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Music by VICE

Le recensioni della settimana

Quali dischi ci hanno fatto vomitare e quali ci hanno messo il sorriso questa settimana: Chainsmokers, Sick Tamburo, Pontiak e altri.

di Noisey Staff
20 aprile 2017, 12:54pm

Ogni Settimana Noisey recensisce le nuove uscite, i dischi in arrivo e quelli appena arrivati. Il metro utilizzato è estremamente semplice: o ci piacciono e ci fanno sorridere, o non ci piacciono e ci fanno vomitare.

THE CHAINSMOKERS
Memories… Do Not Open
(Columbia)

Forse non ve lo ricordate, ma se oggi siamo qua a parlare dei Chainsmokers è perché a dicembre 2013 se ne erano usciti con quella tamarrata clamorosa che era "#SELFIE", un pezzo con il cazzo di hashtag compreso— il cazzo di hashtag compreso—che parlava di come le tipe nel club si odiano tutte e si parlano dietro le spalle e fanno a gara a scoparsi i fighi ma prima si fanno i selfie. Che, penso siamo tutti d'accordo, è una visione molto progressista e contemporanea dell'universo femminile. Poi Steve Aoki se li è presi in spalla, ha cominciato a far partire i loro dropponi sudati dalle casse e ora 'sti zii sono tutti lì a recitare il ruolo dei romanticoni ricchi privilegiati, misogini mascherati che dichiarano nelle interviste che fanno musica solo per scopare. Non cambierà il mondo per un altro disco pop vuoto come lo spazio profondo, eh. Ma magari arriverà un momento in cui cominceremo a interessarci un attimino di chi c'è dietro alla roba che ci viene fatta ascoltare. Anche se probabilmente no. :-(
MARIO RADICALE

ADELE H.
Civilization
(Obsolete)

La primavera, stagione di frizzanti scivoli, è il periodo migliore per ascoltare l'ultimo lavoro di Adele H., qui giunta a una definitiva focalizzazione dei suoi mezzi e delle sue energie. Che qui sono quasi animiste, romantiche ma nello stesso tempo dure , come una corteccia di un albero secolare, come la brezza che sfiora la brina, come riti pagani consumati su un prato infinito con litri di vino e satiri che escono di qua e di là a indicare la strada della natura, lontana dalla civiltà, appunto. La civilizzazione però fa capolino dall'altro lato della pianura, come a ricordare cosa è giusto e cosa no. La voce di Adele tesse layers sonori come pietre di una piramide e raggiunge il cielo mischiando un po' di tutto: gospel, roba celtica, suggestioni a la Laurie Anderson, folk "neologista" che viene da frammenti di ricordi sonori messi insieme alla rinfusa e il risultato è unicamente… Adele. Di conseguenza armatevi di sostanze psicotrope, spogliatevi, andate a fare esperienze ai cancelli dell'alba portandovi un piccolo ghetto blaster con questa sinfonia dedicata al caso: magari troverete il paese dei puffi. O forse, più "semplicemente", la primavera del Botticelli in carne ed ossa.
PAOLO PIBASSO

SICK TAMBURO
Un giorno nuovo
(La Tempesta)

Perché questa roba si autopercepisce diversa da, che ne so, Arisa? Perché ha la chitarra elettrica? Il primo pezzo per testo, melodie, voce in primo piano e per il generale sentore che emana di "musica accomodante" è esattamente uguale a quello che passa Radio Italia, anche se la chitarra è leggermente distorta. Le cose non migliorano andando avanti: testi orribili ("sei il mio angelo e ti voglio sei il mio demone e ti voglio/e quel vuoto intorno a te e gli occhi tuoi struggenti/le tue mani su di me, così io vengo, sei il mio angelo e ti voglio sei il mio demone e ti voglio" - non scherzo, dice davvero così), melodie e arrangiamenti banalissimi. Quanto è brutta per esempio "Oltre la collina", con quello svolgimento chitarra acustica nella strofa e pum "l'esplosione" nel ritornello, fatto in modo talmente pulitino che Pixies e Nirvana sembrano i Lightning Bolt? "Perdo conoscenza" potrebbe essere stata scritta da dei dodicenni, "Con prepotenza" è di una noia mortale pur durando meno di 4 minuti, in "Dedicato a me" c'è un riff che sembrerebbe fuori tempo massimo su un disco dei Marlene Kuntz degli anni '90: sono veramente una peggio dell'altra, in una c'è perfino ospite Motta.
Il fatto che fortunatamente in questo momento storico questa roba orrenda non sia di moda (è di moda altra roba orribile) non è una scusante per romanticizzarla o parlarne bene, e finché giornali e webzine non diranno chiaramente che questa è semplicemente brutta musica non possiamo lamentarci del fatto che abbiano perso ogni credibilità.
SEVERO MA GIUSTO PIO

