10 domande a...

10 domande che hai sempre voluto fare a un professore

Gli studenti italiani sono davvero messi così male?
Vincenzo Ligresti
Milan, IT
23.2.17
Foto dell'autore.

Persona stimabile, stronzo da temere, soggetto da perculare. Senza girarci troppo attorno, sono queste le categorizzazioni universali—combinabili tra loro—che uno studente qualunque affibbia alla figura del professore. Ci siamo passati tutti, persino i professori.

Si tratta di una breve sintesi che, corroborata da infinite discussioni su compiti e interrogazioni, conferma quanto sia eroico (o da sprovveduti) scegliere consapevolmente questa professione. Probabilmente, l'unica spiegazione possibile è che sia un'autentica vocazione, soprattutto quando i dibattiti sugli aggiornamenti del sistema scolastico, l'importanza dell'esame di maturità e l'efficacia dei metodi d'insegnamento abbondano.

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Siccome però a nessuno piace crogiolarsi nelle supposizioni, abbiamo deciso di contattare un professore perché rispondesse alle nostre domande. Eroicamente (o sprovvedutamente), ha accettato di immolarsi Fabio, 37 anni, che insegna italiano e storia in una scuola superiore della Liguria. Quando gli ho chiesto se gli capita mai di arrivare in classe senza essersi preparato la lezione, mi ha risposto: "Fare il musicista mi ha insegnato una cosa preziosissima: di fronte a un uditorio non puoi bluffare. Il pubblico capta immediatamente le esitazioni, sa quando stai temporeggiando." Questo è il resto della nostra conversazione.

VICE: Partiamo da un tasto dolente: vista la recente lettera firmata dai 600 professori, pensi che gli studenti stiano davvero perdendo la capacità di scrivere?
Fabio: I ragazzi di oggi scrivono molto di più dei loro predecessori. Whatsapp, Facebook, Snapchat: migliaia di battute ogni giorno. [La differenza è che] oggi si scrive tanto ma senza controllo. Questa è la prima generazione che utilizza la scrittura con le stesse modalità e finalità della lingua parlata. Addirittura al posto della lingua parlata. Bisogna rispondere entro un minuto (il disvalore è essere lenti, non commettere errori ortografici). Inoltre si deve essere espressivi per non essere fraintesi, ma non si può ricorrere ad artifici retorici classici sennò si è "sfigati", quindi giù di emoticon. Tutto questo, sommato a certe carenze di grammatica e sintassi, rende i ragazzi ipercorrettisti, formalisti senza essere formali.

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In un mare in tempesta, senza salvagente, capaci di galleggiare e solo in piscina, in mezzo ai relitti che ti vorticano pericolosamente intorno, riusciresti a nuotare bene?

Rimanendo su social e internet, come gestite la questione voi professori del 2017? Io ho finito le superiori non più di sei anni fa, ma ora con gli smartphone e la tecnologia il concetto di copiare durante le verifiche e nei compiti a casa deve essere un po' cambiato…
I mastri copisti ci sono sempre stati. Copiare è un'arte e gli stratagemmi efficaci per uscire vincenti da un compito in classe li ha trovati ogni generazione. Indubbiamente internet è una risorsa illimitata, ma nella fretta della copiatura sono altrettanto illimitate le possibilità di incorrere nell'errore. A volte è proprio la certezza di poter trovare facilmente le risposte su internet a fregarti. Insegno da prima dell'avvento degli smartphone e non ho notato significative impennate nei risultati dei compiti in classe: la copiatura la subodoravi tanto prima quanto adesso.

In realtà, la gestione degli smartphone è più complicata nelle ore di spiegazione: favoriscono la deconcentrazione e sono strumenti che con poco sforzo aiutano a fuggire dalla ritualità della lezione.

Un altro dubbio che mi porto dietro dal liceo è la sala professori. Cosa fate davvero lì dentro?
È una specie di sala d'attesa del medico. Ci si siede, si aspetta, si legge. Si chiacchiera con misura. Tendenzialmente ci si lamenta. Come dal dottore, appunto. Non è un luogo di fermento intellettuale. I professori rivoluzionari si ritrovano nei corridoi, negli angoli bui; si passano biglietti incrociandosi nei cambi d'ora, si danno appuntamento al bar. Scherzo. O magari no.

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Come ti gestisci le antipatie e le simpatie in classe? Ci saranno studenti "secchioni" che proprio non sopporti ma a cui devi dare voti alti quando se li meritano, no?
Il secchione non mi dà noia, né mi dà noia il ribelle. Mi irritano i furbetti, quelli che pensano solo per sé, quelli che fanno le vittime. In realtà non ne faccio mai una questione personale. Se un atteggiamento mi disturba lo affronto subito e per me è chiusa lì.

Da alunno invece, ti saresti stato simpatico come professore?
I miei professori preferiti erano quelli che ogni volta creavano spunti per i "viaggioni mentali," come dicono i miei studenti. In un certo senso ho amato gli insegnanti che paradossalmente ascoltavo meno. Parlavano, dicevano qualcosa che girava la chiavetta del mio cervello e partivo. Andato. Io provo a essere un docente di questo genere. Faccio lezione a doppio canale: nozioni e temi. Le prime generalmente ti tengono in classe, i secondi, se stimolanti, mettono in moto la riflessione.

