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Tutti odiano Spotify ma nessuno sa perché

La piattaforma di streaming musicale più usata e odiata del mondo ha appena compiuto 10 anni — È davvero così antipatica?

di Antonella Di Biase
10 ottobre 2018, 10:38am

Erano primi giorni di ottobre del 2008. Mentre in gran parte dell’emisfero boreale le foglie iniziavano a cadere dagli alberi, gli svedesi Daniel Ek e Martin Lorentzon lanciavano la piattaforma di streaming di musica che nei dieci anni successivi sarebbe diventata la più importante di tutte: Spotify.

Nato moralmente dalle ceneri del peer-to-peer Napster, Spotify è stato lanciato come un servizio di streaming musicale legale in alternativa alla pirateria — e a iTunes. Lo stesso fondatore Daniel Ek, ex CEO di μTorrent, aveva dichiarato che "non si può mai legiferare con la pirateria: le leggi possono sicuramente aiutare, ma non togliere il problema, l'unico modo per risolverlo era creare un servizio migliore della pirateria e allo stesso tempo ricompensare l'industria musicale. "

A un decennio di distanza da queste dichiarazioni d’intenti, con un modello di business freemium basato su una versione base gratis e altre due a pagamento, Spotify ha raggiunto 180 milioni di utenti. Dallo scorso aprile è anche quotato alla Borsa di New York. Le opinioni in proposito sono spesso discordanti e il motivo principale è che si tratta pur sempre di una piattaforma proprietaria che detta delle regole in un campo, come quello musicale, che ci riguarda tutti da vicino. Il punto di partenza del discorso, però, è oggettivo: Spotify ha definitivamente rivoluzionato il modo in cui si ascolta la musica nel 2018, e bisogna farci i conti.

Parte del pubblico di Spotify è tendenzialmente poco attento alle cose che ascolta, lascia scorrere distrattamente quanto viene proposto e non è incoraggiato a sviluppare un proprio gusto musicale.

Generalmente, le critiche si pongono su piani molto diversi. Vanno dal “non voglio dover pagare per ascoltare la musica, punto” a considerazioni come “non mi piace l’idea dello streaming perché non possiedo fisicamente quello che ascolto” passando per un sensato “sta modificando l’industria musicale e privilegia sempre i soliti a discapito di altri.”

Al momento gli utenti che hanno scelto di pagare l’abbonamento mensile sono circa 83 milioni in tutto il mondo. La versione free, infatti, è resa quasi insopportabile dai continui annunci pubblicitari e dall’impossibilità di scegliere i brani da ascoltare. Quella premium — che in Italia costa 9,99 euro al mese — è chiaramente più utilizzabile e mette a disposizione un’offerta musicale piuttosto ampia: si possono trovare le ultime uscite degli artisti più mainstream così come tanti vecchi dischi polverosi da ristampa.

Spotify, però, non è semplicemente una piattaforma, opera anche delle scelte editoriali nemmeno troppo velate sulla musica che offre. Come succede anche con Netflix, nella home vengono proposti una serie di contenuti che dovrebbero rispecchiare i nostri gusti, come i Daily Mix e la Discover weekly, e altri curati e spinti da Spotify stesso in base a una serie di dati raccolti dal suo algoritmo sulle preferenze della totalità degli utenti.

Infografica: Information is Beautiful

In Italia, per esempio, ci sono playlist con nomi come Dolce far niente, Doccia Pop, Zona Trap, Italians do it better che propongono una musica da tenere in sottofondo più che una vera e propria esperienza di ascolto. Queste playlist, progettate dall’algoritmo e da alcuni editor, tendono a categorizzare le canzoni in base agli stati d’animo e non al loro contesto artistico. Sono state paragonate a una forma di muzak, la musica da ascensore pensata per fare da tappeto mentre si fa la spesa o si sale al settimo piano.

In effetti, parte del pubblico di Spotify è tendenzialmente poco attento alle cose che ascolta, lascia scorrere distrattamente quanto viene proposto e non è incoraggiato a sviluppare un proprio gusto musicale. Il risultato è che chi si affida molto alle playlist o agli artisti consigliatii rischia di vivere in un mondo fatto di trapper del momento, pezzi chill per concentrarsi e spensierato pop italiano da ascoltare sotto la doccia.

Per chi non ha a cuore il destino della musica di qualità in generale potrebbe non esserci niente di male nel fatto che gli ascoltatori siano passivi, è un po’ come ascoltare certe radio. Ma il fatto è che questo meccanismo — proprio come accade per le radio — da un lato penalizza gli artisti più di nicchia dal punto di vista del riscontro di pubblico ed economico, dall’altro detta la legge tra i prodotti che funzionano, dando vita a parametri in base a cui le case discografiche scelgono su chi investire per entrare nelle grazie di Spotify.

Leggi: Tutti i trucchi per sfruttare al massimo il potenziale di Spotify

Si attiva così un circolo vizioso del mainstream in cui viene sostenuto chi ha già successo e in cui il soggetto del discorso, molto spesso, non è la musica bensì il profitto. Un meccanismo per niente nuovo nel mercato discografico, che però viene mascherato dall’illusione di poter scegliere cosa ascoltare trovandosi su una piattaforma.

Da fine settembre una nuova policy inclusiva di Spotify permette ai musicisti senza un’etichetta di caricare le proprie canzoni, offrendo visibilità e possibilità di guadagno, ma non è ancora chiaro quanto sia conveniente mettere a disposizione la propria musica senza una label che la promuova. Fino ad ora, infatti, gli accordi di mercato e le royalty — notoriamente scarse e calcolate in base a una strana formula basata sul numero totale di streaming — hanno sempre prediletto le grosse case discografiche e penalizzato quelle indipendenti.

In definitiva, nonostante abbia creato effettivamente un’alternativa alla pirateria, nei dieci anni appena trascorsi Spotify non ha risolto molte delle sue criticità, e nemmeno quelle del mercato. Anzi le ha inasprite. La domanda che però dovremmo farci, a questo punto, è la seguente: se Spotify non esistesse, come ascolterebbero la musica quei 180 milioni di persone? Sulle piattaforme dei diretti concorrenti tipo Apple e Amazon? Scaricando illegalmente con il peer-to-peer? Su YouTube aspettando che l’album appena scoperto venga rimosso per questioni di copyright? In streaming limitato su Bandcamp?

È un po’ utopico pensare che nel 2018 le persone acquistino CD, vinili e cassette. Si tratterebbe della scelta più corretta per sostenere gli artisti e le etichette, ma quasi nessuno di noi può davvero permettersi di spendere tutti i propri soldi in supporti fisici. L’alternativa è ascoltare meno musica. Tornando alla domanda, probabilmente molti dei 180 milioni di utenti — di cui una parte si trova al di fuori del ricco occidente — si limiterebbero ad accendere la radio, a comprare un CD di tanto in tanto e a guardare il video della hit del momento su YouTube.

Ci sono ragioni di pensare che un pubblico così ampio e variegato come quello di Spotify esiste proprio perché c’è la possibilità di ascoltare tanta musica a costi contenuti su una piattaforma facile da usare: chiunque, democraticamente, può godere senza limiti di una delle cose più belle che l’umanità abbia creato. E anche se l’offerta musicale soggiace alle solite tristi regole e al solito misterioso algoritmo, non è impossibile sperare che in futuro un numero crescente artisti in tutto il mondo possa trovare la sua nicchia di ascoltatori. In fondo, non tutti aspirano a diventare famosi come Drake.

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