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Colf del vigore sprecato

Sono andata al Mi-Sex e ho visto le cose e le persone del sesso
26.5.09

All’entrata del Mi-Sex c’è il Luna Pork, la risposta sbagliata a una domanda mal posta, ovvero la richiesta di “interattività fra le due componenti protagoniste del Mi-sex: il pubblico e le star internazionali che spesso vengono presentate dagli espositori.” (cit. brochure consegnata all’ingresso della manifestazione). Il Luna Pork occupa circa 70 dei 600 metri quadri di spazio espositivo della più grande fiera del sesso in Italia, e offre attrazioni tipo: un gabbiotto di gomma contenente una vasca piena di palline, un tappeto gonfiabile diviso in due parti con due enormi elastici attaccati al fondo (per giocare a “raggiungi la gnocca”), due ring gonfiabili, uno con al centro un toro meccanico, spesso cavalcato da due ragazze vestite da cheerleader. Non c’è gran fermento in questa zona, tranne nel punto in cui si trova una gabbia trasparente all’interno della quale ogni 10 minuti si esibiscono una o due ragazze, tirando in mezzo qualcuno del pubblico per un paio di cinghiate e qualche leccata forzata—il fortunato viene sdraiato a terra e la tizia si mette sopra, come fosse in bilico sulla turca, se la turca fosse la sua faccia. Gli spettatori si avvicinano al gabbiotto come falene a una luce appena accesa, immobilizzandosi e voltandosi con la fluidità di personaggi dei Sims. La reazione mia e del mio accompagnatore di fronte al primo cunnilingus è la stessa: “Quante malattie sta prendendo quel ragazzo?” Mi sono fatta accompagnare perché pensavo che il Mi-Sex fosse un covo di stupratori pronti a lanciarsi su qualunque essere umano di sesso opposto passasse da quelle parti, con l’assenso degli organizzatori. Non è così. È pieno di visitatrici donne, e girano talmente tante ragazze seminude che è semplice individuare chi può essere importunato e chi no. Le starlette sono inavvicinabili: se ne stanno scazzate a fumare alzando gli occhi al cielo ogni volta che intuiscono l’interesse di qualcuno, oppure stanno in gruppo con altre ragazze e vari produttori/attori/generici brutti ceffi. I fan tentano di avvicinarle in due modi: 1) si avventano cingendo loro la vita, mano inclinata verso il basso in direzione culo, guardano dentro alle scollature e ansimano “Ciao, bellissima”—la malcapitata risponde con “Devo andare.” 2) Si avvicinano intimoriti e dopo un po’ di occhiate silenziose balbettano “Lo sai che sei veramente bellissima?”—la malcapitata risponde con un pigro “Grazie.” Tutt’altro discorso se si avvicina qualcuno con una macchina fotografica: lì si sprecano bocche spalancate, vibratori che appaiono da non si sa dove, mani sulle tette, mani sul pacco. Gli avventori hanno poca memoria: anche se sono stati violentemente scagati un attimo prima, dimenticano tutto per farsi una foto accanto a una che si spazzola i denti con un dildo. Le sensazioni dal vivo sono solo seghe (mentali), la verità sta nella scheda SD. Il primo stand che visito è quello di Piacere Artificiale, ditta che produce artigianalmente macchine per il piacere individuale o di coppia. Dalla costruzione di letti personalizzati, fino alla creazione di macchine per le specifiche richieste dei clienti più esigenti, i tre titolari di Piacere Artificiale sono pronti a mettere un cazzo finto su ogni cosa: cyclette, sedie di legno, poltrone in pelle, selle, supporti in metallo da appoggiare dove vuoi. Anche in mezzo a un letto personalizzato. Maurizio, il fondatore, spiega che le macchine vengono noleggiate dai privati e solo raramente acquistate, mentre con i club privé lavorano più sui letti (sottolinea il concetto con un sorrisetto smargiasso). I prezzi variano a seconda del lavoro, ma di base ci sono sempre 700 euro di motore elettrico. Il dildo, elettrico o meno che sia, è effettivamente il prodotto centrale della fiera, tuttavia la maggior parte dei vibratori in vendita tra le bancarelle non ha nomi particolari, molti neanche la dignità di un packaging. Se ne stanno a centinaia in casse di metallo come cagnotti nelle magic box dei pescatori, o al massimo soffocati dentro a sacchetti di plastica trasparente. Molti sono confezionati come action figure di poco valore, e portano i nomi degli attori usati presumibilmente come modelli (come tale Marcelo Everardo), oppure generici nomi buffi. Sul cartone nel retro c’è sempre il viso di una ragazza che fa qualcosa con un cazzo vero—se lo tiene vicino alla faccia, lo guarda, lo avvicina con la lingua, niente di più. Non si capisce bene lo scopo di questa immagine: è per il fidanzato che compra il vibratore alla fidanzata sperando che poi lei faccia quello che c’è nella foto? Ha senso? Non