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Ho vissuto per una settimana senza orologio

Volevo solo cazzeggiare liberamente per qualche giorno, e la scusa più plausibile che mi è venuta in mente per convincere i miei colleghi è stata "dobbiamo capire come si vive ignorando il tempo."

di Niccolò Carradori
09 dicembre 2014, 9:51am

Orologi all'asta degli oggetti smarriti di Malpensa. Foto di 


​Luca Massaro.

Tutti gli esseri umani abituati a vivere nella società hanno imparato fin da piccoli a suddividere la propria giornata in unità temporali scandite da misure convenzionali. Infatti, il tempo non esiste: è la necessità umana di controllarlo che ha fatto sì che venissero stabilite delle norme su come ripartirlo e impiegarlo.

In parte questi segmenti sono basati sul ritmo circadiano, ovvero il naturale corso biologico del nostro corpo durante la giornata, ma la stragrande maggioranza del tempo a cui siamo abituati ci è imposto. O ce lo imponiamo da soli. Pensateci: anche solo per uscire a sbronzarsi è necessario l'orologio.

Nonostante la puntualità sia considerata una virtù, però, lo scorrere del tempo e il rispetto dei suoi limiti sono un'inesauribile fonte di ansietta e nebulizzazione di gonadi. Quante volte avete avuto fame nel momento sbagliato? O voglia di dormire nel momento sbagliato? E soprattutto, cosa succederebbe, e come cambierebbe la prospettiva della nostra vita se decidessimo di ignorare lo scorrere del tempo?

Per rispondere a queste domande c'è internet, direte. E una rapida ricerca su Google, infatti, mostra che  ​Steve Corona, che ha vissuto più di tre mesi senza orologio, sostiene che essersi liberato dell'imposizione del tempo lo abbia reso meno stressato, più libero di "perdersi" nelle cose che fa, e più consapevole del naturale mutare delle cose. Ha pure imparato a leggere il movimento del sole e ad adattarsi di conseguenza. In un altro articolo, ​Joshua Millburn si dice convinto che l'aver abbandonato l'orologio gli abbia permesso di essere più concentrato e consapevole di quello che stava facendo.

Per capire quanto questo potesse essere vero ho deciso di vivere per qualche giorno come se l'orologio non esistesse, al fine di capire quanto si discostino le mie abitudini dal ritmo biologico e dalla mia reale volontà. E poter così stilare l'ennesimo resoconto di quanto è inutile e opprimente il nostro stile di vita, nonostante i tentativi di rivestirlo di virtuosa produttività e sensi di colpa.

Adattarmi non sarebbe stato esattamente facile: per natura sono una persona abbastanza disorganizzata. Negli anni ho imparato a stemperare i miei ritardi affidandomi totalmente al tempo convenzionale: guardo l'orologio in continuazione, metto compulsivamente sveglie la mattina per essere sicuro di alzarmi in tempo, e uso Google Calendar anche per segnarmi le funzioni corporali. Ma il desiderio di sapere mi ha spinto a rinunciare a tutto questo.

La cruda verità è che volevo solo cazzeggiare liberamente per qualche giorno, e la scusa più plausibile che mi è venuta in mente per convincere i miei colleghi che arrivare in ufficio con due ore di ritardo fosse consentito è stata "dobbiamo capire come si vive ignorando il tempo."

Quindi ho passato quattro giorni feriali orientandomi negli eventi soltanto attraverso i miei stimoli corporei e l'intuito. Mi sono liberato dell'orologio, ho rimosso l'ora dallo schermo del cellulare e ho impostato un fuso a caso sul computer. Questa è la cronistoria della mia vita nel libero spaziotempo.

Foto di 

Luca Massaro.

LUNEDÌ

Il fine settimana precedente all'inizio del mio esperimento erano venuti a trovarmi alcuni amici a Milano. Domenica sera siamo usciti a bere qualcosa, e visto che dalla mezzanotte in poi sarei stato in grado di gestire i miei bisogni liberamente, ho deciso di sbronzarmi senza rimorsi.

Siamo tornati abbastanza tardi, e ho deciso di farmi un bagno. Perché ne avevo voglia. Non so quanto tempo ci sono stato, ma a un certo punto uno dei miei amici ha aperto la porta ed è rimasto sulla soglia a fissarmi.

​"Ma che cazzo fai?"
"Il bagno."
​"Ma sono le 4 e mezzo di mattina, rincoglionito."
"Avevo voglia di fare un bagno. Sto vivendo fuori dal tempo convenzionale."
Lui ha fissato il pavimento per un po', poi è uscito e un po' preoccupato mi ha detto, "ti fa male stare qua a Milano. Torna a casa."

Quando ho finito sono andato a dormire con un liberatorio senso di leggerezza. E non ho messo la sveglia. 

Al mio risveglio gli altri erano già usciti per prendere il treno e tornare a casa. Io avrei già dovuto essere in ufficio. Nonostante sapessi di potermelo permettere, mi sono comunque gettato addosso degli abiti a caso e sono uscito di corsa. Anche quando non è necessario, il senso di colpa non ti abbandona mai.

