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Abbiamo chiesto ai Belle & Sebastian di mettere in classifica i loro dischi

Abbiamo fatto mettere in ordine vent'anni di album teneri, quieti e narrativi a Stuart Jackson, fondatore dello storico gruppo indie pop scozzese.

di Josh Terry
07 febbraio 2018, 11:18am

Foto via Matador Records.

Rank Your Records è la serie di Noisey in cui chiediamo a musicisti di ripercorrere la loro carriera mettendo i propri album in ordine di preferenza.

I Belle and Sebastian suoneranno in Italia a breve: martedì 13 febbraio al Fabrique di Milano e mercoledì 14 all'Estragon di Bologna. Acquista qua i biglietti.

Sono più di vent'anni che i Belle and Sebastian, da Glasgow, scrivono canzoni sgargianti e nostalgiche, delicate senza mai sembrare fragili. Guidati dal frontman Stuart Murdoch, autore dei loro testi—così dettagliati e caratterizzati da sembrare racconti, capaci di essere incantevoli, esilaranti e struggenti—i Belle hanno pubblicato nove album che hanno lentamente espanso la portata della loro concezione vibrante e malinconica dell'indie pop. A livello sonoro il loro ultimo album, Girls in Peacetime Want to Dance (2015), è molto lontano dal soffice folk del loro debutto Tigermilk (1996). A unirli, c'è la loro capacità di saper riconoscere, scrivere ed eseguire canzoni pop alla perfezione.

Non è facile mettere in classifica i loro nove album, nemmeno per i fan più accaniti. Il loro chitarrista Stevie Jackson, che è un membro della band dal 1996, quando conobbe Murdoch in una istituzione dell'open mic di Glasgow oggi scomparsa, l'Halt Bar, ci tiene a dire che la sua classifica è completamente soggettiva: "Non mi piace fare classifiche. Devi capire che quello che ti sto dicendo rispecchia solo il modo in cui mi sento ora, in realtà li amo tutti".

Il 16 febbraio i Belle and Sebastian pubblicheranno l'ultima di una serie di tre nuovi EP intitolata How To Solve Our Human Problems, una strizzata d'occhio alle loro radici—e, nello specifico, ai loro tre EP pubblicati nel 1997: Dog on Wheels, Lazy Line Painter Jane, e 3.. 6.. 9 Seconds of Light. Ci è sembrato il momento giusto per chiedere a Stevie di dirci la sua sulla discografia della sua band.

9. Dear Catastrophe Waitress (2003)

Stevie Jackson: Comincerei da questo perché è quello che devo riscoprire di più. L'unico motivo per cui lo metto in fondo è perché non lo ricordo davvero bene, e sono anni che non suono i suoi pezzi. Non ho particolari sensazioni a riguardo, ecco. Non ascolto veramente i nostri dischi, e non so se molti musicisti lo facciano. Di solito, quindi, quando parlo di dischi a cui ho lavorato me ne esco con un misto di cose, e parlo spesso di com'era l'atmosfera tra di noi mentre li stavamo componendo e registrando. È stata un'esperienza felice e siamo rimasti soddisfatti del risultato? Detto questo, nonostante sia in fondo alla classifica mi sono divertito molto a fare Dear Catastrophe Waitress. Lavorare con Trevor Horn, il nostro produttore dell'epoca, fu una splendida esperienza. Spero che non legga mai questo articolo perché mi sto sentendo davvero in colpa. È stato il primo album a cui ho pensato. Non riesco a dire niente di negativo a riguardo, ora come ora. Davvero.

Dopo un paio di album che avevamo scritto lentamente e si erano rivelati troppo pieni di idee, avere Trevor al comando è stato un vero sollievo. Sono sempre stato frustrato dal fatto che molte belle canzoni non sono finite sui nostri album, ma in quel caso non successe. Mi dispiace starlo recensendo male oggi. Ora che ci ho pensato sicuramente risalirà la classifica.