credo. Soprattutto perché i target principali del mercato dei vibratori ci sono gli omosessuali, come ho imparato dal responsabile del franchising di sexy shop automatici (presente i supermercati automatici? Ecco, sono la stessa cosa, ma al posto delle patatine Pai e degli assorbenti hanno butt plug e qualunque cosa sia gonfiabile) e le ragazze che devono fare regali alle amiche che compiono 18 anni, come ho imparato dalla mia esperienza personale. Sono molto più efficaci le confezioni dei dildo deluxe: su fondo nero o borgogna campeggia una riproduzione del contenuto (stiamo parlando di più di 30 centimetri di vigore nerboruto, con scroto incluso), accompagnata a volte da una foto di un enorme palestrato con la faccia di chi sa, ma non si sa bene cosa sappia—forse la propria dimensione artistica sia in centimetri che in pollici. I nomi di questi falli di lusso sono principalmente due: uno fa sempre riferimento alla Jungle Fever, e spadroneggia “Big Black Bamboo”, ma quello di maggiore successo è Cesare, o anche Caesar, sottotitolo “The Roman Emperor”. Se foste in dolce attesa, potreste prendere in considerazione questo nome come buon auspicio. La montagna di cazzi finti in mostra compensa la totale assenza di cazzi veri, perché si dà il caso che non si possano vedere peni dal vivo al Mi-Sex. Un’infrazione a questa regola è alla base di un momento di panico al Luna Pork: nel gabbiotto gonfiabile, una ragazza sta seduta con le gambe tese in avanti e le spalle al muro mentre un ragazzo completamente nudo sta in piedi davanti a lei, faccia e mani rivolte al muro. A noi passanti pare una fellatio in cui nessuno dei due sembra divertirsi particolarmente. Un tipo dello staff grida: “Che cazzo state facendo? Smettetela!” I passanti si chiedono perché li voglia far smettere, proprio ora che si vede qualcosa di diverso da “io la lecco a te, tu la lecchi a me”, mentre i due si staccano, e il signore che sbraitava li va a prendere, ridacchiando. Chiedo il perché di quel trambusto, e un’incaricata dell’organizzazione dopo avermi fatto ripetere più volte cosa avessi visto—e il mio passaggio da “Eh…erano due…del sesso orale…” a “Una pompa”—aggrotta le sopracciglia e con sguardo severo mi fa: “Non si possono vedere organi sessuali maschili durante la manifestazione. Femminili sì, ci si può fare quello che si vuole. Sesso orale, masturbazione, tutto. Ma niente pene. Per legge. Sai perché? Per l’erezione. È assurdo. Di conseguenza non ci possono essere rapporti sessuali, sesso orale su uomini, niente di niente. Se qui si vede un cazzo mi arrestano. Grazie davvero per la segnalazione.” Non mi sono mai sentita così tanto Moige in vita mia. Ma al Mi-Sex si fanno anche incontri d’alto livello. Non so se Riccardo Schicchi sia l’uomo più potente dell’hardcore italiano, sicuramente è tra i più celebri. Fondatore della casa di produzione/agenzia di scouting della patata DivaFutura, Schicchi è noto per aver scoperto due delle principali star rimpiante e compiante dell’industria dell’hard: Ilona Staller a.k.a. Cicciolina e Moana Pozzi. Tra carriere finite e altre ancora in pieno svolgimento, sono passate per l’agenzia Eva Henger (che lui si ostina a chiamare “mia moglie”, pur essendo separato da una decina d’anni), Maurizia Paradiso, Milly D’Abbraccio, Mercedes Ambrus, e molte altre, con un ricambio continuo. Schicchi se ne sta seduto dietro il banchetto di DivaFutura, uno dei più inspiegabilmente spogli di tutta la fiera. È estremamente egocentrico, com’era facile supporre. Per intervistarlo sono costretta a inginocchiarmi ai suoi piedi: non ha alcuna intenzione di alzare la voce o di avvicinarsi. Gli chiedo come sta andando il porno, di fronte anche al dilagare dei siti hard gratuiti, e lui candidamente mi dice: “Sta andando benissimo. È un ottimo momento per i film hardcore.” Ecco, tutto questo non è vero. Ma la sua faccia, e il sorriso di chi è sereno con se stesso e con il suo farmacista, fanno pensare che ci creda veramente. Il resto dell’intervista è uno sproloquio di aforismi sulla bellezza e sul ruolo della donna: riguardo la massiccia presenza di ragazze poco vestite in tv dice, “Ogni donna ha le sue capacità: ci sono quelle belle, ci sono quelle intelligenti. Una ragazza che decide di usare la sua bellezza per lavorare ha lo stesso diritto di farlo di una che sceglie l’intelligenza. Criticarle è antidemocratico. E comunque la bellezza è importantissima.” Ogni frase finisce con un sorriso e una lunga occhiata che mi fa sentire sporca dentro. Chiedo quanto dura la carriera di un’attrice: “La carriera di una pornostar dura tutta la vita,” e sapendo di avere la massima perfetta in canna, inclina la testa e aggiunge, languido, “anche dopo la morte.”

