Intervista all'unica fotogiornalista di Gaza

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Intervista all'unica fotogiornalista di Gaza

Da quando aveva 19 anni, Eman Mohammed si fa strada tra minacce di morte, molestie sessuali e colleghi che cercano di ostacolarla in tutti i modi per svolgere il suo lavoro di fotogiornalista.
12.11.14

​​"Puoi smettere di essere una vittima e diventare un sopravvissuto, puoi essere ciò che vuoi. Puoi anche crearti la tua storia invece di raccontarla e basta. Puoi diventare chi vuoi, basta non privare gli altri dello stesso diritto."

È con queste parole che Eman Mohammed ha concluso il suo discorso alle Nazioni Unite a Ginevra. Questa 26enne è l'unica fotogiornalista donna di Gaza, incarico che ricopre da quando aveva 19 anni e che si è conquistata facendosi strada tra minacce di morte, molestie sessuali e colleghi che cercavano di ostacolarla in tutti i modi. L'ho contattata per scambiare due chiacchiere.

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VICE: So che ora sei negli Stati Uniti, cosa fai lì?
Eman Mohammed: Mio marito vive e lavora qui, quindi mi divido tra gli Stati Uniti e Gaza. Durante la guerra alcuni amici hanno perso la casa e ci siamo offerti di cedergli momentaneamente la nostra.

Eman Mohammed

Non molto tempo fa sei stata all'ONU a Ginevra, com'è andata?
In generale sono stata accolta calorosamente, anche se ero un po' preoccupata per le critiche da parte palestinese.

Ho invitato sul palco con me il fotografo Nati Milstein. Ci conosciamo da diversi anni. Per Mati non è un gran problema perché ha legami con la comunità di sinistra [israeliana], dove non c'è niente di strano nell'idea di avere amici palestinesi. Ma a Gaza c'è una mentalità conservatrice, e non parlo di Hamas, che è al potere da sette anni. È più una questione di tradizioni che di religione e dopo ogni guerra Gaza si chiude un po' di più. Quindi dire apertamente che sei amico di un fotografo israeliano che ha anche prestato servizio nell'esercito non è il massimo della sicurezza.

Quanti anni avevi quando hai iniziato a fotografare?
19. Sono stata cresciuta da mia madre, perché i miei hanno divorziato quando avevo due anni. A Gaza l'idea di una donna divorziata con due figli che lavora non è accettabile. È stata molto criticata, ma è andata comunque avanti.

Sapevo che se non fossi riuscita fin da subito a trovarmi un buon lavoro non l'avrei mai trovato. Ma a Gaza ci sono pochissime giornaliste e io volevo fare delle esperienze già prima della laurea. Al secondo anno di università ho capito di voler diventare una fotogiornalista e sono entrata alla Ma'an News Agency. Mi hanno dato una macchina guasta e mi hanno detto che se fossi riuscita ad aggiustarla me la sarei potuta tenere. Era una Nikon d70 arrivata alla fine dei suoi giorni, ma è stato bello.

Che ostacoli hai incontrato in quanto fotogiornalista donna a Gaza?
Dopo un anno e mezzo ho iniziato ad attirare le attenzioni sbagliate. La gente diceva al mio capo, "Perché hai assunto una ragazza? Porta i jeans, e guarda come tiene la macchina fotografica." Venivo criticata per tutto quello che facevo, persino per come mi muovevo.

Alla fine il capo si è ripreso la macchina fotografica e mi ha detto che avrei potuto fare la producer e la editor. Abbiamo avuto una discussione e alla fine mi ha detto che non avevo scelta: dovevo licenziarmi, altrimenti mi avrebbero licenziata loro. Non volevo farmi licenziare dal mio primo lavoro, così ho dato le dimissioni. Avevo risparmiato abbastanza da potermi permettere una strumentazione mia, una macchina e due obiettivi. Proprio tre settimane dopo lo scoppio della prima guerra.

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Com'è andata?
​Non avevo mai lavorato in un contesto di guerra, in più molti miei colleghi erano arrabbiati perché avevo lasciato il lavoro. Credevano che avessi rinunciato a una grande opportunità, ovvero quella di stare dietro una scrivania, che è il posto che compete a una donna come me.

