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VICE News

Fuga per la libertà

Sulla strada con i giovani rivoluzionari libici
05 ottobre 2011, 12:00am

La mia prima volta in Libia, nel 2010, fui arrestato a soli due giorni dall'arrivo. Durante le riprese di un documentario per VICE mi fermarono per aver filmato cose non gradite alle autorità. Mi ritrovai così in un tunnel senza fine di domande, urla insistenti e facce incredule di fronte alle mie continue proclamazioni di innocenza, che non mi valsero nulla se non la poco originale accusa di essere una spia. Quando infine fui rilasciato, giurai a me stesso che non sarei più tornato nella Grande Repubblica Araba di Libia Popolare e Socialista (questo il nome ufficiale).

Ma ci volle poco perché infrangessi la mia promessa: un anno dopo ero già di ritorno, stavolta nel bel mezzo di una rivoluzione violenta ed estremamente caoticaÈ raro avere l'opportunità di vivere la storia, di sperimentare sulla propria pelle una rivoluzione in tutta la sua terribilegloria. Perché è davvero terribile. Comunicazioni sporadiche e disordinate; infrastrutture in rovina che impediscono di spostarsi; elettricità a intermittenza; pasti irregolari; in lontananza, il rumore sordo dell'artiglieria, e, più vicino, quello acuto delle mitragliatrici. La dose quotidiana di adrenalina è garantita. Si tratta, nel migliore dei casi, di un grande caos organizzato o, nel peggiore, di un caos anarchico. Eppure è tanto sensazionale e meraviglioso. L'aver assistito alla lotta per la libertà contro uno dei dittatori più feroci della storia recente è stato senza dubbio uno dei momenti chiave della mia vita

In pochi si aspettavano una Primavera Araba. Ho trascorso molto tempo in Medio Oriente, ed ero piuttosto sicuro che la zona non avrebbe mai assistito a un movimento di rivolta di tali proporzioni. Ecco perché all'inizio dell'anno, quando l'ondata rivoluzionaria ha colpito la Tunisia e l'Egitto, nutrivo non pochi dubbi circa una sua possibile espansione entro i confini libici. Gheddafi aveva troppo potere, controllo e denaro perché il popolo potesse sfidarlo apertamente. Anche in quel caso, mi sbagliavo. Mentre scrivo, le forze ribelli sono entrate a Tripoli e hanno occupato il rifugio di Gheddafi, divenuto un fuggitivo ricercato da tutti—che sia per condurlo di fronte a una giuria con l'accusa di crimini contro l'umanità o per offrirgli un biglietto sicuro verso l'esilio

Nel mio secondo soggiorno in Libia ho trascorso due settimane in viaggio dal confine con l'Egitto a Bengasi, e, da lì, verso la prima linea della battaglia, a Misurata. Mi sono unito a diversi gruppi di ribelli incontrati lungo il cammino, sconvolto dalla giovane età di alcuni dei combattenti. Appena usciti dalla pubertà, lottavano contro il nemico usando qualsiasi cosa gli capitasse sotto mano, anche con un fucile subacqueo. Questi uomini hanno dato prova di tali eroismo e coraggio che in più occasioni, ascoltandoli, non sono riuscito a trattenere le lacrime. Uno di quelli con cui ho parlato aveva lasciato l'ospedale la sera stessa—nonostante fosse senza una gamba—per poter tornare a combattere. Una ONG gli aveva offerto un soggiorno medico in Germania per la costruzione di una protesi, ma pur di tornare tra i suoi compagni, se ne era andato di soppiatto dalla struttura.

Più tardi mi sono imbattuto in un gruppo di ritorno dal fronte tra Tripoli e Misurata. Erano per lo più adolescenti, quasi tutti di Bengasi. Avevano lasciato la città in 68, ma al nostro incontro i superstiti non superavano i 35. L'alto numero di vittime sembrava non aver intaccato il loro ottimismo.

Eppure, una domanda incombeva su tutto e tutti: "Perché combattere?"