A certificare che l’hard è in crisi è Andrea Malone. Lo incontro per caso allo spazio fumatori: come in ogni occorrenza sociale, le cose più interessanti succedono dove si fuma. Quando esco sul terrazzino della sala congressi per l’ennesima sigaretta, incrociamo l’amico dello stand di Piacere Artificiale. Iniziamo a chiacchierare con lui e il suo amico Andrea. Andrea lavora nel porno, è sposato con un’attrice hard da sette anni e hanno tre bambini. Dice di aver iniziato diciottenne a lavorare nei locali del padre, Roberto Malone. Nel tono di sincero stupore e ammirazione del “Ma certo!” del mio accompagnatore, capisco di non sapere un cazzo. Roberto Malone, all’anagrafe Roberto Pipino, classe 1956, è tra i pornodivi italiani più famosi al mondo. Durante la conversazione, il gestore di Piacere Artificiale dice, “In Italia ci sono solo Rocco [Siffredi, ça va sans dire] e suo padre [Roberto Malone, appunto]. C’è anche Franco [Trentalance], ma loro due…” Inutile dire che Andrea li conosce tutti. Rocco è praticamente suo zio: “Facevamo le vacanze insieme, lui e mio padre sono molto amici.” Pur sapendo benissimo cosa facesse il genitore—e con i fianchi consumati dai gomitini che gli tiravano i compagni di scuola—fino alla maggiore età Andrea non ha visto da lontano nulla del mondo dell’hard. Poi, ciao. Dopo i locali (dove ha conosciuto sua moglie Nilia Mendez, “l’unica pornostar cubana in Italia,” dice con orgoglio), è passato alla produzione e alla recitazione. Tra i suoi ultimi lavori, Bunga Bunga Presidente, un film hardcore sulla politica e il sesso, con Rokko, il sosia di Rocco Siffredi, nel ruolo del Presidente del Consiglio. “Ne hanno parlato anche sul Corriere” dice. Da notare che l’espressione “Bunga Bunga” è stata adottata da molta gente dell’ambiente. Uno degli espositori aveva sopra una cassa piena di perizomi il cartello “BUNGA BUNGA COMUNISTA—Perizomi a 2 euro”. “‘Comunista’ significa che costano poco, che sono per il popolo,” dice la signora dello stand. Poco più in là troneggia su un espositore girevole pieno di costumi da “inserire professione” sexy, un cartello simile: “TUTTO PER IL BUNGA BUNGA COMUNISTA—infermiera, poliziotta, cameriera, giornalista, IGIENISTA DENTALE”. Continuo a parlare con Andrea: dice che è meglio girare i film in Ungheria perché là ci sono meno tasse. Dice che il mondo dei film hard non è messo per niente bene. Quando gli chiedo perché si trova in questa situazione, sia lui che l’amico di Piacere Artificiale sospirano: “Perché non ci sono più gli attori di una volta. Ora pensano tutti al porno come un trampolino di lancio per fare altro, oppure arrivano da Uomini & Donne e pensano di poter fare i pornoattori. Non è così. Non è per tutti.” Ma si può ancora campare di porno? “Non si campa di solo porno. Io ho un’azienda di impianti elettrici, mio padre ha i locali, facciamo tutti qualcos’altro.” Per la cronaca: dal momento in cui Andrea dice “Recito”, il mio unico pensiero è diventato, “Devo cercare il suo cazzo su Google.” Malone incontra un amico e se ne va, io rientro all’interno della fiera. Sul fondo del centro congressi ci sono un centinaio di poltroncine di velluto rosso rivolte verso il palco. Sono quasi tutte vuote. Gli spettatori si accalcano sotto il palco, molti sono gli stessi da ore. La figa è un dettaglio talmente piccolo che richiede una certa prossimità per essere