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Amore libero e LSD: com'era vivere in una comune anni Settanta in Italia

Tra gli anni Sessanta e Settanta, Dinni Cesoni ha fondato e vissuto in una delle primissime comuni urbane italiane. L'ho contattata per parlare con lei del movimento giovanile e della cultura underground di quel periodo.

di Vincenzo Ligresti
16 marzo 2016, 8:42am

Tutte le foto sono state scattate nel 1970-71 nella comune di Ovada (AL) da Gigi Respighi, per gentile concessione di Ignazio Maria Gallino.*

Retaggi fascisti, famiglie patriarcali, società sessuofoba e cattolicesimo imperante. Ok, in effetti non è cambiato granché, ma negli anni Settanta in Italia capitava che qualche giovane decidesse di scappare di casa e da tutto questo alla ricerca di qualcos'altro.

Erano spinti dall'esempio della Beat Generation e da quanto accaduto qualche anno prima negli Stati Uniti, e in alcuni casi questo qualcos'altro diventava una comunità come quella di Ovada, una cittadina del Piemonte che tra il 1970 e il '71 ha ospitato una comune basata sui principi dell'autogestione e della vita in armonia con la natura. Per qualche mese, decine di ragazzi—anche minorenni—erano arrivati tramite il passaparola nei casolari abbandonati dell'appennino ligure-piemontese, e ci erano rimasti finché le pressioni delle forze dell'ordine non avevano scatenato un controesodo e il successivo declino.

Ma la comune di Ovada non era l'unica in Italia, e tra chi ne faceva parte a Milano c'era Dinni Cesoni, "ex comunarda, psicologa, e indiana d'adozione." L'idea di contattarla mi è venuta quando ho sentito parlare di La comune, il nuovo film di Thomas Vinterberg che racconta la storia di una famiglia che fonda una comune in un quartiere esclusivo di Copenaghen. Così ho fatto una piccola ricerca e ho scoperto che una tra le primissime comuni urbane italiane, nate e sviluppatesi tra il 1967 e il 1977, è stata fondata in via Giambattista Vico a Milano, proprio accanto al carcere di San Vittore.

Dinni è stata tra i fondatori di quell'esperimento, e davanti a un caffè mi ha parlato di come lei e altri giovani volessero evadere al punto di fondare insieme e in assoluta libertà dei luoghi di appartenenza dentro e al riparo dalla città—e di come tutto sia finito "dopo dieci anni di utopia."

Una dei membri della comune di Ovada, nella sua stanza del casolare dello Scorpione.




VICE: Ciao Dinni. Com'è nata la decisione di fondare e andare a vivere in una comune?
Dinni Cesoni: A dir la verità, è stato un fenomeno spontaneo. Alla fine degli anni Sessanta si respirava un'atmosfera terribile di autoritarismo, perbenismo, conformismo, e noi giovani ci sentivamo soffocare. Per farti un esempio, all'Università Statale noi ragazze non potevamo indossare i pantaloni, era assolutamente vietato. E mentre io a 20 anni potevo rientrare a casa al massimo alle otto di sera—nonostante mio padre fosse un liberale—i giornali iniziavano a parlare di "mondo beat" e di "sporchi capelloni."

Con questo spirito di ribellione, con un gruppo di amici del liceo e dell'università abbiamo iniziato a frequentare uno dei primi corsi di yoga. Sapevamo che a Berlino e in Inghilterra erano nate delle comuni sull'esempio americano e da lì ci è venuta l'idea. Così, nell'ottobre del 1968, in sei persone—due coppie, tre uomini e tre donne—ci siamo trasferiti in via Vico.

Come avete trovato la casa? E soprattutto come siete riusciti a mantenervi?
Eravamo tutti giovani, studenti e senza un soldo perché i nostri genitori non appoggiavano per nulla la nostra scelta. Ci è venuto incontro un amico architetto di 25 anni. Lui lavorava e conosceva Milano molto meglio di noi. All'epoca c'erano queste immense case borghesi che cadevano a pezzi dove nessuno voleva andare e abbiamo trovato un appartamento pazzesco, con quattro camere, la cucina e quello che chiamavamo il "salone delle feste".

All'inizio l'architetto ha messo a disposizione il suo stipendio, ma a poco a poco un po' tutti abbiamo trovato dei lavoretti più o meno precari. Alcuni creavano gioielli artigianali che vendevamo tutti la sera nei locali, un altro amico ha iniziato a lavorare come fotografo e io, non so come, mi sono improvvisata giornalista di moda. Poi nello stesso pianerottolo si è liberato un altro appartamento e siamo diventati 11.

