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I professionisti dello sporco

Rovistare nella merda altrui è un lavoro serio.
21.4.10

Ron Alford in una situazione critica nell’Upper East Side di Manhattan.

Alle 8 del mattino di un martedì assolato mi accingo a raggiungere l’unità di crisi che si è raccolta tra l’82esima strada e l’East End Avenue. Mi hanno chiamato un’ora fa. “Immagino che tu sia in buona forma fisica,” mi ha detto Ron Alford al telefono, come per mettermi in guardia. Ron è il direttore di Disaster Masters, una compagnia che si occupa di gestione crisi, specializzata nel segmento dei “disposofobici”, anche conosciuti come accumulatori patologici. Il motto aziendale è: “Caos sotto controllo.” Come quella dei poliziotti o degli insegnanti di educazione fisica, la voce di Ron sembra fatta apposta per dare ordini. Gli ho risposto che sì, sono in forma. “Bene,” mi dice lui, “mettiti dei vestiti da lavoro e raggiungici alla svelta.” L’indirizzo che mi dà corrisponde a un palazzone nell’Upper East Side di Manhattan, ingresso arredato con mobili color sabbia e portiere in livrea.

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Nel mio zaino ci sono due bottiglie d’acqua e una barretta energetica; indosso un giacchetto da lavoro, jeans da carpentiere e delle scarpe belle robuste. Un furgone grigio senza insegne è parcheggiato di fronte al palazzo, e quando busso sul finestrino la portiera del conducente si apre. Ron è al volante e accanto a lui siede una donna bionda piuttosto attraente. Ron ha quasi 70 anni e quel look compatto e un po’ trascurato da veterano di guerra—e non a caso, visto che è stato per sei anni nella Guardia Costiera. La donna si presenta come Melissa.

Ron mi fa entrare nel furgone e chiude lo sportello, così mi ritrovo nello spazio minuscolo tra il volante e la portiera. A questo punto mi danno qualche informazione sul cliente di Ron, un uomo sulla cinquantina, iniziali CM, che vive in un appartamento al decimo piano del palazzo. Ha vissuto con la madre in questo bilocale per tutta la vita. La donna, quasi ottantenne, di recente è caduta e ha sbattuto la testa. CM ha chiamato la polizia, ma è andato nel panico quando sono arrivati, e si è rifiutato di farli entrare. I poliziotti hanno sfondato la porta e portato via la madre in barella, e le squallide condizioni in cui l’appartamento versa sono state annotate nel verbale. L’anziana donna è stata trasferita in una casa di riposo, mentre un avvocato è stato incaricato della gestione dei beni, incluso l’appartamento. Dopo la pulizia di Disaster Masters, l’appartamento verrà messo in vendita, e CM trasferito. La madre non rivedrà mai più la sua vecchia casa.

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Questo, mi spiega Ron, è un caso tipico per loro, anche se in realtà è impossibile trovare casi di accumulo patologico esattamente uguali tra loro. Una cosa però non cambia mai. "Il cliente," mi dice, "cercherà sempre di manipolarti." La serie tv Hoarders, aggiunge, è una cazzata. “Strizzacervelli, assistenti sociali e psicoterapeuti non hanno mai curato fumatori, alcolizzati, obesi, giocatori o malati di sesso, eppure i media li fanno lavorare con i ‘clienti’ come se potessero offrir loro un aiuto reale.” Come ogni drogato, un ‘cliente’ non può essere aiutato veramente a meno che sia lui a chiedere aiuto e tutoraggio, mi spiega Ron. Ma mai una terapia: “Il tutoraggio è incentrato sul futuro. La terapia è ancorata al passato.”

Una squadra formata da quattro uomini siede nel retro del furgone, a cui è attaccato un cassonetto dell’immondizia preso in affitto. Questi uomini, che Ron chiama caballeros, sono la sua forza lavoro. Uno di loro, Hercules, fa sette chilometri di corsa e 500 addominali ogni mattino. Melissa mi dice che per lei i caballeros sono come dei benefattori. “Non giudicano, non fanno domande, non rubano… Sono dei ragazzi d’oro.”

