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Come Giovinco è diventato un'eccezione del calcio

La MLS è l'unica delle grandi leghe americane in cui gli atleti non arrivano per restare, salvo quelli prossimi al ritiro. Giovinco è un'eccezione, ma i motivi per cui ha scelto di restare in Canada sono molto semplici.
04 marzo 2016, 9:31am

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Wikimedia Commons

C'è una strana retorica nel calcio, italiano ma non solo: quella del figliol prodigo. Ogni calciatore che abbandona il proprio paese perché incompreso o perché desideroso di scoprire nuove mete si pensa lo faccia con la certezza di tornare. Dal 5 febbraio 2015 l'ora 29enne Sebastian Giovinco fa parte dei calciatori italiani all'estero: arrivato a Toronto, città con una fortissima presenza italiana, non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi. "Per adesso rimango dell'idea che continuerò qua. Nel calcio non si sa mai, ma il mio obiettivo è di rimanere in MLS," ha dichiarato non più tardi di un mese fa a Sportitalia.

Ma che obiettivo può essere, per un 29enne, il campionato di calcio nordamericano? Giovinco nell'opinione pubblica italiana è una sorta di antonomasia, quella del calciatore che si trasforma "da promessa a bollito senza essere mai passato attraverso la fase giocatore." Perché mai dovrebbe voler vivere a Toronto? Dobbiamo credergli, o aspettare che ritorni più dignitosamente a vivere a Firenze, Bologna, Roma, assecondando la retorica del figliol prodigo che si rispetti?

In realtà il fatto che Giovinco oggi non pensi minimamente di tornare "a casa" non è nulla di stupefacente, e i motivi sono davvero molto semplici.

Toronto, per intenderci, è la città in cui 30.000 persone, il primo luglio del 1982, festeggiavano in Queen's Park la festa nazionale più importante della storia del Canada, ovvero il primo Canada Day da nazione veramente autonoma, dopo che nel marzo 1982 il Regno Unito aveva sciolto ogni ingerenza del proprio parlamento su quello canadese. È una folla che il Toronto Sun del giorno dopo aveva definito "massive". Qualche giorno dopo l'Italia ha conquistato il suo terzo Mondiale, e St. Clair Avenue è stata invasa da 300.000 bandiere italiane. Trecentomila, con uno zero in più.

Un censimento del 2001 stimava circa 1,3 milioni di cittadini canadesi di origini italiane, un terzo dei quali residenti nell'area metropolitana di Toronto. A Toronto hanno sede un congresso nazionale per gli italo-canadesi, una camera di commercio italiana e diversi media che trasmettono o scrivono in italiano. Tom Pistore, vice-presidente delle vendite del Maple Leaf Sports and Entertainment, gruppo proprietario del Toronto Football Club, le ha definite "organizzazioni-chiave" con cui stringere rapporti. Il risultato è che ad accogliere Giovinco al Pearson Airport il 5 febbraio 2015 c'erano anche le bandiere italiane, e il coro era sulle note di "Seven Nation Army", come ai mondiali 2006: Se-ba-stian Gio-vin-cooo.

Qualche mese dopo il suo arrivo al Toronto FC, a Giovinco è stata dedicata una puntata della rubrica MLS Insider, un approfondimento periodico sui protagonisti del campionato tipico di quelle leghe che sanno fare le leghe. C'è una scena che sembra un film di Garrone: Sebastian prende parte alla trasmissione di una tv locale in lingua italiana e conosce Massimo, il suo intervistatore, in un corridoio tra una scala in alluminio e un'insegna "raggi x e ultrasuoni."

Massimo lo introduce davanti alle telecamere: "un grande applauso, facciamolo sentire a casa! Sebastian Giovinco, eccolo qua! Addirittura alcune mamme, alcune nonne, mi hanno detto: 'digli che se vuole un buon piatto di pasta fresca la trova, le porte sono aperte'."

In una scena successiva si vede Sebastian partecipare a un evento pubblico davanti a quello che sembra un centro commerciale, una sorta di instore per calciatori. C'è un tipo di Milwaukee che era andato a vedere il Toronto giocare a Chicago, era riuscito a raccogliere la maglietta che Sebastiano aveva lanciato a fine gara, quindi si era messo in viaggio per Toronto (da Milwaukee: circa 800 chilometri) per farsela autografare. Giovinco sembra seriamente sorpreso, dal contesto più che specificatamente dal tipo, al punto che prova a destreggiarsi con l'inglese, salvo ritrattare immediatamente e tornare all'italiano: "in Italy is impòssibol... è impossibile fare una roba del genere."

Avrebbe ripetuto le stesse frasi al Sun qualche mese più tardi: "in Europa non hai questo tipo di libertà, qui si può uscire, andare in giro." Niente Tim Hortons però, con sommo dispiacere dei canadesi: "di solito frequento bar e ristoranti italiani, mi dicono 'non ti preoccupare, vieni e basta'." È una bellissima intervista e si capisce davvero come non gli interessi tornare nel calcio che conta, come certificato con un certo sollievo anche dal giornalista canadese—e non sono i milioni che guadagna, né la mancanza di ambizione. "Qui posso avere una vita normale, in Italia non posso. Ho una vita dopo l'allenamento qui." (Che comprende anche video imbarazzanti al concerto di Snoop Dogg).

