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Cinque cose per cui meritiamo l'estinzione

Non parliamo di guerre, o delle Grandi Antitesi del raziocinio, ma di cose molto più gravi, come il Choco-Kebab e i gadget birra Moretti.
28.5.12

Uno dei miei momenti comici preferiti si trova all’interno di Saving the planet, un monologo in cui George Carlin prende di mira i “white bourgeois liberals” che passano l’esistenza a sensibilizzare il prossimo sulla necessità di “salvare il pianeta” dal genere umano. In realtà, sostiene GC, il pianeta non ha proprio alcun bisogno di essere “salvato”; esiste da miliardi di anni e ha superato cose ben peggiori: tempeste solari, inversioni dei poli magnetici, asteroidi, derive dei continenti etc. e non sarà «qualche sacchetto di plastica» a metterne a rischio la sopravvivenza. Considerato il suo ciclo di vita, i “sacchetti di plastica” non sono un problema per il pianeta, i “sacchetti di plastica” sono un problema per noi. O, per meglio dire: “The planet is fine, THE PEOPLE are fucked!”. Per illustrare questo concetto Carlin immagina la Terra come un grosso cane e l’umanità come un’infestazione di pulci e mima questo grosso cane che si scrolla il dorso, accompagnando il gesto con un’onomatopea che rende perfettamente l’idea di miliardi di esserini che si staccano dalla schiena del pianeta per essere sbalzati nello spazio profondo. “The planet will shake us off like a bad case of fleas.”  Ecco, questo è il mio momento comico.

C’è qualcosa di misteriosamente liberatorio nel pensiero dell’estinzione e Carlin qui lo cattura in pieno. Questa parte di Saving the planet è anche quella cui mi capita di pensare quando m’imbatto in certi esempi particolarmente cristallini dell’idiozia del genere umano, quel tipo di cose che ti spingono a credere che forse, dopotutto, ce la meriteremmo una gloriosa estinzione di massa. E non sto parlando di alcune delle Grandi Antitesi del raziocinio tipo le guerre, le ventiquattrenni o i lettori assidui del Fatto. No, sto parlando di esperienze a volte persino insignificanti che incontri quotidianamente e che ti rammentano il lato più edonista, sprecone e inutile della specie. Generalmente peraltro sono cose che hanno molto successo e arricchiscono paurosamente chi le ha create, dimostrando che “la circuizione d’incapace” è il modello di business più antico del mondo.

Siccome amo le liste da prima che le facesse Saviano (anzi, praticamente quando scrivo su VICE faccio solo quelle) e vista la faccenda dei Maya e tutto il resto, per prepararsi degnamente all’evento del 21/12/2012, eccovi cinque futili e recenti motivi per non rimanerci troppo male quando finirà il mondo ammettendo che sì, in fondo, "è giusto così."

L’ESPERTA PER I CAPELLI LISCI

L’esperta per i capelli lisci è entrata nel mio campo visivo periferico un mese fa, in un bar vicino a dove lavoro che tiene la TV sempre accesa. "Un pacchetto di Gauloises Rosse, grazie," ed ecco che con la coda dell’occhio ho intravisto questa pubblicità di una marca di shampoo in cui si chiedeva il parere di un’esperta circa le qualità del suddetto (a quanto pare questa pubblicità circola da un bel po’ e solo io non l’avevo ancora vista). E non si trattava di un’esperta di capelli qualsiasi, bensì di un’"esperta dei capelli lisci" come chiariva la sovrimpressione. Confesso che ci ho messo un po’ a digerire questa informazione e sono anche stato a lungo convinto di aver preso un abbaglio. Poi però con Google ho constatato che l’esperta dei capelli lisci "esiste" davvero ed è una signora giapponese e anche se, molto onestamente, non ci vedo niente di male nell’avere particolari competenze sui capelli lisci, credo che una civilizzazione che manda una persona in televisione con una scritta in sovrimpressione che la qualifica in un modo così iperspecifico come “esperta di capelli lisci” e che sfida tutto questo senso del ridicolo solo per vendere qualche shampoo in più, non sia esattamente una civilizzazione nel suo periodo di massima forma.

IL CHOCO KEBAB

Il Choco Kebab l’ho conosciuto a Perugia. C’era questa crêperia che lo pubblicizzava con un espositore sul vicolo e poi lo vendeva al suo interno. La prima persona cui ho provato a raccontarlo mi ha fermato a metà con un: "Dai, ma che schifo!". Era convinta consistesse di carne speziata con del cioccolato fuso versato sopra. E forse, per quanto ributtante, sarebbe stato meglio: solo un’altra onesta porcheria. Già, perché il Choco Kebab è in realtà molto più stupido di così. In pratica non ha niente di diverso da una normalissima crêpe chiusa a fazzoletto, con un mix di scaglie di cioccolato bianco e fondente al suo interno. La definizione kebab viene dal fatto che, per ottenere queste scaglie, invece di una semplice grattugia o coltello, insomma uno di quegli utensili che da secoli funzionano perfettamente per ottenere scaglie di qualunque genere e forma da qualsiasi alimento, chi te lo serve usa lo stesso “tosacarne” che si adopera per staccare la carne dal fuso di kepab e il cioccolato medesimo è un cilindro che ruota intorno a un finto spiedo. E dopotutto non ci sarebbe niente di male se per ottenere tutto questo stronzissimo effetto scenografico non fosse necessaria dell’elettricità per azionare il tosascaglie e per fare girare lo spiedo. Ma il fatto che in tutto il processo sia coinvolta una delle forme di energia di cui accuseremo più disperatamente la scarsità da qui a pochi decenni getta su tutta la faccenda del Choco Kebab una luce piuttosto sinistra. Quando ho chiesto a chi lo preparava (sì, l’ho provato) se la geniale pensata fosse stata sua, la risposta è stata: “No, è un franchise.”

