Recensione: The Necks - Body

Il trio impro-post-jazz australiano ha di nuovo superato se stesso, non sarà mai troppo tardi per smettere di ignorarlo.

Ogni volta che c’è qualche occasione per parlare dei Necks (nuovo album, tour…) mi ritrovo a scrivere le stesse cose.

Cioè che sono uno dei gruppi in attività più incredibili del mondo. Che sono un trio australiano di impro-post-jazz (se proprio vogliamo stare a dare delle definizioni) e che a parte la colonna sonora The Boys che mi piace di meno, per me tutto quello che hanno fatto è incredibile.

Quindi che potete cominciare ad ascoltarli più o meno dove vi pare, che dove beccate beccate bene. Che i loro album sono quasi sempre composti da un unico pezzo di circa un’ora; che potreste per esempio partire da un qualsiasi disco contenuto nel Necks Box (soprattutto Drive By, Aether o Silverwater), da Vertigo uscito un paio di anni fa, o dal penultimo Unfold. Che si tratta di lavori molto vari e estremamente diversi tra loro, che non sono uno di quei gruppi che ha trovato una formula e resta legato a quella. Che hanno fatto dischi quasi kraut, dischi rumorosi e dischi iper-minimali; che sono uno dei migliori gruppi sulla piazza eppure se li cagano giusto quelli che seguono un certo ambiente. Che vi invito a non fare lo stesso errore: vi invito a entrarci, ascoltarli e amarli.

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Questa volta inoltre posso consigliarvi di partire da un nuovo album: si chiama Body, è appena uscito e rientra nella categoria “un unico pezzo da circa un’ora”. È bellissimo e, seppur parta super minimale, poi ha un’esplosione rock che mi ha ricordato i Can. Tutta la critica lo sta già descrivendo come uno dei loro lavori migliori, e sarebbe bello se un po’ di gente in più del solito cominciasse ad accorgersi di loro.

Inoltre il 14 ottobre suoneranno in Italia, a Forlì, e chiunque li abbia mai visti dal vivo parla di un’esperienza imperdibile. Sapete cosa fare.

Body è uscito il 14 agosto per Northern Spy.

Ascolta Body su Bandcamp:

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