Perché eseguiamo ancora rituali scaramantici con la tecnologia

Soffiare dentro una cartuccia nella speranza di risolvere qualche errore tecnico non serviva a niente, eppure lo facevamo tutti.
30 settembre 2016, 9:14am
Immagine: quiet451/YouTube.

È difficile sapere come gli antichi popoli della Mesopotamia siano arrivati a credere nei sacrifici umani, ma l'offerta di sangue agli dei ha rappresentato una componente importante di molte civiltà. Le persone capivano poco di quello che ora noi chiamiamo scienza della vita. Capivano comunque abbastanza da sapere che il sangue ne era la chiave, e da lì devono aver brancolato nel buio e essere andati per tentativi finché non è saltata fuori l'idea che fossero gli dei ad aver offerto loro la vita—e che di conseguenza loro dovessero offrire vita a quegli dei in risposta.

Quando gli esseri umani sanno poco di come funziona qualcosa, il resto viene delegato al reame del mistero e della magia. Oggi, la tecnologia è la nostra magia, in un certo senso: Mentre la nostra vita si riempie sempre di più di dispositivi complessi e assurdamente efficienti, in grado di completare compiti istantaneamente al nostro posto, il consumatore medio è sempre meno consapevole di come si compiano esattamente questi miracoli.

Quando qualcosa ci sembra magico, ci inventiamo rituali con cui illuderci di poter controllare l'incontrollabile e l'inspiegabile. Per esempio, ad un certo punto della storia umana, l'ipotesi che spargere sangue portasse alla benedizione degli dei deve essere stata confermata spontaneamente dalla natura—a un sacrificio umano sarà seguito un buon raccolto, "prova" che il rituale fosse stato efficace. Quando un rituale sembra portare a un risultato positivo, la nostra fede si solidifica—anche se il rituale appare strano e privo di logica, una catena di azioni o gesti nel migliore dei casi sciocchi, se non proprio grotteschi.

Uno smartphone non è altro che un miracolo moderno—e, per un utente medio, ha anche la stessa dose di mistero.

Di questi tempi, conserviamo ancora numerose pratiche rituali come saluti e omaggi, con cui ci relazioniamo con le macchine che fanno parte delle nostre vite. Per esempio, chiunque sia passato per gli anni Ottanta, si ricorderà di aver soffiato dentro a una cartuccia di un videogioco nella speranza di risolvere qualche errore tecnico. Il problema, ci dicevamo, è la polvere, e una bella soffiata d'aria dritta dai nostri polmoni avrebbe ristabilito il consueto funzionamento della cartuccia.

Non tutti si ricorderanno, però, che la maggior parte dei manuali sconsigliava di soffiare dentro alle cartucce dei giochi. Sembra teoricamente plausibile che la polvere possa interferire con i collegamenti, ma il vero problema, in genere, era questione di corrosione, spine deboli, ossidazione o invecchiamento, dovuti alla poca cura. Adesso siamo consapevoli che soffiare sulle cartucce ha probabilmente causato più problemi che altro. Ma dato che le nostre esperienze aneddotiche ci hanno portato a credere collettivamente che soffiare avesse effetti positivi—sembrava funzionare, anche se il numero di sbuffi era impossibile da predire, tra tutti gli altri fattori—abbiamo stabilito un rituale. Il fatto di credere che quel gesto funzioni è più forte anche delle prove del contrario. Gli storici si gratteranno la testa a studiarci, e al nostro soffiare senza pietà e senza senso su mucchi di circuiti delicati.

In effetti, parte della definizione stessa di un rituale sta nel fatto che sembri irrazionale o pura superstizione a chi lo osserva dall'esterno. Esiste un numero infinito di rituali religiosi e culturali che sono innati per noi—dagli ornamenti imperscrutabili delle cerimonie religiose agli eventi sportivi—ma gli stessi sembrerebbero assolutamente incomprensibili agli occhi di un alieno, per esempio, che farebbe una fatica incredibile a capirne la funzione nella società esattamente come noi fatichiamo a ricostruire le credenze di un'antica civiltà.

Oggi possediamo piccole finestre di vetro in grado di rispondere a qualsiasi domanda abbiamo, di mostrarci l'immagine di qualsiasi persona, di metterci in contatto l'uno con l'altro, in tempo reale e senza cavi. Uno smartphone non è altro che un miracolo moderno—e per un utente medio, ha anche la stessa dose di mistero.

Per esempio, uno dei rituali che seguo io è chiudere tutte le app aperte sul mio iPhone in certi momenti. È un gesto chiarificante, che mi aiuta a organizzarmi e a sentire la mia mente più sgombra. Lo faccio sempre prima di andare a correre, così che il mio telefono possa dedicare tutte le sue "energie" al funzionamento preciso e fluido delle mie app per il jogging e la musica. Ho iniziato a farlo perché qualcun altro me lo aveva consigliato—mi avevano detto che chiudere le app avrebbe fatto funzionare meglio il mio telefono, e sulla base di ciò che so dei computer, dove più applicazioni aperte contemporaneamente consumano più memoria, mi era sembrato un consiglio sensato. Ho iniziato a ripetere l'azione in modo religioso. Ho tramandato il consiglio ad altre persone.

A quanto pare, però, non è così che funziona un iPhone. Non c'è motivo di chiudere tutte le applicazioni aperte—è solo un mito, una superstizione nata dall'avere solo un frammento delle informazioni che compongono il più ampio mistero della tecnologia. E alle volte i rituali tecnologici possono rivelarsi più preziosi della vera conoscenza. Nonostante ora sappia con certezza che avere una RAM completamente vuota possa in realtà rallentare il mio telefono, nonostante sia giusto fidarmi della gestione di iOS, persevero nel mio rituale. Chiudo ancora tutte le app, per avere una mente più sgombra, e perché alle volte la fede è più forte della verità.