Noisey: Questo è anche l'album che contiene una delle canzoni più famose a cui hai partecipato a livello di scrittura, "Step Into My Office, Baby."
Stuart Murdoch scrive da solo. Oggi è un po' più collaborativo, ma non ci siamo mai davvero messi in una stanza a scrivere insieme prima di quella volta. Arrivai e gli feci sentire il pezzo a cui stavo lavorando, e un paio di giorni prima avevamo parlato di ragazze e di problemi con i nostri capi al lavoro. Scherzavamo sul fatto che le parole "Step into my office" ("Entra nel mio ufficio") fossero sinonimo di problemi, e nei dieci minuti in cui io ho scritto una strofa Stuart ne aveva fatte otto, tanto per mettere in chiaro le nostre abilità. Me le fece leggere e io scelsi quelle che mi piacevano.

8. Fold Your Hands Child, You Walk Like a Peasant (2000)

Stuart Murdoch ha scritto nelle note a questo album che "è stato più difficile da fare del solito". Perché?
Non saprei. È stato pensato male, ed eravamo in un periodo in cui non avremmo dovuto davvero fare un album. Eravamo davvero disfunzionali in quel periodo. Non volevo fare un disco, ma l'ho fatto lo stesso. Avevamo bisogno di mettere la testa a posto. Per un sacco di tempo questo è stato il nostro album che mi è piaciuto di meno perché farlo è stato davvero brutto, ho davvero odiato quel periodo. È stata un'operazione senza ambizioni, e tra di noi stavano succedendo un sacco di intrighi. Era la fine degli anni Novanta, quindi avevamo un sacco di tempo in studio e budget che non esistono più. Abbiamo sprecato tanto di quel tempo lì dentro che mi sembra una cosa oscena, oggi. Alla fine, un album è venuto fuori...

E quindi perché non è il vostro album che ti piace di meno? Ci sono stati dei momenti che ti hanno fatto pensare che stava succedendo qualcosa di speciale?
No, in realtà non ci sono stati momenti speciali. Bé, magari dei piccoli flash. Avevamo dieci canzoni, e penso che solo cinque siano finite sull'album. Le altre cinque sono state scritte durante il processo di registrazione. Ricordo che fare "Don't Leave the Light On, Baby" fu piuttosto bello, e ai tempi fu una dichiarazione di positività per noi. Ho bei ricordi anche legati a "The Wrong Girl". Ma credo di aver cancellato molto di quel periodo dai miei pensieri.

È che quattro anni fa circa tutti i nostri primi album pubblicati su Jeepster sono stati rimasterizzati per essere stampati in vinile, e io e [il tastierista] Chris Geddes ci siamo offerti per riascoltarli e controllare la qualità del lavoro che era stato fatto. Quando ho riascoltato Fold Your Hands è stata come una rivelazione. Era quello che suonava meglio tra i nostri primi quattro album.

7. Write About Love (2010)

Dalla fine del 2006 fino al 2010 ci siamo presi una sorta di pausa di quasi tre anni. Abbiamo tutti fatto altre cose e Stuart ha scritto canzoni per il suo film God Help The Girl. Fare questo album è stato quasi come una reunion. Era un album molto felice, ed è stato scritto e registrato in maniera efficiente. Non è stata l'esperienza più forte che potessi immaginare, ma è stato molto bello.

Funziona come album perché non è troppo lungo, è davvero conciso. Ricordo che per The Life Pursuit avevamo discusso così tanto della scaletta delle canzoni che mi ero tenuto fuori dalla discussione. Anche se penso che ci siano due canzoni rimaste fuori che lo avrebbero reso un album più forte, ne ha dentro di davvero belle. “I Didn’t See It Coming” è un classico, e una che mi piace sempre di più man mano che continuiamo a farla dal vivo è “Little Lou, Ugly Jack, Prophet John.” È davvero una grande canzone.