Pensi si sentissero minacciati?
​Secondo me mi credevano semplicemente una viziatella che pensava di potergli rubare il lavoro soltanto perché sapeva l'inglese. Altri mi vedevano come una ragazza che giocava a fare la giornalista. Poi tre colleghi mi hanno portata in una zona sotto le bombe e mi hanno lasciata lì.

Poco prima ero in macchina con un altro fotografo convinto che avrei avuto piacere di farmi una sveltina con lui. Mi aveva molestata e poi scaricata, tutto in quello stesso giorno. Anche altre ragazze che volevano lavorare come fotogiornaliste hanno subito lo stesso trattamento dalla stessa persona. Così sono rimasta l'unica nel campo.

Hai mai più parlato con quei colleghi?
Ci ho provato, ma si sono rifiutati di rivolgermi la parola. Ora ci rido su ma non sopporto il fatto che non si sentano assolutamente in colpa. Sarei potuta morire, ma nessuno li additerebbe mai come responsabili. Ed è questa la cosa più brutta di Gaza: la legge non esiste.

Sebastian Meyer, che ha fondato la prima agenzia irachena di fotogiornalismo insieme a Kamaran Najm, mi ha detto che in Iraq le fotografe donna destabilizzano molti uomini. Ed è questo che in un certo senso le spinge verso una fotografia più intima. Sei d'accordo?
​Sì, assolutamente. Smettono di fingere e si dimenticano quelle vecchie tradizioni per cui non si guarda una donna negli occhi o non le si stringe la mano. Diventano persone normali. È bellissimo vedere le persone per chi sono veramente.

Succede anche coi membri di Hamas. Sono stata dal capo della polizia, nel suo ufficio, e lui faceva battute e rideva.

È vero che hai lavorato sul campo anche durante la seconda guerra, quando eri incinta?
​Non riuscivo a restare a casa, mi sentivo soffocare. Tante donne muoiono comunque anche in cucina, e mio marito mi ha appoggiata.

Per qualche ragione durante la gravidanza le donne sembrano negare il fatto di avere l'aspetto di balene… non pensavo che la gente se ne sarebbe accorta! Ma avevo messo su 30 kg, perciò la mia situazione era piuttosto ovvia. Ero una palla che rotolava per strada con due macchine fotografiche.

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Ho ricevuto molte critiche da persone di ogni tipo, ma ero rimasta già abbastanza a lungo a casa, e avevo già inalato fosforo bianco a sufficienza da rischiare di perdere il bambino. Non ti puoi mai proteggere abbastanza dalla guerra. È stato difficile, ma sentivo che era la cosa giusta. E il giorno dopo la fine della guerra ho partorito.

Quanti anni hanno le tue figlie?
Tre anni e uno e mezzo. La più piccola è esattamente il motivo per cui ho lasciato Gaza. Gli israeliani hanno bombardato il nostro quartiere mentre stava dormendo, e ha iniziato a sanguinare dalla bocca e dal naso. Ho capito che dovevamo andarcene.

Ho visto la distruzione di Shujaiya e Beit Hanoun. È terribile.
E c'è un sacco di gente che paga per fuggire, e si imbarca su quelle navi per poi morire in mare. È gente disperata e non puoi certo dar la colpa a loro. Non hanno altra scelta. Io ho avuto la possibilità di andarmene. Se non l'avessi fatto, mia figlia sarebbe morta.

Vengo da una città in cui c'è un buon livello di istruzione, e un sacco di ragazze vorrebbero diventare fotografe; non solo fotogiornaliste. Ma nessuno le incoraggia a provarci. Se si potesse dare vita a un piccolo centro con 10 ragazzi al mese, che insegnasse loro i rudimenti della fotografia e del video, per dar loro la possibilità di esprimersi… I giovani hanno bisogno di strutture e di sostegno, di qualcosa su cui fare affidamento. È così che puoi iniziare a superare i pregiudizi, non solo nella comunità ma anche nelle famiglie.

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Grazie Eman!