Recensione: Godflesh - Post Self

Tra un pugno in faccia industrial e l'altro, in Post Self si torna anche a respirare.
21.11.17

Ci sono situazioni in cui dilungarsi nel raccontare un album è totalmente inutile, altre in cui è assolutamente necessario, e poi ci sono i Godflesh, per i cui album dilungarsi è totalmente inutile e assolutamente necessario. Justin Broadrick e Ben G. C. Green sono ormai due simpatici cinquantenni, e per quanto la loro estrazione politica e sociale li abbia sempre tenuti bene o male al riparo dalle grandi masse, c’è una ragione se gente come Kirk Hammett li nomina regolarmente quando parla delle sue influenze e dei suoi gusti personali (o quando deve decidere a chi rubare le idee per la prossima copertina).

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Volente o nolente un’intera sottocultura di scappati di casa amanti del disagio ai Godflesh deve tantissimo: qualunque fan dei Korn o dei Nine Inch Nails, dei Fear Factory o dei Pelican, in qualche modo dalle parti di Broadrick e Green ci è passato per forza. Da qui, l’inutilità di dilungarsi: se fino ad oggi uno non ha mai sentito parlare dei Godflesh, non avrà mai neanche aperto questa recensione, perché non gliene fregherà niente, e semplicemente l’industrial non è cosa sua. Parimenti, la necessità di dilungarsi: non si può parlare di un disco nuovo dei Godflesh senza un lunghissimo inquadramento su chi o cosa o quando o come o perché.

Partiamo proprio dai perché: perché Broadrick da quasi quindici anni si dedica a Jesu, e senza quelle sperimentazioni artsy fartsy shoegazy sticazzy Post Self non sarebbe mai uscito; perché con i tredici anni che separavano Hymns da A World Lit Only By Fire questi due avevano accumulato talmente tanti riffoni tra le orecchie che il cervello stava per esplodergli, ma dopo aver sfiatato con un disco di ritorno che pareva un rullo compressore hanno finalmente avuto la possibilità di prendersi del tempo ed elaborare. Arriviamo al come: con un disco molto meno tellurico e più liquido, meno ruvido e più litaniaco; poi alla fine dell’album non è che stiamo proprio bene, il cervello ce lo siamo comunque tritati, però qui non c’è tutta quella furia costipata che c’era nel 2014.

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In Post Self si riesce quasi a respirare tra una campionatura e l’altra, tra un pattern di drum-machine e il muro successivo, e l’album oltre ad essere industriale ha un che di propriamente sintetico, come se Broadrick e Green si fossero spostati dalla fabbrica della zona industriale per andare ad esplorare le periferie di Burial. Solo che si sono portati dietro il solito armamentario di distruzione di massa, quindi quando gli gira ti prendono a pugni in faccia. Da cui arriviamo al quando: Post Self è infatti un lavoro che si svolge, che inizia con i pugni in faccia e poi pian piano si cheta, si muove, cambia, va altrove, si allunga, si ammorbidisce, va a finire in brani strumentali dove la cassa batte poco, dove non ci sono gli abissi, ma le ombre (“In Your Shadow”, appunto).

Rimangono il chi e il cosa, ma queste sono facili: ci possono infilare tutte le variazioni, le deviazioni, le sperimentazioni che vogliono, ma Broadrick e Green sono ancora completamente, totalmente, incontrovertibilmente i Godflesh

Post Self è uscito il 17 novembre per Avalanche.

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