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Sì, ma perché le Olimpiadi si tengono proprio a Sochi?

Ospitare le Olimpiadi è una gran rottura, e richiede un sacco di soldi. La maggior parte delle città che si aggiudicano i giochi non ci guadagnano, e considerata la cifra record di 51 miliardi di dollari spesa per Sochi il 2014 non dovrebbe fare...
8.2.14

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Ospitare le Olimpiadi è una gran rottura, e richiede un sacco di soldi. La maggior parte delle città che si aggiudicano i giochi non ci guadagnano, e considerata la cifra record di 51 miliardi di dollari spesa per Sochi il 2014 non dovrebbe fare eccezione. Eppure, i vari candidati fanno di tutto per vedersi assegnati i Giochi, e questo perché è una delle poche vie legittime per attirare un sacco di attenzioni positive sul proprio paese.

Quest'anno la NBC sborserà più di tre quarti di un miliardo di dollari in cambio del privilegio di trasmettere più di 500 ore dei Giochi, tutte volte a mostrare al mondo le meraviglie della Russia. O quantomeno a evocarle in sottofondo, mentre giovani atleti strizzati in tutine termiche si sfidano nelle rispettive discipline per la gloria e l'intrattenimento del pubblico.

Ma se la Russia vuole davvero fare sfoggio delle sue meraviglie, sfugge perché abbiano scelto proprio Sochi. Sochi è una meta turistica estiva dal clima subtropicale (almeno per gli standard russi). Sul lungomare ci sono le palme. Un quinto dell'intera Russia è a nord del circolo polare artico, perciò appare quantomeno strano che il Cremlino abbia scelto una località del genere per i Giochi Invernali. Certo, non lontano da lì ci sono diverse stazioni sciistiche, ma la Russia ha comunque speso una fortuna in neve artificiale. E in caso neanche questa fosse abbastanza ne hanno raccolto una quantità di riserva. Quindi, ricapitolando, perché la Russia, o più nello specifico Vladimir Putin, ha piazzato proprio lì la sua bandierina?

Per Putin il crollo dell'URSS è stato "la più grande tragedia geopolitica" del ventesimo secolo. Non si è trattato nemmeno di crollo del comunismo, quando del passaggio della Russia da superpotenza a relitto. Nel 1991 l'Unione Sovietica si è scomposta in tante parti. La Russia è la più grande, ma dalla prospettiva di Mosca, il crollo ha comportato la perdita di un quarto del territorio, e con questo una buona fetta di popolazione, influenza e denaro. Peggio ancora, il collasso ha distrutto l'economia, mandato in frantumi l'esercito, bloccato il programma spaziale e dilaniato la società civile.

L'area in cui il cambiamento è stato più evidente è il Caucaso, dove si trova Sochi, regione in cui la Russia si scontra col Medio Oriente. Il Caucaso è un miscuglio montuoso di oltre 50 gruppi etnici, almeno mezza dozzina di religioni e un imprecisato numero di dialetti e lingue. Le mappe che le mostrano in dettaglio sono simili a una tela di Pollock, con ogni grumo accompagnato da nomi quali “Cabardino-Balkaria”o "Tabasaranskij rajon". Ogni gruppo etnico si divide ulteriormente, e di circa la metà di questi non rimangono che poche tracce nella regione.

Costruirsi un'idea chiara della storia di quei luoghi è complicato dal fatto che non c'è mai una sola Guerra di Qualcosa, o una singola Battaglia della città X. Scorrendo tra le pagine dei manuali ci si imbatte nella Quarta battaglia della città X nella Seconda rivolta di Y della Terza guerra di Z. Il Caucaso è un caos indecifrabile di clan, unioni tribali e feudi, e si trova in questa condizione da migliaia di anni. Mosca si era scontrata con le popolazioni locali molto prima che l'Unione Sovietica fosse un barlume negli occhi di Lenin. E il crollo dell'URSS è stato una specie di luce verde rivolta alla regione, tornata in breve al suo miscuglio primordiale.

Nei primi anni Novanta gli islamisti locali cercarono di separarsi dalla Russia per formare la Repubblica cecena di Ichkeria. Il tentativo di secessione fu rapidamente seguito da una guerra civile che imbarazzò profondamente Mosca. Cinque anni prima l'Unione Sovietica aveva fatto tremare tutto il mondo con la sua Armata Rossa, e ora quella stessa Armata Rossa non era riuscita a fermare un gruppo male assortito di "zotici del Caucaso."

In quello stesso periodo, Vladimir Putin emerse da una relativa oscurità politica con l'obiettivo di riportare la Russia nella posizione che le spettava. Una delle prime componenti di questa missione riguardava la Cecenia. La seconda guerra cecena si rivelò persino più terribile e brutale della prima. Conclusisi i principali combattimenti, dopo il 200 la capitale cecena, Groznyj, si è guadagnata il triste appellativo di città più devastata del mondo, attribuitole direttamente dalle Nazioni Unite. Alla fine, dopo bombardamenti e incursioni, la Federazione Russa ristabilì il controllo sul territorio.

Groznyj, sei anni dopo il cessate il fuoco. Foto via.

Ma la Cecenia non era abbastanza. Come dimostrato dagli interventi militari post 11 settembre, distruggere non è così semplice. Soprattutto per ciò che succede dopo. Così la Russia di Putin si è trovata a spendere enormi somme di denaro per ricostruire Groznyj e farne una scintillante metropoli dei nostri giorni.

Che c'entra tutto questo con Sochi? Perché non organizzare le Olimpiadi a Groznyj? Innanzitutto, perché ceceni, ingusceti, daghestani e altri non sono necessariamente convinti della fine dei combattimenti. Dalla fine della guerra la regione è stata teatro di un costante fermento insorgente a bassa tensione.

_ Groznyj oggi. Foto via._

Sochi si trova dall'altra parte del Caucaso. Spostando l'attenzione di tutto il mondo sulla città e investendo grandi quantità di denaro per esporla alle telecamere, Putin vuole dimostrare di essersi assicurato la vittoria definitiva sul Caucaso. Immaginate se al posto della semplice proclamazione "Missione Compiuta" George W. Bush avesse voluto far passare l'idea della vittoria americana sull'Iraq organizzando il Super Bowl nel vicino Kuwait.

Putin ha ipotecato la sicurezza dei Giochi di Sochi perché ne ha fatto un progetto personale, e se le Olimpiadi si riveleranno un successo, questo fungerà da lasciapassare per l'obiettivo principale della sua missione: sottoporre il paese a un regime sempre più autocratico guidato da un potere forte e centralizzato. Non è detta l'ultima parola, però: nella sua idea Putin avrà anche vinto sul Caucaso, ma resta da vedere se vincerà anche le Olimpiadi.

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