Non importa a chi lo chiedessi—banchieri, commessi, studenti, muratori, ingegneri petroliferi, ex lealisti di Gheddafi—la risposta era sempre la stessa: "Libertà." Ogni volta che un ribelle pronunciava quella parola, con gli occhi fissi nei miei, era come rivivere il finale di

Braveheart

. Ricordo ciò che mi disse un ragazzino di 16 anni: "Morirò perché gli altri possano respirare l'aria di libertà." Roba forte, soprattutto se si pensa che la maggior parte dei ribelli è talmente giovane da non aver vissuto e conosciuto altro all'infuori del regime di Gheddafi. Rischiare la propria vita per la libertà è una cosa. Ma rischiarla per il

concetto

di libertà è davvero tutta un'altra storia.

Non combattevano per la sharia o per diventare martiri, né per l'islamismo o contro l'Occidente. La loro è una lotta contro un uomo che, negli ultimi 40 anni, ha finanziato qualsiasi organizzazione terroristica sulla faccia della terra. Un uomo colpevole di aver fatto saltare aerei (disastro di Lockerbie, Volo UTA 772), commissionato omicidi, confiscato per sé e per la famiglia la maggior parte delle risorse petrolifere (e quindi le ricchezze) del proprio Paese, e trasformato lo stesso in uno Stato di polizia isolato dalla comunità internazionale. Quei giovani stavano rischiando la vita per liberarsi dal terribile dittatore, per essere semplicemente "come tutti gli altri."

Su buona parte degli edifici, a simboleggiare l'adesione alla rivoluzione, sventolava il vecchio tricolore pre-Gheddafi. A questo si alternavano talvolta le bandiere di Francia (il primo Paese a rifornire i ribelli di armi), Qatar (generoso finanziatore di aiuti umanitari e gas), Germania (altro membro delle operazioni NATO) e Stati Uniti. Quanto al drappo a stelle e strisce (non dimenticate che in Libia la propaganda anti-statunitense è stata tra le più intense e feroci degli ultimi 40 anni), mi veniva spiegato che l'America era sinonimo di libertà.

Al nostro arrivo a Misurata, le truppe di Gheddafi circondavano la città rendendola accessibile soltanto via mare. Da lì ci siamo lentamente diretti verso il fronte, fermandoci di tanto in tanto per parlare con i ribelli. Un ragazzino di 15 anni si preparava allo scontro sistemando un BM-21 su un camion. Raggiante in volto, mi ha domandato se potessi "chiedere a Clinton e Obama armi nuove" con le quali avrebbe potuto sconfiggere Gheddafi e realizzare finalmente il suo sogno: giocare per i Miami Heat o i Dallas Mavericks. Le sue parole mi hanno fatto pensare a quanto fosse cambiata la Libia in così poco tempo—era un Paese diverso da quello che avevo conosciuto soltanto un anno prima, un Paese completamente nuovo. Vedere da vicino il coraggio e la perseveranza di quegli uomini mi ha fatto capire come tutto, in fondo, sia possibile: abbiamo realmente la capacità di cambiare il nostro futuro, di scrivere la nostra storia. E dobbiamo farlo.

Nella relativamente sicura Bengasi, capitale dei ribelli, ci è stato impossibile non notare come le truppe prestassero molta più attenzione al proprio equipaggiamento rispetto ai colleghi impegnati sul fronte.

Un ribelle sulla linea del fronte. Ci ha chiesto di far sapere a Gheddafi che sarebbe presto andato a prenderlo.

Un ribelle sulla linea del fronte. Ci ha chiesto di far sapere a Gheddafi che sarebbe presto andato a prenderlo.

"Adorabile" non è il primo aggettivo che viene in mente quando si parla di giovani uomini arabi armati fino ai denti e con un proiettile sulla fronte a mo' di ciondolo. Ma che ne dite di Abdul Salam Faituri? Decisamente adorabile.

La guida undicenne che ci ha condotto attraverso l'inquietante paesaggio di Misurata.