DJ SEINFELD
Ruff Hysteria
(Natural Sciences)

Dobbiamo dire grazie a un algoritmo di YouTube per DJ Seinfeld, che se non era per un bot illuminato sarebbe ancora lì nei meandri di Bandcamp a cercar di sfondare. E invece siamo qua a poterci godere la sua lo-fi house tutta frusciosa e distorta che sembra uscire da un impianto avvolto nella bambagia e pucciato nella gelatina. E sapete benissimo quando la bambagia e la gelatina siano cose piacevoli da avere, rispettivamente, attorno al corpo e dentro allo stomaco. Soprattutto quando dentro le orecchie hai quello che al tuo amico che dice di ascoltare "solo musica commerciale" sembrerebbe un mp3 rippato male, e invece.
L'ARTIGIANO

PONTIAK
Dialectic Of Ignorance
(Thrill Jockey)

I Carney ormai la Thrill Jockey non la mollano più, o forse è la Thrill Jockey a non voler più mollare i tre agricoltori della Virginia. Sia come sia, i tre fratelli piazzano un altro tassello, l'ottavo in dodici anni, nella propria nutrita produzione, e continuano a non sbagliare mai. Magari è merito della fatica che fanno nei campi durante il giorno, magari è il granturco alle vitamine che la mamma gli mette nel piatto, ma non c'è pericolo che da casa Pontiak esca un disco sottotono. Placati gli animi stoner che infiammavano Innocence, in questa inusuale pausa di tre anni i Carney hanno allevato il proprio animo più lisergico e psichedelico, e devono aver assorbito parecchio folk dal deserto dimora di Evan Caminiti e Jon Porras: ne escono delle placide e slabbrate chitarrone, ora più muscolari ("Ignorance Makes Me High") ora più sinuose ("Hidden Prettiness" è uno splendore) su cui i tre cantano soavemente e ci stregano per l'ennesima volta. Classe da vendere.
PSYCHEDELIC PANNOCCHIA

HEROIN IN TAHITI
Remoria
(Soave)

Sono due anni buoni che Mattioli non scrive più per Noisey o Vice, possiamo dire con tranquillità e senza il sospetto di farlo pro domo nostra, che gli Heroin in Tahiti sono uno dei migliori gruppi italiani? Se non avete mai ascoltato Sun and Violence correte a farlo immediatamente. I due hanno il merito di fare bella musica con dietro un'idea precisa (mescolare certo surf rock a atmosfere tipicamente italiane), di essere originali e piuttosto unici anche a livello mondiale (anche se Mattioli col suo atteggiamento romano per cui non bisogna mai prendersi troppo sul serio direbbe che si limitano a copiare certe cose dei Sun City Girls).
Se Death Surf metteva a fuoco l'obiettivo, Canicola, Peplum e lo split rifinivano alcuni contorni e Sun and Violence è un lavoro monumentale destinato a fare la storia, qui gli Heroin in Tahiti trovano una sintesi, nel loro lavoro forse più coeso e scorrevole.
Il concept parla di una città possibile, quella che sarebbe stata Roma se fosse sopravvissuto Remo al posto di Romolo, ma a me personalmente il disco ricorda molto la Sicilia, forse per la presenza di quello che mi sembra un marranzano - ma potrei benissimo essermelo sognato, che se avessi fatto il conservatorio non sarei qui a scrivere su Noisey. In chiusura abbiamo pure un bel pezzo molto melodico e cinematografico. Ora speriamo che questi scansafatiche alzino il culo per fare qualche live.
EMPIO MOZZICONE

