contarsi". La questione comunque resta, e non riguarda solo freelance e creativi.

A marzo, per esempio, Emily Dreyfuss di Wired ha scritto un articolo dal titolo "My Struggle With The Last Great Taboo: Admitting My Salary", nel quale in un certo senso si fa la mia stessa domanda: a 21 anni mi hanno offerto un contratto—dice—e io l'ho firmato senza farmi troppi dubbi. Ma quanto avrei dovuto esigere? Quanto guadagna una persona alla quale è stata offerta la mia stessa posizione? Boh: "Io ho firmato sulla linea tratteggiata senza esitazioni," spiega, grata dell'opportunità.

Il pezzo nasce da un dibattito su Twitter, sotto l'hashtag #talkpay, attraverso il quale le persone venivano invitate a dichiarare l'ammontare del proprio salario. L'idea è stata di Lauren Voswinkel, una software designer che l'ha pensata per rendere in modo palmare quanto la discriminazione di genere in termini salariali fosse forte nel settore hi-tech. Ne è nata un'ampia discussione.

Emily Dreyfuss stessa racconta di aver avuto qualche difficoltà a twittare il proprio stipendio, pur avendo piena coscienza della duplice utilità della cosa. Perché se da un lato dire quanto si guadagna rende effettivamente evidente quanto la discriminazione sociale, sessuale o razziale possa nascondersi dietro le virgole dell'estratto conto, dall'altro sapere "quanto fanno" gli altri ti permette—più prosaicamente—di chiedere di più, adeguare le tue prestazioni al mercato e lavorare a condizioni più eque.

"Ho capito troppo tardi e solo parlando con altri," continua l'autrice di Wired, "che c'era gente che 'aveva contrattato al telefono.'" Solo dopo qualche anno Dreyfuss ha infatti scoperto che avrebbe "potuto guadagnare 5000 dollari in più all'anno, e sarebbe bastato CHIEDERE. Ma non l'ho fatto."

Perché non chiediamo? È davvero così? Un brutto giornale italiano avrebbe gioco facile nel titolare qualcosa come "La generazione più social fa fatica a condividere il proprio stipendio." Io ho cercato di capire se è vero facendo un po' di domande in giro, prima che venga in mente a qualche simpatico redattore di pubblicare un pezzo con quel titolo.

Saverio per esempio ha 31 anni, e da poco è passato dall'essere dipendente in un'agenzia a divenirne socio, non senza sacrifici. "Con i miei amici parlo tranquillamente di quanto guadagno," anche se parlarne apertamente non è mai facile: "C'è sicuramente una componente di senso di colpa, soprattutto nei confronti dei miei coetanei—anche se probabilmente rispetto alle ore di lavoro che faccio, e le responsabilità di cui devo farmi carico, non dovrei sentirmi così."

In un certo senso è come se in un dato contesto economico, quella del guadagno sia un'eventualità piuttosto considerevole, un "privilegio" che si tende a tenere privato quasi con pudore: "Sì, credo sia legato proprio all'idea che dall'altra parte puoi trovare una persona precaria o disoccupata, e dunque che condividere una situazione economica—anche solo normale—possa mettere l'interlocutore in difficoltà."

Per quanto non riesca a non includere un atteggiamento simile nell'alveo dei comportamenti di "buon senso", la cosa mi dà un po' la cifra della situazione economica che la nostra generazione sta affrontando—associata alla paura di passare per stronzi, anche senza meritarselo.

Secondo Lizzie Post, curatrice della 18esima edizione dello storico codice sulle buone maniere "Emily Post's Etiquette", parlare di soldi è il terzo stadio delle conversazioni, dopo cose come intrattenimento e politica. A conferma del fatto che il tema del denaro, in una discussione con altri, può sembrare sconveniente.

La cosa mi viene confermata da Federica, lavoratrice precaria di 27 anni: "Lo trovo volgare, sinceramente, e ancor più volgare chiederlo." Quando le domando perché, prova a fare qualche ipotesi: "Da una parte può essere retaggio di un certo tipo di cultura, che ci impone di tenere le nostre virtù per noi. Dall'altra io credo possa essere conseguenza delle maggiori diseguaglianze sociali, per cui se uno ha il privilegio di lavorare si guarda molto bene dal spifferarlo ai quattro venti. O boh, magari è una paura latente, tipo meccanismo di autoprotezione del genere io ho 4 lire in tasca, me lo tengo per me. Psicologia da crisi." Comunque è vero, mi assicura: "Davanti ai primi contratti non mi sono fatta molte domande. Una firma e via."