Mentre aspettiamo di poter salire, Ron distribuisce dei guanti in lattice verde e delle mascherine. Melissa mi avverte che l’appartamento è pieno di materiale pornografico e sporcizia varia, e mi chiede se voglio salire per un minuto prima che vadano gli altri, per prendere confidenza col posto, e, all’occorrenza, poter vomitare. Le rispondo di no, che non avrò problemi. Quando il portiere fa un cenno a Ron e apre la porta di servizio, scendiamo dal furgone e ci riuniamo brevemente accanto alla porta per un secondo round di istruzioni. “Cominciamo lentamente e finiamo velocemente,” dice Ron, che poi mi dà un taccuino rosso da tenere con me. Entriamo in ascensore, con Ron che fa una battuta sui Mets e dei commenti sulla copia del New York Post che qualcuno sta sfogliando. C’è una strana atmosfera di attesa, una sorta di vigilia di Natale. I caballeros stanno tutti in silenzio, e lo stesso vale per me.

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Finalmente siamo di fronte alla porta. “Sei pronta, bella?” mi fa Ron. Annuisco, e la porta viene aperta lentamente.

Ron dissotterra le letture meno sconce di tutta la casa.

CM è un uomo piuttosto pesante, con l’espressione di qualcuno che è stato lasciato solo con le sue stranezze troppo a lungo. Non dà l’impressione di essere fuori di sé per quanto stia accadendo, quanto piuttosto di essere ottusamente seccato. Ha capelli oleosi lunghi fino alle spalle e le sue tette sono molto più grandi delle mie. Dietro di lui c’è un po’ di spazio libero in cui ci si può muovere, ma il corridoio è completamente pieno di robaccia. Ron entra per primo, guidato dalla sua pancia (una pancia fantastica, rotonda come quella di un alcolizzato, ma fatta di soli muscoli. “Devo trattenere la pancia come J.Lo” mi dice dopo. "Quando cominci a invecchiare va tutto a rotoli.”)

Cominciamo lentamente, cercando di dare un ordine al casino che regna nella stanza, di stabilire delle direttive e decidere cosa rimuovere per primo. Le varie manovre non sono affatto facili, visto che lo spazio straborda di rifiuti: bottiglie di Corona, cartoni della pizza, bottiglie di soda, un pianoforte, sacchetti del McDonald’s e pile di altri rifiuti che in alcuni punti raggiungono il metro d’altezza, e in altri punti sono ancora più alte. Ci sono monete, scontrini, scatole di torte confezionate, cucchiai di plastica e accendini. Da qualche parte, sotto tutto questo casino, c’è un bell’appartamento, con una buona struttura e delle stanze ariose e ben illuminate. Ora come ora, i muri sono ricoperti di quello che sembra essere un mix di merda, sperma e sangue, in percentuali variabili a seconda delle stanze. La puzza è a dir poco pungente. È spessa, densa. A ogni respiro mi sembra quasi di ingoiare una qualche sostanza disgustosa. È come infilare la testa nell’ascella, la bocca e i genitali di qualcuno, tutto in una botta sola.

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Solo una delle cinque luci della casa è ancora funzionante, e le finestre sono tutte coperte, quindi i caballeros portano dentro delle torce. CM è ombroso e protettivo con la sua roba. “Tutto quello che sta in cucina non va toccato,” urla. “La roba nei cassetti è privata.” Si muove di stanza in stanza, cercando di segnalare quelle parti della casa che secondo lui non dovrebbero essere toccate, fino a che Ron lo mette a sedere sul divano, ordinandogli di non interferire. A quel punto c’è un attimo di silenzio, poi segue qualche rumore di rovistamento, e tutti tornano al lavoro. Mi accorgo che l’entrata del bagno è un ottimo punto da cui osservare le operazioni, quindi mi ci posiziono e guardo Ron e i caballeros che mettono manciate di monnezza in grandi buste nere. Uno dei ragazzi entra nel bagno, dà un’occhiata veloce al cesso, tutto sporco di merda, e chiude la tavola dandogli un calcio. Il lavandino del bagno contiene un asciugacapelli, degli esaltatori di sapidità in bustina, una scatola di gelati, adesivi ammazza-mosche e un DVD intitolato Candy Stripper, con in copertina un’infermiera che viene penetrata analmente. Ron entra a sua volta nel bagno, per mettere un bel po’ di film porno nel lavandino. “Il tipo è un figlio di papà” mi dice, cercando di dare un senso a tutte quelle sconcezze. Scorro con gli occhi i titoli: Slavemeat IV, Latex Mania, Blonde and Anal, Bad Bondage Dream. Ci sono DVD di tutti i tipi: feticisti delle palle grosse, feticisti dei calzini sporchi, dildo di ghiaccio. Ginza Sex Slaves, Mouth Meat, Bondage Dolls, Submission Complex, Curry Cream Pie, Girls of Pain II, Punishment of Goth Girl, Tortureshop. Nel salotto ci sono pile di DVD così alte da raggiungere il soffitto—mi viene il dubbio che forse guardare i porno sia come guardare film horror o thriller. Voglio dire, più ne guardi meno ti fanno effetto? Il tuo porno-metabolismo si velocizza?