apprezzato al meglio. Gli spettacoli sono spogliarelli delle “star internazionali che spesso vengono presentate dagli espositori” (cit. l’ottima espressione della brochure “presentate dagli espositori”, come se parlassimo di vasetti di ‘nduja alla Fiera dell’artigianato). Tra uno spettacolo e l’altro—in cui si sprecano litri di olio Johnson’s Baby—due presentatori mettono in piedi qualche gag sul palco. Sono un ragazzo sui 27 anni con capelli ingellatissimi, camicia bianca, gilet nero, jeans scuri e occhiali da sole a specchio, e quella che probabilmente è una vecchia gloria dell’hard (“vecchia” nel mondo dell’hard significa dai 30 in su), con un abito aderente color salmone scollato sia davanti che dietro. “Tamarro” non è solo un modo di apparire, ma un modo di dichiarare al mondo “Me ne frego.” Me ne frego di non sapere nulla, di intervenire quando non mi viene richiesto, di parlare di cose che non conosco e di ripetere frasi sbagliate senza prendermi la briga di controllare come vadano dette. La tamarraggine è pigrizia violenta. Prendete ad esempio la conversazione che ha fatto da intermezzo in un momento di chiacchiericcio tra Milly D’abbraccio e i fan (in cui un tenerissimo signore sui 60 anni le dice “Qualche pugnetta me la sono fatta pensandoti”—un tenerissimo signore che potrebbe essere tuo padre) e lo spettacolo di Edel Young: i due ricordano al pubblico che la sera ci sarà l’arciannunciato spettacolo burlesque. Lei chiede a lui di spiegare che cos’è il burlesque. Lui: “È una tecnica di ballo sexy nata una decina di anni fa.” La signora salmonata ride, “Ma che cosa stai dicendo? Non è di dieci anni fa!” Mentre sta per aggiungere “È nato molto prima,” l’impomatato sta già inveendo: “Eccola, arriva la tamarra che ha visto Moulin Rouge! e pensa che il burlesque sia nato tre anni fa!” Moulin Rouge! è del 2001: ha esattamente 10 anni. Ma il giovane con gli occhiali a specchio ha anche qualche inaspettato guizzo istrionico. Ad esempio, presentando un vasetto di ‘nduja della scuderia di Schicchi: “Se Dio ce ne ha fatta una così per noi, chissà com’è quella che si tromba lui.” Dopo cinque ore passate tra cazzi finti, uomini sull’orlo di un’erezione, e tizie poco vestite, formulo un pensiero che non credevo avrei mai potuto fare: alla fine queste ragazze sono fatte per questo mestiere. Mi giro verso il mio accompagnatore e gli dico, “Sono proprio zoccole, che altro potevano fare?” Non è sfiducia verso le loro capacità, è una constatazione di dote, e indirettamente un ringraziamento: se non ci fossero loro a fare da valvola di sfogo (seppur virtuale) per i maschi che né io, né tu (altra giovane donna con dei limiti fisici e morali) non vorremmo toccare con un bastone, chi ci penserebbe a loro? Quindi grazie, ragazza che ogni giorno rischi l’osso del collo sul palo in un night club. E grazie a te, donna a un passo dal prolasso anale per le troppe cose che ti devi mettere nel didietro. Grazie, perché fate fatica al posto nostro. Siete le colf del vigore sprecato, le baby sitter del testosterone non voluto, le operatrici ecologiche del sesso negato. E finché avremo dalla nostra (di noi con limiti fisici e morali) la sospensione di incredulità, potremo continuare a vivere felici nello stesso mondo—dovesse sparire, ci risentiamo, che non voglio passare il resto dei miei giorni a dire: “Quel pugno lo infili nel tuo, di culo.”