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A9N6: Il settimo annuale di narrativa

Un'autrice relativamente sconosciuta

Così dice di sé Zoe Trope, anche se il suo "Scusate se ho quindici anni" ha segnato le nostre adolescenze. Siamo andati a cercarla per capire dove fosse finita, e perché a un certo punto abbia fatto perdere le sue tracce.
16.12.13

Illustrazione di Giulia Sagramola.

Quando ho contattato Zoe Trope per chiederle dove fosse finita, mi ha risposto gentilmente e piuttosto seccamente che si stava dedicando ad altro. Ma se Jonathan Safran Foer avesse detto di me che sono “stupefacente” e che il libro che ho pubblicato a 15 anni è “arte”, capirei lo sgomento di una ragazza qualsiasi nel sapere che ora faccio la bibliotecaria. Zoe Trope è l’autrice di Scusate se ho quindici anni (2003, edito Einaudi, titolo originale Please don’t kill the freshman), un libro che aveva suscitato una reazione pressoché isterica da parte del pubblico di giovani adolescenti che sognano un futuro da scrittrice; era il diario in cui Zoe, quindicenne di Portland grassa e lesbica, parlava di sé e dei personaggi che la circondavano, Linux Shoe, Techno Boy, Wonka Boy, Plum Sweater, Cherry Bitch, e così via. Quello che succedeva nel libro era ovviamente di interesse relativo: bevevano mezzi litri di soda nei centri commerciali, avevano pretese intellettuali, suonavano nella banda della scuola e si attaccavano la mononucleosi. La vera incredibilità è che questo libro è una wunderkammer di lirismo—e non lo dico io, ma per dirne uno Dave Eggers: “Il libro di Zoe Trope sul liceo è durissimo. Lirico, perfino surreale.” Dieci anni dopo, ci sono due aspetti della questione a me ancora oscuri. Il primo è come riesca una ragazzina a pubblicare un libro, per essere precisi il suo diario, e che cosa succeda dopo: i fenomeni adolescenziali non sono nuovi a prendere piede, e il fenomeno “meteore” si applica a tutti i campi, anche se la qualità dei prodotti è spesso infima, sacrificando lo stile al contenuto “scandalistico”. Il secondo è il perché dopo aver portato dalla sua tutta la critica letteraria americana Zoe abbia smesso di scrivere e l’unico modo per contattarla sia tramite la mail che usa per i suoi studenti del corso di Biblioteconomia (rinvenuta con un capillare setacciamento dei suoi tweet) in un posto dimenticato nel Midwest americano—dove è anche e primariamente la bibliotecaria del community college. Non per dare sfogo a una visione illuminista della vita come progressione lineare di una singola intuizione, ma insomma. Volevo sapere, e volevo anche chiedere a Zoe un racconto inedito da pubblicare su questo numero. Inutilmente: Zoe per adesso vuole digitare solo i numeri di inventario, e tra prestiti e laboratori poco tempo ha da dedicare al suo passato o al futuro della narrativa. VICE: Ciao Zoe. Volevo per prima cosa dirti quello che probabilmente ti dicono tutte le ragazze che incontri, cioè che mi ero innamorata del tuo libro e che pensavo fosse la cosa più vera del mondo.
Zoe Trope: Sono lusingata che ti sia piaciuto Scusate se ho quindici anni e ho ricevuto un sacco di mail da lettori italiani, mi fanno sempre sorridere. Spero che un giorno avrò la possibilità di venire in Italia e vedere il mio libro in libreria.