CM, che ha insistito per rimanere anonimo, si rilassa sul divano con la sua libreria porno davanti al muro di caccole e sperma.

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Dalla mia posizione osservo CM sul divano, immobile come una statua. Si è messo un cellulare sulla pancia e sopra di lui il muro è coperto da un milione di caccole, e da altre macchie che sembrano essere di cibo e sperma. CM rifiuta di farsi fotografare, ma Ron si ferma ugualmente a cercare la sua macchina. “Ce l’hai addosso,” gli fa notare Melissa dopo un minuto, e quindi cominciano a scattare foto della casa, facendo attenzione a non includere il loro cliente. “Userai queste foto per fare pubblicità?” Chiede CM, la mano sulla pancia. “No,” risponde Ron. “Perché a me dà tutta l’aria che tu voglia farti pubblicità.” La rabbia gli sta crescendo. Guardo i muri e mi chiedo se quelle macchie non siano state fatte proprio in momenti di rabbia. Melissa prova a rispondergli: “Hai presente i dottori che fanno le radiografie ai pazienti quando li curano? Queste foto per noi non sono altro che radiografie.” CM borbotta tra sé e sé qualcosa che non riesco a capire, e Ron lancia un’occhiata a Melissa. Da lì in poi non parlerà più col cliente. Come Ron mi spiega dopo, “CM ha problemi con le donne, è evidente. È come giocare al poliziotto buono e poliziotto cattivo. Melissa oggi fa quello cattivo.”

Mi chiedo in che rapporti siano Ron e Melissa, lei è abbastanza giovane da poter essere sua figlia.

“Ron è mio marito,” Melissa sorride quando glielo chiedo. “Prima eravamo concorrenti.” Sorrido anch’io. La situazione è divertente e quasi romantica. Fanno praticamente ogni lavoro insieme. Si sono conosciuti grazie a una pubblicità online fatta da Melissa per promuovere i suoi corsi per organizzatori professionisti, e ora vivono insieme tra il Queens e New Milford, in Connecticut. Ci fermiamo lì, nessuno di noi è interessato ad avere maggiori dettagli sull’argomento.

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“Adoro lavorare con lui,” mi dice. ”Fa sempre sentire meglio tutti quanti, a prescindere dalla situazione che ci troviamo davanti.”

Dopo le foto il lavoro si fa più veloce. Il che non fa una piega—non penso che chiunque debba occuparsi di pulire un posto del genere voglia trattenersi più del necessario. Interi strati di lerciume rimasti là per 20 anni spariscono in pochi minuti. Il lavoro si svolge a mo’ di catena di montaggio: Ron, Melissa, due dei caballeros e io impacchettiamo la monnezza e allineiamo le buste nel corridoio. Un altro dei ragazzi butta le buste in un carrello e lo spinge fino all’ascensore alla fine del corridoio.

Il quarto uomo mette le buste nel cassonetto e ci salta sopra per comprimere il tutto. Tutto ciò che può avere un valore—oggetti antichi, documenti bancari—viene messo da parte per essere analizzato in seguito. Non direi che il termine “accumulatore” sia del tutto appropriato per descrivere CM—mi pare semplicemente che abbia una forte avversione a buttare la spazzatura. Al contrario, il termine “crisi” non fa una piega se riferito alla situazione della sua casa.