SYSTEM HARDWARE ABNORMAL
BUTZ
(Stront)

La linea di demarcazione tra estasi e disagio è piuttosto sottile, soprattutto quando si tratta di cose più o meno impegnative da farsi passare nei canali auditivi tipo la power electronics—quella cosa lì che, semplificando, prende il bordello in forma elettronica rovesciando in positivo le qualità che un essere umano qualsiasi definirebbe "fastidiose". System Hardware Abnormal, che— full disclosure—è il nostro Demented Burrocacao, fa proprio questa cosa qua sul suo nuovo album. Ci sono pezzi che dovrebbero essere irritanti come una mosca che ti ronza attorno di notte, fischi che neanche l'amplificatore quando frigge, fruscii in continua interruzione come se a Basinski oltre che ai nastri smagnetizzati fosse andato a puttane anche il mangiacassette, breakbeat lì lì per annegare sotto a ondate di rumore, momenti di quiete apparente che è un piacere sentire cadere a pezzi. Voi provate a darci un ascolto, poi magari vi rendete conto che siete dalla parte "disagio" del confine. Ma magari no—ve lo auguro caldamente.
LUCA TURILLI, IL CHITARRISTA DEI RHAPSODY

MILKING THE GOATMACHINE
Milking In Blasphemy
(Napalm)

In principio fu "Surfing Goataragua" e furono grasse risate, ma adesso, al settimo disco in otto anni, anche basta. I titoli fanno sempre ridere, l'immaginario ovino pure, stavolta anziché il death metal perculato in Goatgrind il deathgrind dei berlinesi mena per il naso il black metal, ma la musica è un po' quella che è. Lenta, banale e troppo ben prodotta per essere soddisfacente. Napalm Records, povera, continua imperterrita a stampare cazzate e stavolta non bastano "GoatEborgian Hunger", "Goats In A Throne Room" o "Nemesis Bettina" a giustificare l'acquisto, e in realtà neanche l'ascolto. Come sempre c'è molto dei Kataklysm versione anni '00, senza il divertimento che Maurizio Iacono e i suoi riuscivano a infilare in album tamarri come Shadows And Dust. Mikling In Blasphemy, è deathgrind, sì, ma non è zarro. Tutto troppo facile e troppo scialbo, come il piatto di minestrina che mangiate quando avete l'influenza: non sa di niente e fa andare al cesso. Che poi, i breakdown non sono passati di moda nel 2005?
SEVENTH GOAT OF A SEVENTH GOAT

DAVID KANAGA 
Operaism
(Orange Milk)

Ho provato a leggere le spiegazioni di questo lavoro di Kanaga e non ci ho capito un cazzo. D'altronde se ascoltate il disco, c'è poco da capire: verrete sotterrati da un insieme di input che sfiorano le orecchie come asteroidi, fra l'arcade music e l'opera contemporanea cacofonica, i cartoon (ampi i campionamenti "recitativi" di Donald Duck), con parti quasi ligetiane revisionate da uno Zappa in calore. Insomma, un'inedita digital opera la cui ambizione credo sia quella di sfoltire i neuroni degli ascoltatori con una bella cesoia, ma anche di concentrarci sulla questione operaia dei nostri tempi vedendola da un punto di vista orwelliano ma anche cazzone. Nel concept pare che il mondo animale stia sviluppando un grande videogame (!) , ma ci sono frizioni fra l'unione dei lavoratori animali e la fantomatica Koch games (!) ed ecco che la domanda si pone in questi termini: "Will there be Unity and community, or will Multiplicity and individuality prevail?" Ah boh. Ve l'avevo detto che non avevo capito un cazzo no?
DONKEY GONG

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