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Capite? Questo significa che, mentre scrivo, ci saranno forse già oltre un migliaio di Chocospiedi che succhiano energia a ciclo continuo per, sostanzialmente, servire delle crêpe che si chiamano come un panino salato. Ovvio che il Tg 2 ci si è buttato a pesce.

LE CRITICHE DI ANTONIO D’ORRICO E I LIBRI DI LIGABUE

Io non so cosa succeda nella testa di Antonio D’Orrico, il principale critico letterario del Corriere, quando sulla sua scrivania piovono i libri di personaggi dello spettacolo ma di sicuro è qualcosa di molto strano. Dopo aver definito, sul finire del 2010, Giorgio Faletti il più grande scrittore italiano, di recente D’Orrico è stato nuovamente preda di un’epifania e così un giorno ha decretato che i racconti contenuti nel libro Il rumore dei baci a vuoto di Luciano Ligabue, facevano del “rocker di Correggio”™ il nostro Raymond Carver. Ha scritto proprio così: "Abbiamo trovato il nostro Raymond Carver."  E non l’ha scritto solo una volta. Ne era così sicuro che, dopo aver espresso questa opinione sull’inserto La Lettura di domenica 29 aprile, l’ha ribadita sul magazine Sette di venerdì 18 maggio. Siccome non amo esprimermi sulla base di pregiudizi, dopo questo secondo parere ho trovato l’ardire di comprare il libro di Ligabue, all’Esselunga con lo sconto del 15 percento, e abbastanza tempo per leggerne metà, in modo da poter constatare che non solo Raymond Carver giocava un altro sport su un pianeta con leggi della gravità intellettuale diverse da quello in cui abita Ligabue ma che pure il 90 percento degli italiani con un romanzo nel cassetto, se prima di pubblicare un libro diventassero famosi ammaestratori di lepri in TV, potrebbero ottenere da D’Orrico l’onore di un paragone con Saul Bellow.

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P.S. Il Carver italiano se proprio ce ne deve essere uno si chiama Giorgio Falco.

GLI APPLAUSI AL CHILO

Gli applausi al chilo si situano un pelo sotto le risate finte di Drive-In, un pelo sopra i video-montaggi del TG4 per farcire le platee di Berlusconi e più o meno allo stesso livello dei follower di twitter comprati su ebay. Ciò non toglie che riescono comunque più deprimenti di tutte queste cose messe insieme. Essenzialmente sono delle stock-photo e perlopiù servono a riempire di persone standard i render dei progetti architettonici. James Bridle, l’ormai celebre teorico della New Aesthetic, li ha definiti render-ghost. Stai disegnando un auditorium nel sofisticatissimo North Dakota e temi che il cliente si deprima vedendolo vuoto? Nessun problema, per 399 dollari, su ArchVision.com, puoi comprare tutti gli applausi che vuoi e mettere uno accanto all'altra l'apprensiva Dixie, il piccolo Cristopher, Luke l'elegantone e il meditabondo Chip. Se vuoi proprio strafare e costruire un po' di trama per intrattenere il cliente, puoi sempre assegnare a Chip il ruolo di critico teatrale in tresca con Sandra a insaputa di Randall, che è chiaramente il più "tardo" del lotto, con il suo maggiolone verde pisello parcheggiato fuori, nel render parcheggio. I dinosauri si sono estinti per molto meno.

I GADGET BIRRA MORETTI

Agli uomini del marketing di Birra Moretti devono essere sfuggiti un paio di concetti di fisica elementare. Per esempio che ciò che rende un pallone "un pallone" è la forma sferica e non la quantità di esagoni bianchi e neri che ci vernici sopra. In mancanza di questo dato fondamentale sul funzionamento del mondo, da qualche tempo hanno cominciato a chiamare "Pallone Birra Moretti" qualunque cosa. Ultima in ordine di tempo è la spillatrice "Pallone Birra Moretti", un oggetto inequivocabilmente inguardabile, identico a qualunque altra spillatrice domestica della concorrenza, che di sferico non ha assolutamente nulla e che è vagamente identificabile come "pallone" solo per gli esagoni di cui sopra (che peraltro sono spariti dai palloni intorno al 1994) . Persone più qualificate di me l'hanno definita una "edizione illimitata 'Io odio la figa'." Ovviamente non posso che sottoscrivere e mi fermerei qui se il "Pallone birra Moretti" non avesse fatto riesumare un capolavoro del design giustamente dimenticato: l'ei fu Divano Birra Moretti, 2010 D.C. In un tripudio di esagoni, il sito della Moretti celebra le sue creature come segue e non mi sento di dover aggiungere altro a parte che la vernice inquina:

"Quale luogo migliore del Divano Birra Moretti per gustarsi una birra appena spillata dal nuovo Pallone Birra Moretti e guardare comodamente una partita in tv?"

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