In pochi minuti sgombriamo il tavolo dell’ingresso per scoprire una superficie in vetro ricoperta di cacca, o almeno così sembra. Una crosta di pizza—di quanti anni fa?—sommersa dalla forse-cacca, pare un dito raggrinzito. Sul pavimento ci sono profilattici e un dilatatore anale. Ron lo identifica al volo, mentre io non l’avevo riconosciuto. Melissa fa notare a Ron che non sta indossando la sua mascherina e gli dice di mettersela. Una richiesta più che ragionevole, visto che Ron ha passato lo scorso Natale in ospedale con la polmonite.

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Ron dà un’occhiata al groviglio di fili che ha appena scoperto vicino alla televisione. “Non riesco a capacitarmi di come questo figlio di puttana sia ancora vivo.” Del sudore gli scende dalla fronte. Per un attimo si intravede un uomo di 70 anni che svolge un lavoro adatto a gente molto più giovane. Ci appoggiamo al muro, contenti di poter prendere una pausa dalle mascherine. I caballeros portano via dall’appartamento una chaise longue. A Melissa cominciano a tremare le mani. “Le mie dita stanno diventando deboli a forza di afferrare cose,” mi spiega. ”Ho provato a imparare a suonare la chitarra ma non avevo abbastanza forza per farlo.” Una vicina di pianerottolo di CM, con rossetto viola prugna, emerge dall’ascensore, si accorge della nostra attività e comincia a trascinarsi verso di noi a passo di lumaca. “Ecco che arriva l’investigatore,” mormora Ron.

La vicina indica timidamente la porta mentre ci raggiunge. “Vive ancora lì?” ci chiede. Ron annuisce. La vicina fa un po’ di domande. Che sta succedendo? Chi paga per il servizio? CM rimarrà in quella casa?—ma Ron ha le labbra cucite. Alla fine la vicina se ne va, chiaramente insoddisfatta. “Cerco sempre di tenere alla larga i ficcanaso,” mi dice Ron dopo. “Quello che diciamo sempre ai vicini è che stiamo facendo le pulizie di primavera. Non sono affari loro.” Penso a quello che Ron ha appena detto, e lui insiste. “I vicini… Passano, guardano l’appartamento e rimangono sconvolti. Ma ogni essere vivente ha questo problema. Siamo tutti compulsivi in un certo senso. Io ad esempio ho un bisogno compulsivo di pisciare ogni giorno. Sono un pisciatore compulsivo.”

Da dentro l’appartamento si sente il rumore di una lastra di legno buttata a terra. “La pausa è finita,” dice Ron, soffiandosi il naso prima di tornare dentro. Ci mettiamo le maschere e lo seguiamo.

A questo punto il pavimento è stato ripulito, e vedo che le assi del pavimento sono ridotte in uno stato quasi molliccio. È difficile immaginare quanto potrebbe costare una ristrutturazione. Ugualmente difficile è capacitarsi di come una sola persona sia responsabile di tutti questi danni, tanto più se viveva insieme alla madre anziana. Una fattura della manutenzione, di 71.000 dollari, viene ritrovata nell’ingresso durante la pausa.

Apro un armadio e mi cascano addosso altri DVD, come in una scena dei cartoni animati. Uno di questi mi colpisce alla testa. Ragazze mascherate vestite in latex che si masturbano con vigore, come dice il retro della confezione. Cosce bene aperte e uccelli enormi che si fanno strada nei meandri più profondi delle loro fighe squartate. Profusioni di piaceri solitari.

Ripongo il DVD insieme agli altri nel lavandino. È una sensazione strana rovistare tra le cose di qualcuno con il permesso delle autorità. Nonostante le garanzie, non può essere giusto ficcare il naso nei cassetti degli altri e buttare nella spazzatura quello che c’è dentro. Ti dà la stessa sensazione di imbarazzo e intimità non voluta che provi quando entri per sbaglio in un bagno occupato. Rivolgo lo sguardo a CM, seduto sul divano, e lui mi guarda senza alcun interesse. La mia faccia è quasi del tutto coperta. La mascherina, oltre a filtrare i cattivi odori, garantisce l’anonimato. Riesce a trasformare una ragazza sensibile, che prova disgusto e orrore per quello che ha visto, in uno sterile robot delle pulizie.