E solo la voglia di rivalsa con cui è arrivato in Canada può spiegare quello che si è visto in campo, ben più del livello mediocre degli avversari. C'era già tutto nella prima conferenza stampa: "In Italia ho avuto tanti problemi, si è sempre parlato di me come un giocatore che non poteva giocare ad alti livelli, ma non è così. Volevo trovare una città, una squadra che fin dal primo giorno mi volesse bene."

Al suo fianco in quel momento c'erano Andrea D'Amico, procuratore e accompagnatore-ovunque di Sebastian, il traduttore italo-canadese e il general manager del Toronto FC, Tim Bezbatchenko, una sorta di homo novus nel panorama calcistico nordamericano, tendenzialmente conservatore. Trentaquattrenne col pallino delle statistiche avanzate e della scienza applicata alla preparazione atletica, la sua filosofia è facilmente riassumibile in: you don't know what you don't know. "Ci sono dei dati, non capisco perché non dovremmo volerli avere."

Assolutamente analitico è stato anche il processo di selezione di Giovinco: "Abbiamo lavorato tutto lo scorso anno per portare qui nuovi giocatori, ma il modo in cui lo facevamo era l'opposto di quello che avremmo dovuto fare. Invece di scegliere un giocatore e costruirgli una squadra intorno, avevamo bisogno di guardare, analizzare la nostra squadra e riempire i buchi. Abbiamo stilato dei criteri per ogni posizione, e abbiamo capito di aver bisogno di un numero 10." Così Bezbatchenko ha cambiato il massimo campionato di calcio americano.

Quando parla dell'anno precedente, Bezbatchenko si riferisce a Jermaine Defoe. Defoe è un attaccante inglese con una buona carriera europea alle spalle, ormai in fase calante. È arrivato a Toronto all'età di 31 anni nel luglio 2014, a stagione ampiamente iniziata, anche lui con un contrattone nella valigia. Prima di Defoe la stagione di Toronto era stata deprimente e il suo arrivo non aveva spostato gli equilibri, così dopo sei mesi, a campionato finito, Defoe è tornato in Inghilterra in una squadra di bassa classifica.

Dopo otto anni dalla sua fondazione, il Toronto non aveva mai raggiunto i playoff. I tifosi avevano già visto numerosi designated player (i giocatori a cui, per una speciale deroga, si può offrire più dei circa 400,000 dollari previsti come salario massimo dal salary cap) arrivare con grandi promesse e lasciare immediatamente la squadra: Torsten Frings, Danny Koevermans, Mista, Júlio César, Julian de Guzman.

Quel clima pre-Giovinco, di isteria e rassegnazione, si può facilmente comprendere. Il Toronto FC, prima del suo arrivo, rappresentava tutto quello che tuttora non funziona nella MLS: l'incapacità di attirare prima e poi di mantenere i grandi nomi, la contestuale incapacità di valorizzare il talento locale (immaginate uno spogliatoio in cui venti giocatori guadagnano 15mila euro al mese e due ne guadagnano 500mila), la sciatteria manageriale.

Il punto è che la MLS è l'unica delle grandi leghe americane in cui gli atleti non arrivano per restare, salvo quelli prossimi al ritiro. Per anni né tifosi né dirigenti hanno saputo gestire questa singolarità, abbandonandosi al tunnel emotivo delle grandi promesse tradite. Poi Bezbatchenko ha convinto Giovinco, un talentuoso quasi 30enne all'apice della sua curva di sviluppo, e Giovinco ha vinto tutti i premi individuali che poteva vincere: miglior assist-man, capocannoniere, gol dell'anno, miglior debuttante della lega (NOTY), miglior giocatore della lega (MVP).

Garber: One of 'most important' signings in MLS history — Kurtis Larson (@KurtLarSUN)3 dicembre 2015

Come tutte le storie di emigrazione, questa è una storia di tempismo: Toronto è una città che negli ultimi vent'anni dallo sport ha raccolto solo delusioni, nel calcio come nel basket, nel baseball come nell'hockey. Sebastian Giovinco è arrivato nel posto giusto al momento giusto.

Prima di lui, mai un calciatore europeo con ancora tanto da dimostrare aveva accettato un campionato meno competitivo per imporsi come dominatore. Attualmente, secondo ESPN, Giovinco è il secondo giocatore più pagato della lega dietro Kakà; con lui, la classifica ospita una lunga serie di vecchie glorie: Lampard, Gerrard, David Villa. Tutti hanno giocato nel "calcio che conta" finché il fisico glielo ha permesso.

Sul gomito destro Giovinco si è tatuato una faccina sorridente che fa il segno della "L" sulla fronte: "quasi tutti mi dicevano 'hai paura di metterti alla prova, è facile andare in un campionato più semplice, ecco perché hai scelto Toronto'." Né i milioni che guadagna, né la mancanza di ambizione possono spiegare le scelte di vita di chi lo status di perdente se lo sente letteralmente tatuato a pelle.

Semplicemente, come migliaia di italiani prima di lui, ha scoperto che la Toronto italiana gli piace più dell'Italia. Solo gli spettatori di Telelatino, uno dei canali tv della comunità italo-canadese che lo ha intervistato, possono averlo capito davvero: "stranamente, mi sento più qui a casa che magari lì a Torino."

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