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Mi sono sempre chiesta come una ragazza così giovane riesca a ottenere l’attenzione delle case editrici, è una cosa che spesso non riesce nemmeno ad autori adulti e affermati.
Sono stata molto fortunata, perché tante persone nella mia vita mi hanno appoggiato, e hanno creduto in me come giovane scrittrice. Kevin Sampsell, il mio mentore, ha pubblicato una versione ridotta del libro con la sua piccola casa editrice indipendente quando avevo 15 anni. In questa versione il libro è finito nelle mani degli agenti letterari di New York, che volevano venderlo a una casa editrice di primo piano. Nell’autunno del 2002, quando avevo 16 anni, ho firmato un contratto con la HarperCollins per pubblicare il mio “memoir” del liceo. Please don’t kill the freshman è uscito nell’ottobre del 2003 quando avevo 17 anni. Esattamente dieci anni fa, wow! Com’è stato avere a che fare con l’industria editoriale? Voglio dire, il tuo agente si è fatto carico di tutto, ma non ti sei sentita in qualche modo “sfruttata”, sotto pressione?
No, mai. Mi davano tutto il loro appoggio e certo mi incoraggiavano a scrivere un altro libro, se avessi voluto, ma immagino che sia il mio editore che il mio agente si rendessero conto che ero molto giovane, avevo 17 anni all’epoca, e probabilmente sarei andata al college e avrei sviluppato altri interessi. E così è stato. Si è persa completamente traccia di te, e quando ti ho ritrovato su Twitter, eri Bibliotecaria del community college e insegnavi Biblioteconomia.
Sì, poco dopo che il libro è stato pubblicato mi sono iscritta all’Oberlin College in Ohio, dove mi sono laureata in Storia dell’arte. Sono rimasta all’Oberlin dal 2004 al 2008. Dopo il college, ho fatto il master in Biblioteconomia. Avevo cominciato a fare la volontaria nelle biblioteche quando avevo 13 anni e ho continuato a lavorarci per tutto il college, così che diventare una professionista nel settore mi sembrava una scelta naturale, la cosa più adatta a me. Ho preso il master nell’agosto del 2010, e un anno dopo lavoravo nelle biblioteche del community college. Mi piace lavorare con gli studenti, sono sempre divertenti e interessanti, hanno vite pienissime. Avrei pensato che avresti scritto compulsivamente tutta la vita, una poetessa maledetta.
Leggendo il mio libro, credo che si possa cogliere che sono elettrizzata dalla possibilità di creare connessioni con le persone, e dall’esplorare le relazioni soprattutto con i miei amici. Anche se amo moltissimo i libri e i media, mi piacciono ancora di più le persone, e mi piace aiutarle a raggiungere i loro obiettivi. Lavorare come bibliotecaria mi permette di incontrare persone nuove e imparare cose nuove, e questo mi fa sentire bene. Non scrivi più?
Mi piace ancora scrivere, ho pubblicato molti racconti per antologie varie. Un giorno magari mi metterò a scrivere un altro libro, ma per ora sono appagata dall’insegnare e lavorare con gli studenti. All’epoca in cui stavi scrivendo il libro, quali erano gli scrittori che ti influenzavano di più?
Quelli che ammiravo di più erano gli scrittori della comunità LGBT che scrivevano apertamente e onestamente delle loro vite. E soprattutto Alison Bechdel, una scrittrice lesbica e artista molto famosa per le sue strisce di fumetti “Dykes To Watch Out For” e i suoi libri Fun Home. Una tragicommedia familiare e Sei tu mia madre? Un’opera buffa. Ho letto qualche intervista di quando avevi appena pubblicato il tuo libro, e mi chiedevo com’è avere a che fare con la fama, sentirsi dire di essere una Bukowski donna. Come ha influenzato la tua vita, la tua autostima, le tue relazioni con gli altri?
“Fama” è una parola esagerata. Certo, ho suscitato una certa attenzione, ma limitata alle interviste e ai reading dell’ottobre 2003, quando il libro è stato pubblicato in America. Ma ero, e sono tuttora, un’autrice relativamente sconosciuta. E penso che questo sia successo perché, voglio dire, c’era altro a cui pensare nel mondo, e anche se il mio libro si è guadagnato un po’ di attenzione, non ha avuto dei grandi volumi di vendite, né mi hanno espulso da scuola, né altro che avrebbe reso la storia più succulenta. Pensi che il tuo successo fosse strettamente collegato alla tua età?