A pranzo tutti sono andati a mangiare, ma io non avevo fame e ho continuato a lavorare. A poche ore dall'inizio del mio esperimento i miei ritmi si erano già discostati da quelli degli altri.

​Picchi di produttività.

Nel frattempo avevo delle scadenze, ma non potendo usare l'orologio sullo schermo del computer mi sono fatto prendere dal panico e ho iniziato a scrivere più rapidamente che potevo. Ogni poco mi veniva naturale prendere il cellulare dalla tasca per controllare quanto tempo avessi a disposizione, ma senza più ora sul display non facevo altro che aggiungere ansia all'ansia.

Visto quanto avevo dormito durante il primo giorno, pensavo, avrei potuto continuare a scrivere tutta la notte . Ma mi sbagliavo. Sull'autobus mi è venuto un po' sonno, e appena sono arrivato a casa mi sono addormentato sul divano.

Mi sono svegliato durante la notte, e ho mangiato qualcosa. Poi ho acceso il computer e ho fissato lo schermo bianco. Mi sentivo abbastanza confuso e non mi venivano idee su cosa scrivere. Dopo un po' ho mollato, e mi sono rimesso a dormire con il computer acceso.

MARTEDÌ

Quando ho aperto gli occhi fuori era ancora buio. Mi sono alzato, ho mangiato un paio di merendine e ho fumato una sigaretta.  Pensando di avere ancora tempo mi sono messo sul divano a guardare uno di quei programmi tristissimi della mattina presto: quelli in cui c'è sempre il servizio di un inviato da un paese del Molise nella casa di qualche contadino che spiega come "il signor Costanselmo, [sia] il primo produttore italiano di unguento al sedano rapa per le ragadi."

Dopo un po' mi sono riaddormentato.  Sono stato svegliato dalla voce di Magalli ai Fatti Vostri, quindi doveva essere all'incirca metà mattina. A quanto pare è questa l'ora che il mio corpo identifica come il momento migliore per cominciare la giornata.​

Nonostante avessi una marea di cose da fare me la sono presa comoda, e sono arrivato in ufficio più in ritardo che mai: l'ho capito da come mi fissavano tutti. In realtà il martedì è stato il giorno peggiore per assecondare il naturale bioritmo: dovevo ancora scrivere tutto l'articolo del giorno prima, cominciarne un altro, e sbrigare altre cose che nel frattempo si erano accumulate. Purtroppo le mie nuove conoscenze sul sedano rapa non mi sono state affatto d'aiuto.

Non avendo troppa fame ho saltato il pranzo. Questa scelta mi ha dato l'illusione di aver guadagnato tempo, e ho lavorato più lentamente di quanto avrei dovuto. 

Non solo: il limbo temporale in cui mi trovavo mi impediva di concentrarmi davvero. A differenza degli autori dei pezzi che ho citato, la mia attenzione andava e veniva in continuazione. Nessuna epifania sensoriale, nessuna visione o percezione acuita dei particolari: non sapendomi orientare, non facevo altro che fissare il muro. Sentivo la pressione di tutti gli altri, che a differenza mia erano pienamente coscienti e consapevoli del preciso scorrere del tempo. 

Quando sono tornato a casa mi sono fatto una doccia, e poi mi sono addormentato sul divano con l'accappatoio addosso. A notte fonda ero di nuovo sveglio. Mi sono affacciato alla finestra, e per strada non c'era anima viva. Ho acceso il cellulare e su Whatsapp ho visto che mio fratello mi aveva dedicato tutta una serie di infamate in versi giambici per avergli dato buca al cinema. Avevo anche svariati avvisi di chiamate perse. 

Quindi non solo la mia attenzione sul lavoro era diminuita, ma anche quella nella vita reale. Non avrei potuto testare la teoria di Millburn su quanto i rapporti umani siano migliori senza tempo, perché il ritardo agli appuntamenti mi impediva di averne.

MERCOLEDÌ

Mi sono svegliato sentendo la voce acuta della bambina dell'appartamento a fianco. Era relativamente presto, e tutto sommato sentivo di aver dormito abbastanza. Mi sono fatto una doccia e sono uscito pensando che, siccome ero in anticipo, avrei potuto arrivare in ufficio a piedi e fare colazione.

Da casa mia alla redazione ci vogliono circa 50 minuti. E io non facevo attività fisica dal '52. A metà strada mi ero già pentito di questa scelta, e avrei voluto mandare una mail in ufficio per sapere se era possibile lavorare dal Naviglio.

Quando sono arrivato, la camminata aveva reso vana la doccia, ero stanco, nervoso, e mi sono reso conto che probabilmente, per il ritmo biologico del mio corpo, la sveglia di Fatti Vostri è molto più salutare. Avevo anche un po' di nausea, così ho saltato la colazione nonostante il mio ultimo pasto fossero stati due Kinder Bueno e un bicchiere d'acqua del rubinetto.

​Persona con orologio che non è l'autore. Foto di 


​Luca Massaro.