La stanza da letto è più o meno come il resto della casa, con una differenza: ci sono soldi sparsi dappertutto. Le banconote si sono indurite fino a diventare delle striscette rigide. C’è anche una scatola piena di una sostanza non identificata in via di decomposizione. Una scarpa col tacco giace su una pila di cartoni unti, e tutto a un tratto osservo che nel caos totale della stanza c’è una specie di filo conduttore. Zeppe borchiate, stiletti con le cinghie, tacchi a spillo con lacci in nylon: ci sono scarpe da donna ovunque, e la maggior parte di queste è ricoperta di ragnatele. Non è il tipo di scarpe che una donna di 80 anni indosserebbe. Appoggio il piede su una scarpa con il plateau in finta lucertola e vedo che è più o meno del mio stesso numero. Il cliente non è di certo un travestito. Quindi mi guardo attorno in cerca di altri indizi sulle scarpe, e quando Melissa mi raggiunge nella stanza da letto, le chiedo qual è la sua teoria a riguardo. “Prostitute?” mi dice, mentre si piega per esaminare il tutto. Ma sembra che molte paia siano incomplete, e da questo deduciamo che si tratta molto probabilmente di un feticista dei piedi. Col passare dei minuti, sempre più elementi femminili emergono dal casino: un gattino in porcellana, il dipinto di un fiore appeso al muro. Verso l’ora di pranzo facciamo una pausa, ed Hercules dà a Ron una busta trasparente con dentro delle carte. La maggior parte dei clienti, mi spiega, non ha problemi di soldi. Proprio la settimana prima avevano trovato i documenti di un conto corrente con 30.000 dollari di cui il cliente si era completamente dimenticato. Il mese precedente avevano rinvenuto un set da scacchi del valore di 80.000 dollari.  Né Ron né Melissa vogliono darmi dei dati esatti sul loro lavoro. Ad esempio, non vogliono dirmi quanto chiedono in media, o quanto tempo impiegano a finire, o come si presenta di solito l’accumulatore medio. Mi dicono che non è insolito, nel caso in cui il sistema idraulico non funzioni più, trovare buste piene di escrementi o bottiglie piene di urina. O pile di assorbenti usati. “Non c’è niente che non abbia visto,” dice Ron. “Gatti morti. Piccioni morti. Gente morta. Quando c’è proteina fresca, lo puoi sentire a un chilometro di distanza. È disgustoso.” L’anno scorso, durante un lavoro, Melissa ha contratto l’hantavirus, una malattia potenzialmente mortale trasmessa dal contatto con escrementi di topo, e questo nonostante indossasse l’equipaggiamento protettivo. Mi dicono che un terzo dei clienti sono occupati in quelli che vengono chiamati lavori “altruistici”: infermieri, impiegati statali, insegnanti, assistenti sociali. Questo sembra trovare conferma nel programma televisivo Hoarders, i cui protagonisti includono uno psicologo in pensione, un veterinario, un pompiere e un ufficiale di polizia. Chiudiamo la porta dell’appartamento e ci leviamo i guanti. Mentre ce ne andiamo stiamo tutti a osservare in silenzio il tritarifiuti posizionato a 30 metri dalla porta. In ascensore Ron mi racconta qualcosa in più sulla sua vita, ad esempio che è nato in Georgia e si è trasferito a New York negli anni Settanta. “C’erano ancora le lucciole sulla 42esima,” mi dice. “Era divertente guardarle.” Quando usciamo dal palazzo e ci leviamo le maschere, l’aria di New York sembra profumare di fiori e rugiada. È l’aria col profumo migliore che abbia mai sentito. Sono ricoperta di un sudore che, appena usciamo, si asciuga in un attimo, il che mi dà qualche brivido. Hercules e Melissa tossiscono. Siamo a fine gennaio e fa freddo, io ho ancora tra le mie mani il taccuino rosso di Ron. “Sono Capitan Monnezza,” dice Ron di punto in bianco, per poi chiedere se qualcuno vuole andare a mangiare. Anche se mezzogiorno è passato da un pezzo, il pensiero del cibo non mi sfiora neanche. Ma sono la sola. Ron, Melissa e il resto della squadra, nonostante tutto, sono già affamati.