Marta, praticante avvocato, mi spiega che dipende molto dalla persona con la quale parla. "Lo direi tranquillamente a un amico stretto," dice, "ma per il resto me lo terrei per me. E non tanto per una questione di etichetta, tanto per il fatto che io, semplicemente, non voglio che si sappia. Non è pudore, è proprio per non passare per quella che va in giro con le mazzette arrotolate ."

Le chiedo se questa cosa che riscontro in quasi tutte le risposte, ossia il fatto che percepire uno stipendio anche mediamente basso non rappresenti un lusso tale da tenere riservato per non provocare inutili invidie, sia un fattore determinante per questa discrezione. E mi spiega che sì, la situazione è questa, anche tra i praticanti avvocati—un settore, aggiunge, nel quale "nessuno sa esattamente quanto prende un praticante, se lo fa davvero: so che in alcune città vengono addirittura pagati, in altri posti non è così scontato—te lo garantisco."

Creare consapevolezza "generazionale", peraltro, non è neanche troppo facile. Tommaso è un giornalista freelance. Mi dice subito che parla tranquillamente della cosa ma molto spesso è inutile, "perché essendo partita IVA ciò che prendo cambia tanto da mese a mese, si parla di fatturato."

La sua testimonianza però mi dà un elemento in più sul tema del non voler mostrare agli altri il privilegio del reddito: in generale, mi spiega, "non ho mai chiesto davvero 'quanto prendi?' a nessuno perché secondo me in nove casi su dieci dovrebbero ammettere che qualcosa lo pagano ancora i genitori. Ed è molto difficile da ammettere, soprattutto a se stessi."

"Secondo me siamo incapaci di capire la gravità del problema perché abbiamo il cuscinetto dei genitori, perché ancora viviamo nei resti del mondo che è scomparso: non è colpa dell'assenza di sindacati o altro se non siamo abituati a contrattare, è che siamo una manica di affamati che accetta qualunque merda pur di lavorare, non abbiamo forza contrattuale per chiedere di più e non sembra interessarci fare fronte comune per ottenerlo." È il tema di fondo.

Saverio, il socio d'azienda, mi ricorda però che sigle e politica forse potrebbero ben poco in termini strutturali. "Fossimo tutti operai, o tutti a tempo indeterminato, potrebbe avere un senso. Al momento è oggettivamente complicato. E poi molti dei miei amici lavorano da casa, con modalità totalmente personalizzate di lavoro. Pur volendo fare 'cartello' insieme, per cosa lo facciamo?"

Se c'è una cosa sulla quale la generazione dei nostri padri differisce enormemente con la nostra è che all'innegabile evoluzione sociale e tecnologica di questi decenni non ha fatto seguito il naturale miglioramento delle condizioni salariali, rispetto al costo della vita. Come se in questo continuo crescere delle linee rette nelle statistiche del mondo, quella del reddito a un certo punto avesse deciso di andarsene per i fatti suoi, in maniera quasi antistorica.

L'ultimo report dell'International Labour Organization dell'ONU non fa che confermare questa tendenza: gli stipendi si sarebbero notevolmente abbassati con l'arrivo della crisi economica (secondo il documento, sarebbero andati persi circa 1.280 miliardi di stipendi, con una riduzione nei salari di 485 miliardi nel 2013 nei paesi industrializzati), e la disoccupazione continuerebbe a crescere senza sosta, specie per giovani e donne.

Alla fine la cosa non può che ripercuotersi nel nostro vissuto, rendendoci un po' meno consci di ciò che siamo, e un po' più coscienti del fatto che comunque non vogliamo farlo sapere agli altri. E di questa cosa io dò la colpa un po' al vuoto politico, un po' alla crisi del secolo, un po' agli stranianti giochi da tavolo anni Novanta come quello in cui vince chi perde più soldi.

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