“Little Lou, Ugly Jack, Prophet John” è interessante perché è un duetto con Norah Jones. E avere ospiti sul proprio album era qualcosa di nuovo per i Belle and Sebastian.
Oh, è stato fantastico. Registrate sia con Norah che con Carey Mulligan è stato fantastico. Sono state esperienze leggermente diverse, Carey è arrivata a pezzo già registrato e ci ha cantato sopra. Mentre Norah ha registrato il pezzo assieme a noi, come se fosse su un vecchio disco di Sinatra. È stato davvero, davvero divertente. Ricordo che pensai, "che voce!" Non è un caso che abbia venduto così tanti dischi.

6. Storytelling (2002)

Storytelling è stato interessante per me. Come dicevo, il periodo di Fold Your Hands è stato davvero disfunzionale, a tal punto da farmi venire voglia di mollar tutto, ma Storytelling fu davvero una bella esperienza. Non ebbe un successo incondizionato perché era la colonna sonora di un film da cui prendeva il nome, ma alla fine non venne davvero usata. Qualche canzone, però, ne uscì davvero bene. Fu un'esperienza veramente positiva per il gruppo, che ebbe però delle conseguenze non proprio positive a livello commerciale. Era un periodo di ricostruzione, e fu bello provare a fare qualcosa di nuovo. Fu quasi come rinascere.

Tecnicamente, fu anche il vostro primo album senza il vostro bassista storico, Stuart David. Questa cosa impattò le dinamiche della band?
Stuart David non c'era neanche durante Fold Your Hands, a essere sinceri. Era ancora nel gruppo ma non veniva mai, e quindi non che ci mancasse poi così tanto. Non faceva davvero alcuna differenza. Penso che il più grande cambiamento a livello di dinamica fu che altri di noi, specialmente [la polistrumentista] Sarah Martin, trovarono in Storytelling uno stimolo a inventarsi nuovo materiale. Lei aveva scritto una canzone bellissima per Fold Your Hands ma Storytelling è il momento in cui emerse come una vera forza, almeno nella mia testa. Aveva scritto alcuni dei temi principali e un paio dei pezzi. Erano davvero belli.

Ci sono dei momenti di quell'album che ti sono rimasti nel cuore?
Penso ancora ai dischi in vinile, e devo dire che suonerei ancora volentieri tutto il lato A. È quasi tutto strumentale, ma sarei davvero felice di riascoltarlo. Ripensandoci, l'unica cosa che cambierei sarebbero le parti parlate dal film, che toglierei del tutto. All'epoca avevano senso, ma con il passare del tempo hanno perso senso in quel contesto. Lasciando stare questa cosa, penso che sia uno dei miei preferiti. Spero che venga scoperto da più persone, all'epoca passò decisamente sotto i radar.

5. Girls in Peacetime Want to Dance (2015)

Questo album è probabilmente quello in cui avete cambiato in modo più marcato ciò che fate, introducendo elementi dance e disco.
Bé, quando abbiamo cominciato a scriverlo ero a New York e stavo suonando in una band disco. Ci chiamavamo Disco Shark. Tra di noi era nata quest'idea di aumentare un po' il tempo delle canzoni. E fa ridere perché è effettivamente il nostro album disco, ma non è che poi ci fossero poi così tanti elementi disco. Si trattava più di velocizzare le cose, andare più spediti. Ma registrarlo è stato comunque diverso da qualsiasi altra esperienza che avevamo fatto fino a quel punto. Abbiamo lavorato con Ben Allen, che ha creato un vero senso di collaborazione. Continuava a definirlo "il nostro album", tanto per darti un'idea.

Ben Allen è un produttore dal background completamente diverso rispetto a quelli a cui siete abituati. Ha lavorato con nomi molto diversi gli uni dagli altri: gli Animal Collective, Christina Aguilera, Cee Lo Green.
Lo abbiamo accettato e voluto. Quando qualcuno propose il suo nome pensammo subito che sarebbe stato bello lavorare con lui dato che aveva fatto dischi pop cominciando però dall'hip-hop di Atlanta. Volevamo sperimentare qualcosa di veramente diverso, e così è stato.

