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Recensione: The Necks - Body

Il trio impro-post-jazz australiano ha di nuovo superato se stesso, non sarà mai troppo tardi per smettere di ignorarlo.

di Federico Sardo
29 agosto 2018, 1:04pm

Ogni volta che c’è qualche occasione per parlare dei Necks (nuovo album, tour…) mi ritrovo a scrivere le stesse cose.

Cioè che sono uno dei gruppi in attività più incredibili del mondo. Che sono un trio australiano di impro-post-jazz (se proprio vogliamo stare a dare delle definizioni) e che a parte la colonna sonora The Boys che mi piace di meno, per me tutto quello che hanno fatto è incredibile.

Quindi che potete cominciare ad ascoltarli più o meno dove vi pare, che dove beccate beccate bene. Che i loro album sono quasi sempre composti da un unico pezzo di circa un’ora; che potreste per esempio partire da un qualsiasi disco contenuto nel Necks Box (soprattutto Drive By, Aether o Silverwater), da Vertigo uscito un paio di anni fa, o dal penultimo Unfold. Che si tratta di lavori molto vari e estremamente diversi tra loro, che non sono uno di quei gruppi che ha trovato una formula e resta legato a quella. Che hanno fatto dischi quasi kraut, dischi rumorosi e dischi iper-minimali; che sono uno dei migliori gruppi sulla piazza eppure se li cagano giusto quelli che seguono un certo ambiente. Che vi invito a non fare lo stesso errore: vi invito a entrarci, ascoltarli e amarli.

Questa volta inoltre posso consigliarvi di partire da un nuovo album: si chiama Body, è appena uscito e rientra nella categoria “un unico pezzo da circa un’ora”. È bellissimo e, seppur parta super minimale, poi ha un’esplosione rock che mi ha ricordato i Can. Tutta la critica lo sta già descrivendo come uno dei loro lavori migliori, e sarebbe bello se un po’ di gente in più del solito cominciasse ad accorgersi di loro.

Inoltre il 14 ottobre suoneranno in Italia, a Forlì, e chiunque li abbia mai visti dal vivo parla di un’esperienza imperdibile. Sapete cosa fare.

Body è uscito il 14 agosto per Northern Spy.

Ascolta Body su Bandcamp:

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