A questo punto dell'esperimento ero un po' confuso su quali fossero gli stimoli da seguire: verso l'ora di pranzo ero sia affamato che assonnato. Nonostante all'inizio pensassi che questo esperimento avrebbe reso tutto più semplice e naturale mi sbagliavo. In qualche modo forse assecondando i miei bisogni li avevo sballati. Sono sceso al bar a mangiare, ma non mi sono nemmeno accorto di quello che stavo masticando.

Ho passato il pomeriggio con una strana sensazione di malessere e ansia, e non solo per il fatto che praticamente ero indietro su tutta la mia esistenza. La pretenziosità del vivere senza orologio cominciava a procurarmi astio e tensione. Con la mente continuavo a pensare a Sullivan che girovagava felicemente osservando il sole, totalmente in armonia con il creato.

Sono uscito da lavoro prima degli altri, perché stare in ufficio mi provocava disagio. Era la prima volta che tornavo a casa senza crollare sul divano, e mi sono accorto che la cucina, il salotto e camera mia, dopo soli tre giorni di inedia, rievocavano lo stesso livello di ordine, pulizia e decoro che si respirava nell'aprile del 1975 a Saigon.

Ma nonostante mi fossi ridotto a vivere in una fogna a cielo aperto, il mio corpo mi comunicava l'urgenza di un'altra priorità: cibo. Visto che uscire di nuovo per fare la spesa non era un'opzione praticabile, ho ordinato del cibo thailandese. Mentre aspettavo che mi portassero la cena mi sono addormentato, svegliandomi soltanto quando il fattorino ha suonato il campanello.

Non appena finito di mangiare, ho posato i recipienti di alluminio per terra e mi sono riaddormentato.

GIOVEDÌ

La mattina il mio coinquilino, che aveva passato qualche giorno fuori, è tornato a casa. Entrando si è fermato sulla porta e si è guardato intorno, annusando l'aria con espressione preoccupata. Ho cercato di giustificare il mio stato pietoso e spiegargli l'esperimento sociale che stavo portando avanti. Lui mi ha guardato un po' schifato, e poi mi ha intimato di pulire tutto prima di uscire, perché lui era in ritardo.

"Veramente non potrei, perché non è che me la senta tanto."
"Te la senti."
"Giovanni, è importante capire quanto le imposizioni della società ci allontanino dalla nostra vera natura."

Giovanni però a quanto pare è troppo traviato da questa società omologante, e ha continuato a insistere. Ho dovuto capitolare. Una volta finito di pulire mi sono fatto la doccia, ho spalancato le finestre, e sono andato a lavoro.

Sono arrivato in ufficio con un'ora (credo) di ritardo.

Volevo solo che l'esperimento finisse: fino a quel momento seguire il viatico della natura mi aveva procurato tuttalpiù una strana forma latente di narcolessia.  Fortunatamente in redazione mi è stato comunicato che, bioritmo o non bioritmo, se avessi bucato la consegna del giorno seguente la mia unica mansione futura a VICE sarebbe stata quella di alimentare gli iMac del reparto video con una dinamo.

Quindi per un attimo ho potuto finalmente abbandonare la mia volontà e seguire il caldo, rassicurante, e dolcissimo regime comportamentale imposto da qualcun altro. Purtroppo però rispettata la scadenza ho riacquistato il controllo del mio destino. È stato durante questo pomeriggio che ho capito quanto i samurai giapponesi avessero ragione sul valore della temperanza.


Foto di Luca Massaro.

Una volta a casa, a segnare la fine dell'esperimento, ho puntato la sveglia e mi sono messo a guardare il soffitto aspettando di dormire e cercando di tirare le somme. La mia compulsione a fissare l'orologio adesso non mi sembrava più un tic nevrotico, ma un'azione consapevole e responsabile. Avrei anche voluto cominciare a farmi il riporto, procurarmi un portapenne da taschino, e inamidare diligentemente le camicie da impiegato che non possiedo.

In giro per il mondo ci sono un mucchio di persone che a un certo punto decidono di riunirsi e vivere basandosi esclusivamente sui ritmi della natura e del proprio corpo. Promuovono una filosofia di vita che abbraccia la libertà e l'emancipazione dei vincoli della società moderna. E poi ci sono i casi sopracitati.

Quanto a me, l'euforia per questo senso di libertà è durata esattamente mezza mattinata e un pomeriggio. Non è stato per niente liberatorio o divertente in effetti: non potendo organizzare il mio tempo, ho praticamente finito per passarlo tutto a casa o in ufficio. L'incremento della produttività sul lavoro che un regime di vita svincolato dal tempo avrebbe dovuto comportare, poi, nel mio caso si è rivelato solo fuffa.

Forse esistono veramente delle persone per cui il vincolo del tempo è esclusivamente un impedimento: esseri umani con un giroscopio incorporato che riescono a essere produttivi, attenti e consapevoli grazie e non malgrado il libero arbitrio. Io ho capito di non essere fra questi eletti.

Per quanto mi riguarda, i valori aggiunti che questa esperienza mi ha portato sono una serie infinita di impegni andati a vuoto, frustrazione, e lavoro accumulato da sbrigare con il doppio dell'ansia e la metà del tempo. E la sincronizzazione fra i cicli del sonno e l'orario di lavoro di Giancarlo Magalli. 


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​@NCarradori