Sulla riva del torrente Piota.

Nella comune non esisteva una giornata tipo?
Diciamo che non ci annoiavamo [ride]. Quando nel '69 i ragazzi proletari d'Italia hanno iniziato a scappare di casa, dove andavano? Qui a Milano arrivavano prima a Brera, il nostro quartiere—che prima di diventare quella tomba che è oggi era il quartiere degli artisti e degli alternativi—e poi andavano a "bussare" alla porta delle varie comuni a cercare ospitalità. Noi ospitavamo tutti i fratelli che passavano per qualche giorno o mese, anche se provvisti solo di chitarra e sacco a pelo.

Infatti non eravamo mai in 11, eravamo sempre molti di più. Del cibo non ci importava, mangiavamo quando capitava. Passavamo ore a parlare di libri: Siddartha, Sulla strada, L'urlo. In pochi li avevamo letti, ma li conoscevano tutti: la cultura orale era fondamentale per il movimento. Eravamo anche impegnati nel sociale. Oltre a scrivere di moda, io collaboravo con Re Nudo e altre riviste del panorama alternativo; ho scritto e organizzato proteste contro il manicomio di Mombello e ho fatto la volontaria a Gorizia nel manicomio a cielo aperto di Basaglia.

E in tutto questo via vai di gente, hai mai conosciuto qualcuno che si è trasferito nella comune rurale di Ovada, diventata un po' un simbolo del movimento?
Certo, molti dei nostri fratelli sono andati e tornati da lì e uno dei loro leader ha vissuto prima per sei mesi da noi. Anche se io non ho partecipato direttamente a quell'esperienza, posso dire che ha rappresentato un riferimento importante per tutto il movimento. Dall'estate del 1970 all'inverno del 1971—prima che la polizia sgomberasse tutto—lì, tra le cascine, si è realizzata un'utopia. Circa 90 persone sono tornate alle origini, hanno iniziato a coltivare la terra, a stringere amicizia coi contadini, a fare il bagno nudi. A Ovada arrivavano ragazzi da tutta Europa a curiosare. Di questa esperienza ci sono diverse fotografie. Della nostra Comune in via Vico non ce n'è nemmeno una, non ci abbiamo mai pensato.

Membri del casolare dello Scorpione.




Come funzionavano i rapporti all'interno della vostra comune a Milano? Applicavate, per esempio, l'amore libero?
Ogni volta che qualcuno mi pone una domanda su questo aspetto va subito a parare sul sesso di gruppo, sulle orge. In realtà eravamo tutti molto timidi. Provenivamo da una cultura sessuofoba, uomini compresi. Quindi non avevamo delle particolari pressioni addosso. Piuttosto, definirei il sesso libero come una scoperta di una libertà globale: eravamo giovani, volevamo sapere cosa fosse la sessualità, perché nessuno ce lo aveva mai effettivamente spiegato.

Di solito accadeva un "incontro." Se incrociavi una persona—magari di passaggio dalla comune—e scattava qualcosa, capitava anche di farci l'amore. Non di fare sesso: avevamo tutti orrore della parola sesso, la ginnastica non ci interessava. Noi eravamo alla ricerca dell'emozione del corpo, di un filo, di una connessione. È questa la differenza. Per questo poi in molti siamo partiti, me compresa, per l'India a studiare il tantra, che parla della sacralità dell'incontro, anche sessuale.

Nella tua comune, però, mi hai detto che c'erano anche delle coppie. Per quanto libere, non erano per nulla gelose?
Eravamo molto giovani, ma non del tutto sprovveduti: sapevamo benissimo che in una coppia si generano inevitabilmente delle gelosie. Proprio per questo uno dei pilastri del movimento era il "no" alla gelosia, il vederla come un aspetto negativo per la libertà. A monte, c'era sempre questo discorso che permetteva al proprio partner di avere anche qualcos'altro. Quindi sì, si era in coppia, ma in una relazione formata da due individui liberi.

Tanto è vero che all'epoca Angelo Quattrocchi di Stampa alternativa uscì con un libriccino, una sorta di manifesto: Oltre la gelosia, l'amore. Essendo però la gelosia una prerogativa umana, non era sempre facile evitarla. Nella nostra comune, per esempio, due coppie si sono prima lasciate e poi scambiate. Ne abbiamo parlato tutti insieme, per vedere se libertà, fratellanza e creatività potessero aiutarle a comprendere come le emozioni possano andare verso qualcun altro. Ma alla fine una coppia non ce l'ha fatta e ha lasciato la comune.