Penso che fossi totalmente consapevole che quello era un libro speciale, e se l’avessi scritto ora, o a un’altra età, sarebbe una cosa totalmente diversa, ma non penso che il mio successo fosse connesso all’età. Il tuo libro all’inizio era un blog, giusto? Eri già nota alla comunità online?
Ho iniziato a scrivere online ben prima che si iniziasse a sentir parlare di “blog”—quello che tenevo io era un diario online su un sito chiamato OpenDiary, poi ho continuato su LiveJournal. Tuttavia quelle che ho mostrato a Kevin Sampsell erano alcune pagine del mio diario cartaceo, non erano post del blog. E poi, tieni conto che nel 2001-2002, quando scrivevo quello che sarebbe diventato il mio libro, i social e Wordpress non esistevano ancora. Perciò no, non ero nota per quello. Il libro era diviso in due parti, la prima era l’effettivo “diario” del liceo, mentre la seconda parte era stata scritta quando la prima era già pubblicata con la piccola casa editrice di Kevin Sampsell. Qualcosa nel tuo stile è cambiato perché stavi scrivendo con la consapevolezza che un pubblico l’avrebbe letto?
Penso di essere cresciuta molto in quel periodo, ma in modo fisiologico, sono cresciuta come persona e come cresce ogni scrittore. Penso, sì, che fossi più conscia del mio pubblico e del fatto che quello che scrivevo sarebbe stato pubblicato, ma non mi sono in alcun modo censurata. Scrivevo la storia nel modo più fedele possibile, senza porre dei freni alle mie emozioni. I tuoi compagni sapevano che stavi scrivendo di loro? La tua visione è sempre una visione molto soggettiva, come in ogni diario e come in ogni scritto con una forte componente lirica, ma immagino che dietro gli pseudonimi si siano riconosciuti.
Penso che alcuni lo sapessero, ma non sapevano in che modo, cosa e quanto delle loro vite avrei reso pubblico finché il libro è stato pubblicato. Molti dei miei compagni del liceo, al di fuori della cerchia dei più intimi, lessero il libro e cercarono di capire se in qualche modo, e in quale modo, comparivano anche loro. All’inizio usavi uno pseudonimo perché eri minorenne, ma continui a usarlo ancora dieci anni dopo.
Sì, per aiutare i miei lettori a non rimanere confusi. Magari un giorno userò il mio nome vero, ma ancora non ne ho sentito la necessità. Cosa ne pensi dell’attuale scena dei giovani scrittori? Ce ne sono alcuni che ti piacciono in modo particolare, e segui qualche rivista o blog per cercare novità?
Mi sento piuttosto disconnessa da qualsiasi realtà che abbia a che fare con la letteratura contemporanea. Negli ultimi anni mi sono focalizzata soprattutto sulla carriera di bibliotecaria, una carriera “accademica”, e non seguo scrittori, blog e riviste. In realtà quello che sto facendo di recente è leggere poesia, non l’ho mai fatto fi no a circa un anno fa, ma mi ci sto appassionando sempre di più. Due scrittori che mi stanno facendo impazzire sono Frank O’Hara e Ted Berrigan. Allora, basandoci sulla tua esperienza, cosa pensi dell’industria editoriale? Fornisce a un giovane scrittore il sostegno necessario?
Non sono sicura di poter parlare anche per l’editoria odierna, perché ne sono uscita tempo fa. Ma, nel mio caso, posso dire di non essermi sentita usata. HarperCollins non ha fatto tanti soldi con il mio libro, quindi non penso che mi stessero appresso per quello. Credo di avere avuto la fortuna di lavorare con un gruppo di persone che tenevano a me. Penso che il fatto di avere avuto un agente letterario sia stato fondamentale per il mio successo; senza di lui nessun editore avrebbe preso sul serio una ragazzina. Ma soprattutto, nessun agente letterario avrebbe scoperto il mio lavoro se non l’avesse pubblicato Kevin Sampsell, e sono molto grata soprattutto a lui per avermi dato l’opportunità di essere ascoltata e conosciuta. Ho sempre pensato che il tuo libro sarebbe diventato un film, ti hanno mai chiesto di farne un adattamento?
Un paio di sceneggiatori volevano farne una serie TV o un film, ma non se ne è fatto nulla. Sarebbe interessante, per me, scrivere io stessa la sceneggiatura del mio libro, ma non c’è fretta.

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