Cum Magna Animo Et Libidine

Cronaca di una settimana attorno e all'interno del set di FRED, ultima fatica berlinese di Alterazioni Video.

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set 27 2012, 12:05pm

Alterazioni Video è un collettivo di artisti fondato nel 2004. I suoi quattro componenti vivono tra New York, Berlino e Milano. Si ritrovano insieme solo in occasione di progetti specifici, comunicando tra loro attraverso la rete. Negli ultimi due anni la loro ricerca si è focalizzata su un nuovo tipo di produzione cinematografica indipendente, da loro stessi creata e battezzata Turbo Movie. 

Quello che segue è il racconto di cronaca di una settimana attorno e all'interno di un set di Alterazioni Video. È la declinazione e amplificazione letteraria di FRED, la loro ultima fatica berlinese. Realtà e immaginazione si fondono, proprio come in un film. In un Turbo Film. 

Conosco il lavoro di Alterazioni Video dal 2008 circa. Da curatore, quello che mi ha sempre interessato del loro lavoro sono tratti come ironia, coraggio, immediatezza, sana maleducazione, conoscenza del mondo e senso di partecipazione. A Berlino ero venuto per una performance che avrebbero realizzato su invito del Guggenheim Lab. Mi è piaciuta, davvero. Tutta la performance ruotava attorno ai personaggi del film che il collettivo avrebbe girato di lì a poco e al casting che avrebbe permesso loro di reclutare gente comune, berlinesi in cerca di visibilità, all’interno di un film d’arte. A distanza di una settimana, mi trovo su un volo Lufthansa che dovrebbe riportarmi a Milano, previo scalo a Roma. Di solito, appena seduto sulla poltrona numerata tendo ad estraniarmi e a addormentarmi il prima possibile. Oggi però mi trovo di fianco al prete bizzarro che avevo visto sul canotto durante la performance. Non mi sembra in gran forma, nonostante continui a bere. Decolliamo.

Tremo e sudo come Joe Cocker prima maniera. Gli altri passeggeri si scambiano occhiatine sgomente. Devo essere forte. Farò finta che questo sia un ciak di Fred buona la prima. Di tempo per attacchi isterici e vanità perfezionistiche proprio non ce n’è. Il cinema d’autore è morto, il regista non è che la persona che ha bevuto di meno, e che in quel preciso istante riesce a vedere meglio la scena. Prima di essere un attore underground e uno sceneggiatore di Turbo ho fatto cose molto meno interessanti nella mia vita. Sono stato un cappellano militare. Un prete che nel suo curriculum vitae vantava l’assoluzione dei torturatori di Abu Ghraib. Mica detto palle io. Non bisogna mai prendere le scritture troppo alla lettera, del resto anche il Turbo Film Manifesto dice che la prima regola è che non ci sono regole. Ovvio, credo in dio, e a guardarmi bene sono uno stramaledetto prete, pingue e laido sia dentro che fuori. Ma se cercate un filo logico scordatevelo, sto tentando di far un po’ d’ordine soltanto ora che sono finite le riprese, e sto tornando a Roma, dove all’aeroporto verrò probabilmente preso in consegna da agenti dei servizi vaticani.

Ci provo anche, ad addormentarmi. Ma i suoi mugugni da mantra tossico mi creano eccessiva agitazione, e in fondo credo che se continuo ad avere voglia di fare il mio mestiere è perché riesco ancora a essere attratto e incuriosito da storie e figure che la maggior parte delle persone definirebbe inutili, pericolose o costose cagate se non per vezzo. Con fare maldestramente ingenuo – si capisce che non ne vuole mezza dall’universo, tantomeno da me - gli chiedo cosa pensa del servizio di bordo. È fatta, ho l’attenzione del prete, almeno lo sguardo dietro i sui occhiali scuri mezzi rotti. Ammetto di averlo riconosciuto e altrettanto candidamente inizio a chiedergli come se la siano cavata durante le riprese.

In fretta e furia, butto giù il vangelo secondo Paolo Luca Barbieri Marchi, la cronaca di un turbo film di Alterazioni Video, ma anche una testimonianza di fede cinematografica e di una conversione spirituale. Il mio nome di battaglia è Don(t)Puke e sono stato mandato a Berlino dai servizi segreti del Vaticano a sabotare l’ennesimo atto di depravazione visuale e sonora di un collettivo di artisti italiani che, a detta del mio diretto superiore, da anni inquinano biennali, etere e web con atti di aberrazione pseudo-situazionista.  Mi occupo di cinema. O meglio, di Alterazioni Video. Sono anni che questi sibariti hanno avviato una produzione visiva capace di rinnegare qualsiasi estasi pittorica che celebri in parte anche minima la vita, dio e la famiglia. Le loro santità mi hanno inviato “on location” per mettere il breviario tra le ruote a questo manipolo di situazionisti, filmaker e musicisti rotti in culo. E non solo non ho arrestato le riprese, sabotato il processo creativo e insinuato crisi mistiche, ma ho finito col far parte di tutto il baraccone, ahimè non più come infiltrato bensì come membro effettivo del turbo-commando. 