Due articoli di giornale dell'epoca sulla comune di Ovada.

E per quanto riguarda il consumo di droghe? Anche questo è un altro aspetto spesso collegato alle comuni.
Abbiamo iniziato a fumare erba nel 1968, quando abbiamo iniziato a frequentare il quartiere di Brera. A essere onesti, noi non eravamo degli assidui consumatori di erba. Però, ogni volta che se ne presentava l'occasione, diventava un momento di alta condivisone e sacralità.

Qualche tempo dopo c'è stato il primo arrivo del fumo. Alcuni iniziavano a tornare dai loro viaggi coi "cilum", il kif del Marocco, la ganja indiana, l'olio di hashish africano. Ovviamente il fumo era qualcosa di molto meglio, un addolcente del corpo e della mente, un affratellante. Poi c'è stata la scoperta dell'LSD.

E che tipo di scoperta è stata?
Pazzesca! La prima volta che ne ho sentito veramente parlare e visto gli effetti è stato quando ho raggiunto alcuni della mia comune a un raduno hippie ad Amsterdam. [Ma l'ho provato direttamente solo] al ritorno, quando discutendone nella comune abbiamo deciso che l'avremmo assunto tutti insieme. È stata un'esperienza unica, decondizionante, che neanche saprei descrivere. Due di noi, ovviamente, erano rimasti a farci da guida. Io poi mi sono fermata, perché alcuni arrivati al decimo hanno iniziato a sperimentare il bad trip.

Ma vi siete mai definiti hippie?
No. Piuttosto si può parlare di movimento underground, movimento utopico, chiamalo un po' come ti pare. Forse solo l'esperienza di Ovada può definirsi prettamente hippie, lì sì che c'era uno spirito beat.

Il momento dela preparazione del pane.

E in questo movimento underground avevate delle figure di riferimento?
Sì, certo. Perché anche se eravamo in tanti e spinti da questo spirito di cambiamento­—che io definisco ecologico—eravamo giovani e avevamo bisogno di qualcuno che ci sostenesse nell'altro mondo, quello reale. Ma chi? Pasolini? Pasolini no, perché non ci ha mai capito. Umberto Eco? Nemmeno a parlarne.

No, noi avevamo due grandi figure di riferimento che chiamavamo mamma e papà. Allora all'Università Statale c'era un bravissimo professore di filosofia teoretica, Enzo Paci. Era esterno al movimento ma ci sosteneva e noi ci ispiravamo a lui. Pur mantenendo sempre la sua parte intellettuale borghese, invece, la mamma era più presente. Si tratta, ovviamente, di Fernanda Pivano, che con le traduzioni di Ginsberg, Kerouac e gli altri ha introdotto nella cultura ufficiale tutti i nostri riferimenti. E soprattutto ha tenuto sempre aperte le porte del suo salotto, dove molti dei ragazzi che erano scappati di casa ed erano di passaggio dormivano col sacco a pelo.

A sostenerci poi c'erano anche quei pochi giornalisti che non ci chiamavano "sporchi capelloni" e alcuni avvocati tra cui Vito Malcangi, che ha difeso un sacco di gente gratuitamente, soprattutto quando è arrivata l'eroina, uno dei motivi che ha distrutto movimento e comuni.

Foto in preparazione della discesa a Ovada dopo una retata della polizia.

Quali sono stati gli altri fattori che hanno contribuito alla fine del movimento e quindi delle comuni?
Oltre all'eroina—uno dei motivi per cui per trent'anni ho lavorato a contatto coi tossicodipendenti—ci sono stati altri fattori, sia interni che esterni. Quelli esterni sono noti a tutti. In primo luogo, il disastro dell'ultimo Pop Festival a Parco Lambro, non tanto per i pochi disordini ma più che altro per il clima. In secondo luogo, l'impegno politico di alcuni virato purtroppo nell'estremismo—pensa al Movimento del '77, alle BR.

Per quanto riguarda i motivi interni, a essere del tutto onesti è successo quello che noi chiamavamo "reflusso." Alcuni iniziavano a mettere su famiglia, altri partivano per l'India, insomma stavamo crescendo. Ormai quando mi guardo indietro penso che era un'altra vita e faccio tanto di cappello: siamo riusciti a creare delle isole di possibilità e magari un giorno arriveranno dei giovani che continueranno a fare quello che abbiamo iniziato noi. Ma come piace dire a noi vecchi comunardi, la verità è che le comuni si sono sfasciate perché "nessuno voleva mai lavare i piatti."

Le foto sono tratte da La comune hippy di Ovada, a cura di Ignazio Maria Gallino.

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