Nel suo libro digitale Curious Rituals, Nicolas Nova ha documentato un numero impressionante di comportamenti fisici che le persone hanno sviluppato per mediare più agevolmente la propria relazione con gli strumenti che utilizzano. Il libro, con tanto di illustrazioni, è una fantastica guida alle piccole e opache cerimonie che diamo per scontate: Ricordate le pose improbabili che assumevamo quando dovevamo calibrare i nostri dispositivi GPS per usare le mappe dello smartphone? Quando ci troviamo persi e dobbiamo usare il telefono per orientarci, non è forse vero che ci giriamo su noi stessi, scuotiamo il dispositivo che abbiamo mano, agitandoci in una strana danza? Spegniamo e riaccendiamo qualsiasi cosa con la speranza di migliorare il comportamento di quel certo dispositivo, anche quando non abbiamo idea di quale sia il problema o di quale possa essere la soluzione.

Quanto del modo in cui usiamo computer, telefoni e automobili ogni giorno è basato sulla consapevolezza degli effettivi funzionamenti, e quanto è solo frutto di supposizioni?

Alle volte, dice Nova, i nostri comportamenti ritualistici influenzano effettivamente il design dell'hardware. Lo stereotipo comune di un giocatore alle prese con un gioco poco familiare che "si piega" fisicamente o ruota il controller come se la cosa potesse influenzare la performance sullo schermo ha portato a controller che sono effettivamente sensibili al movimento—grazie all'implementazione del senso del gesto innato di un giocatore alle prime armi, chi produce le console ha sperato di rendere il proprio hardware più appetibile a un pubblico su larga scala.

Nova immagina il futuro delle nostre relazioni gestuali con gli strumenti che possediamo in un cortometraggio, dove una persona guarda la televisione tramite degli occhiali aumentati, apre la macchina con il riconoscimento del gesto della mano, e si barcamena tra altre attività assistite dalla tecnologia. Per quanto la persona sia rilassata, i suoi gesti ripetitivi e specifici offrono un'anteprima sui rituali del futuro. Lo stile paziente del cortometraggio rende chiaro quante delle cose che facciamo già adesso—per esempio, camminare in tondo quando siamo al telefono—sarebbero alienanti per qualcuno che non conosce la tecnologia che utilizziamo.

Quanti del modo in cui usiamo computer, telefoni e automobili ogni giorno è basato sulla consapevolezza degli effettivi funzionamenti, e quanto è solo frutto di supposizioni? Perché il vostro telefono riconosce il tocco delle vostre dita, ma non quello delle unghie? E che dire di quelle persone che ancora evitano di appoggiare il telefono alle orecchie e alla testa, nonostante sia stato provato che non fa male al cervello? Chi lo sa?

Nicolas Nova continua a lavorare sull'affascinante intersezione tra l'antropologia e la tecnologia, come co-fondatore del Near Future Laboratory, e come professore alla Geneva School of Arts and Design. "Ogni volta che appare un nuovo dispositivo, le persone cercano di dargli un senso tramite il modo in cui interagivano precedentemente con altri strumenti," mi ha detto via Skype. "Se prendi in esame il modo in cui le persone usano il proprio smartphone oggi, noti come sia di fatto una combinazione del modo in cui usavano artefatti precedenti: sì, come il telefono fisso, ma anche altri oggetti come pacchetti di sigarette, telecomandi, o persino rosari. Il modo in cui gesticolano è legato ad altri oggetti in un modo o nell'altro, ed è il loro metodo per dare un senso alla cosa."

Ogni cultura accoglie le nuove tecnologie in modo diverso, condizionato dalle storie e dalle credenze, dice Nova. "In certi paesi, quando le persone ricevono un messaggio SMS da un numero sconosciuto, si spaventano—pensano che sia magia nera. La stessa cosa succede quando ricevono un messaggio che contiene caratteri strani o criptici," spiega. "Per alcune persone è segno di una maledizione, o di qualcosa di terribile, perché appartengono a culture in cui si inviavano e ricevano cose del genere su carta. Sentiamo parlare tanto di "rottura" di "rivoluzione," ma non sono così vere come crediamo—c'è sempre una continuità nel modo in cui ci spostiamo da un medium a un altro."

Possiamo seguire queste linee di continuità per immaginare che tipo di magia attribuiremo ai dispositivi che utilizziamo noi e che tipo di rituali useremo per dire loro cosa fare. Un telefono, suggerisce Nova, è già di per sé una "bacchetta magica" che può far comparire il cibo—sviluppatori e fornitori di servizi non fanno altro che ridurre il numero di passaggi necessari e interazioni che separano i nostri desideri dal loro avverarsi.

Le azioni che ci richiedono svariate ditate sul telefono e tasti premuti sulla tastiera oggi, potrebbero presto essere ridotte a un gesto ritualizzato, o una versione mimata di ciò che vogliamo davanti a una videocamera intelligente.

Le civiltà del futuro un giorno studieranno questo momento storico, il nostro stare in ginocchio davanti ai rilevatori di movimento, le nostre teste incoronate dagli elmetti per la VR, il nostro piegare la testa o salutare i nostri dispositivi come sacri altarini nella speranza di evocare del cibo, del divertimento o del sesso, e si chiederanno che cosa sapessimo, in cosa credessimo, e come praticassimo i nostri rituali—esattamente come noi guardiamo indietro alle antiche civiltà e ai loro misteriosi sacrifici di sangue oggi.