Mentre racconta è sempre più sudato e spezzetta il discorso per guardarsi continuamente alle spalle. Sarei disonesto se non ammettessi che faccio fatica a seguirne la logica e l’attendibilità. Voglio dire, sapevo bene che quelli di Alterazioni Video sono dei pirati nel mare magnum dell’arte contemporanea, e che non di rado approdano all’arcipelago cinematografico per saccheggiarlo e sputtanarlo. Interesse a livello internazionale ne hanno anche suscitato (biennali veneziane, MOMA PS1, Performa), ma non immaginavo fossero arrivati a smuovere anche il Vaticano. È vero anche come sovvertano i tradizionali schemi produttivi e distributivi del cinema (pre-durante-postproduzione vengono concentrati in un’unica pratica continua e i film sono distribuiti pariteticamente in musei, festival, e cinema come su internet o dal macellaio sotto casa) e che poco abbiano a che fare con il cinema e i cineasti d’essai, polverosi e piagnucolanti. Proprio per questo mi aspetterei una serie di critiche e un eventuale attacco alla loro produzione più da Cinecittà o dal Circolo Culturale Amici della Celluloide che non dai servizi della Santa Sede.

L'unico mio intervento a livello di cast è stata la scelta di un nano della Westfalia, Peter Bronbil, col quale ho stabilito un'empatia a tratti omoerotica.
Sono ancora sul volo Lufthansa 666 diretto da Berlino a Roma, e devo dire che il pendaglio, oltre al tremore alle mani e i finti wayfarer legati con il masking tape, attirano non pochi sguardi. Sono infastidito dalle domande di questo italiano con la barba e l’attitudine da finto bravo ragazzo. Ne ho battezzati molti come lui e altrettanti ne ho già seppelliti. C’è un capannello di uomini in braghette, con i baffi e dei capelli da Bavaresi con la piuma, ma niente… Loro sembrano camuffarsi perfettamente con il paesaggio soporifero di questo velivolo. Io no. E nemmeno il bravo ragazzo appassionato d’arte affianco a me. C’è il mio killer, forse potrebbe essere lui, giacché al Vaticano non si scherza e io lo so bene, avendo fatto da assistente a gente del calibro di Padre Amorth e Monsignor Milingo. Ma in fondochissenefrega. Vuole la storia? Continuerò allora nel mio spiegone, nella mia parabola di turbo martirio. Invece di dire rosari, nel mio soggiorno berlinese alle calcagna di Alterazioni Video ho complottato con dominatrici sovrappeso e distribuito calici contenenti il piscio di Cristo a chi intralciava le riprese. La situazione forgia e riscrive la sceneggiatura, così finisce che trovi il tempo per celebrare persino un paio di matrimoni durante un gay pride dentro un memoriale dell’olocausto rincorso dal personale di sorveglianza. Tutto ampiamente documentato. L'unico con cui ho veramente legato è stato un nano che pare James Dean.
“Avrò anche fatto il nano leather che lo prende nel culo in Return of the Moonwalker, ma tutti questi doppi sensi e allusioni cominciano a darmi fastidio Padre…”
Sarà che anche lui ha frequentato sia il seminario che gli alcolisti anonimi. Durante le riprese di una scena di ultra violenza l’ho lanciato spezzando un paio di costole a Ragnar Karlsson, il celebrato artista/cantante lirico demenziale, e qualche ora più tardi sono finito nudo a fare il karaoke con Peaches tenendomi  una mano sul cuore e l’altra sulle palle. Infiltrarmi all’inizio è stato facile, giacché la sceneggiatura-o meglio il canovaccio-prevedeva una banda di rapinatori composta da un nano tedesco, un ricettatore russo e un prete americano, appunto. Dopotutto il cinema è fatto d’occasioni. Trovarsi nel posto giusto al momento giusto. La location è tutto, ragazzi. Nel Turbo, la sceneggiatura serve solo ad asciugarsi il sudore dalle palle.

Ok, forse sto entrando in questa logica folle. La chiave dei Turbo Film sta nell’estremizzazione dell’esperienza cinematografica più che nel prodotto finito. Ogni produzione è il presupposto per innescare dei processi creativi, per costringere ognuna delle figure coinvolte ad una performance collettiva e in costante emergenza. Il cinema non c’entra, è solo un semplice strumento da sfruttare per attrarre quanta più umanità possibile, un passe-partout grazie al quale coinvolgere la gente in un flusso performativo. Chi concorre alla realizzazione di un Turbo Film costringe se stesso a stress fisici e psicologici, e probabilmente non sa nemmeno come ci è finito in mezzo. Ti fai, piangi, ridi, non dormi, parli almeno tre lingue e scopri cose della tua città che non avresti mai visto altrimenti. Per una volta, al di fuori di ogni retorica, l’importante è davvero partecipare. Probabilmente, la cosa che rende poco digeribile il lavoro di Alterazioni Video è che producono opere efficaci e convincenti, cercando continuamente di portare tutto al fallimento, a un suicidio condiviso di cui ridere, ridere di se stessi e dei sistemi ai quali siamo volenti o nolenti legati. Ecco, si divertono e riescono ancora a ritrovarsi nonostante le migliaia di scazzi e chilometri che li separano. L’aereo balla il boogie-woogie. Piuttosto, sono quelli che si agitano con le turbolenze a starmi sul cazzo. Vorrei chiedere qualche cosa al prete ma mi sembra un filo in agitazione a causa della turbolenza. Aspetto un attimo, forse è meglio.

L’aereo sta perdendo quota, provo a benedire una hostess e inventarmi il colpo eretico per palpeggiarla nel nome di un culto che possa salvarci tutti dalle fiamme dell'inferno. Seh...
L’hostess prima mi graffia, poi dice che somiglio a Jack Nicholson e ci sta. Gli altri iniziano a fare come noi, c’è chi scopa e c’è chi piange… Come in un Turbo film, appunto. La donna ha le tette rifatte, io cerco di ripararmi dall’impatto usandole come cuscino. In tutto questo una bambina mi tira la sottana, domandandomi con voce baritonale “Chi è Fred?”

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