Come ci si comporta se un'alunna palesa un'infatuazione per un professore? Ti è mai capitato?
È capitato durante uno dei miei primi incarichi: avevo 25 anni, lei 17. Non erano atteggiamenti palesi—diciamo che non si scriveva I LOVE YOU sulle palpebre come la studentessa di Indiana Jones—però il suo interesse era abbastanza chiaro. Ad ogni modo, ho fatto finta di non accorgermene, aumentando un tantino le distanze e compensando con un maggiore zelo didattico. Non è una sensazione piacevole perché è difficile maneggiare i sentimenti—specialmente in un contesto così "rituale" come quello scolastico—senza la paura di sbagliare.

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Quali sono le tipologie genitoriali peggiori che tu abbia mai incontrato?
Quelli che "Sì, mio figlio si fa trascinare" e invece il figlio è Masaniello. Quelli che si portano il figlio al ricevimento e lo umiliano quando riferisci qualche mancanza. Quelli che si portano il figlio al ricevimento e lo usano per impietosirti e disinnescarti. Quelli che "Fa casino perché l'avete messo in fondo alla classe" e il figlio ha già fatto il tagliando dei 20.000 km a forza di cambiare posto nella ricerca disperata di un compagno che lo faccia stare buono. Quelli che "Vorrei che mio figlio fosse come Caio. Glielo dico sempre. Caio quanto ha preso l'ultima volta? Nove? Eppure hanno studiato insieme."

Come vivi il fatto che mentre tu invecchi i tuoi alunni sono e saranno sempre giovani? Un mio professore, per esempio, diceva che la viveva un po' male.
È l'incantesimo della scuola. Gli studenti sono sempre giovani e i professori invecchiano. Non mi piace invecchiare ma accade e i ragazzi te lo fanno notare. Non lo vivo benissimo neppure io; non credo si possa vivere questo fatto in maniera asettica. Passano gli anni: prima ti senti un po' uno di loro, le bidelle ti rimandano in classe quando cambi aula; poi sei un professore giovane, qualche maturando ti dà del tu e i colleghi anziani dicono che sei un ragazzino; dopo ancora hai quarant'anni e sei dall'altra parte della barricata.

C'è qualcosa che vorresti insegnare o spiegare ai tuoi alunni, ma che non sei ancora riuscito a fare (o che non puoi fare)?
Vorrei convincerli che stanno vivendo un'opportunità unica. Si dice: "Se il giovane sapesse, se il vecchio potesse." In seguito tutto costa caro, in termini di denaro e sacrificio. Direi loro che gli anni della scuola usati male sono la fabbrica dei rimpianti. Se potessi entrare nella classe del me di quell'età direi che tutto quello che c'è al mondo è a portata di mano ma va preparato e colto fin da subito. Che poi è troppo tardi e che quel tardi arriva così presto da non crederlo. Quel me alzerebbe la mano. Mi interromperei col groppo in gola. "Dimmi," direi. "Posso andare in bagno?"

Per concludere: tutti si lamentano dello stato della scuola italiana, e le polemiche (le ultime: 6 di media alla maturità, alternanza scuola lavoro, buona scuola) sono onnipresenti. Da uno che c'è dentro e che non ha smesso di studiare tanto tempo fa, quale pensi la descrizione più realistica che possiamo farne?
Domenico Starnone nel 1987 ha scritto un libro bellissimo che si chiama  Ex cattedra. Racconta con tanti piccoli aneddoti e riflessioni la vita di un docente e di una scuola come tante dell'Italia di quegli anni. Cosa ne viene fuori? Gli stessi dubbi, le stesse angosce, la stessa insoddisfazione verso l'istituzione, le identiche lamentele riguardo agli studenti.

Quando pensi che ai tuoi tempi la scuola e gli studenti erano un'altra cosa vuol dire che hai bisogno di risintonizzarti. Diciamo che i ragazzi sono meno interessati rispetto a quelli del passato ma è anche vero che sono un numero estremamente maggiore. Il velato (e neanche troppo) atteggiamento "sei cretino, vai a lavorare" è quasi completamente sparito: la tendenza è includere e non più escludere. Si cercano potenzialità, si crede nella diversità. Non si parametra più l'intelligenza.

Talvolta il rischio è ottenere un'istruzione "al ribasso" ma è anche vero che si tratta di un processo che sta muovendo i suoi primi passi. Abbiamo il dovere di correggerlo e sono certo che ce la si farà. Ci si lamenta dello stato delle nostre scuole: in Germania hanno strutture incredibili, rispetto a noi sembra di vivere su un altro pianeta. Se poi, però, penso alla scuola nella quale mi sono formato neanche vent'anni fa e la paragono a quella in cui insegno vedo enormi, e ripeto enormi, passi avanti. Ciò che manca a questo Paese è la fiducia e la consapevolezza che l'azione civica di ognuno di noi lo trasforma in meglio. Cogliere il buono, rispettarlo e farlo fruttare è già progresso.