Essendo l'ultimo album che avete registrato, sono sicuro che molte delle canzoni ti facciano tornare ad Atlanta con il pensiero.
Mi ricordo bene la registrazione di "The Everlasting Muse." Ero chiuso da solo in una stanza con un mandolino e un sacco di tempo libero. Onestamente, la cosa che ricordo meglio è il tempo che ho passato a comprare dischi. Andavamo al mattino a registrare, e a una certa Ben diceva, "Ok, è tutto". E poi si metteva giù a lavorare da solo. Era quasi come essere in vacanza. Il che mi è piaciuto, anche se mi sono sentito un po' scollegato da tutto. Sono felice, intendiamoci, ma ripensandoci mi è quasi sembrato di essere un ospite sul mio stesso album. Ed è una cosa che ho accettato, il processo è stato naturale, ma non so se vorrei ripassarci.

Pensi che tra cinque anni cambierai opinione su Girls in Peacetime?
Lo sto già facendo. Durante le lavorazioni mi è sembrato un album particolarmente lungo, dato che dura quasi un'ora. Mi è capitato di ascoltarlo mentre stavo guidando e ho pensato, "Oh, funziona! È epico, è lungo ma senza essere prolisso". Poi ho deciso di ascoltarlo durante un volo la scorsa estate, quando eravamo in America, dato che me lo sono trovato nel sistema di intrattenimento dell'aereo. Alla quinta canzone ho pensato che fosse il nostro album più bello. Alla sesta, però, ho cominciato a pensare che stesse andando troppo per le lunghe. Avremmo potuto essere più concisi. I nostri primi album funzionano meglio perché li pensavamo in termini di formato, dato che sarebbero stati stampati su vinile. Avevamo solo 40 minuti su cui lavorare.

4. The Boy with the Arab Strap (1998)

Penso che tra tutti i nostri dischi questo sia quello che ti dà di più se lo ascolti dall'inizio alla fine. Le singole tracce possono non colpirti come altre nostre cose, ma messe assieme sono qualcosa di diverso.

Questo album è il primo a cui hai contribuito a livello compositivo e vocale. Hai già parlato di come, all'epoca, non sopportavi l'idea che le tue canzoni fossero finite in mezzo a quelle di Stuart, e avevi paura che i mondi creati dai vostri primi due album sarebbero stati ribaltati.
Non penso di poterlo spiegare meglio di come lo hai detto tutto. Ora capisco meglio la posizione di Stuart. C'era questa sensazione che avesse davvero fatto una dichiarazione d'intenti, con quei primi due album. Aveva ancora un sacco di belle canzoni scritte, ma pensava che l'unico modo per far sì che i Belle and Sebastian sopravvivessero fosse lasciare che tutti i membri contribuissero alla scrittura. All'epoca non me lo capii. Ci misi un po' di tempo a scrivere una canzone, "Seymour Stein", che penso sia un buon pezzo, e poi gliene diedi un altro che non reputo della stessa qualità.

I nostri primi due album erano dei mondi a sé. Le canzoni erano così specifiche che sembravano uscite da personaggi chiamati Belle e Sebastian. C'erano delle componenti autobiografiche, certo, ma erano davvero filtrate dall'uso di personaggi. Mi viene da fare un paragone con la Band, che si trovò a dover marcare una forte distinzione con il loro terzo album, Stage Fright, dopo i loro primi due. Stage Fright è il mio preferito, ma fu un album che dovette affrontare il gioco di aspettative che si era creato dopo The Band e Music From Big Pink.

Era un periodo in cui mi sentivo totalmente confuso. Non capivo niente. Stuart era stato così bravo e aveva avuto così tanto ragione su ogni cosa che pensavo avrebbe mandato tutto in rovina se avesse cambiato le cose. Fu un album agitato, ma non tanto quanto Fold Your Hands Child.

Nonostante fossi nervoso riguardo alla direzione che stavate prendendo, come fu per te scrivere canzoni per la band per la prima volta?
Il modo che trovai per aggirare i mondi auto-contenuti di cui scrive Stuart fu scrivere canzoni che parlavano intenzionalmente della band stessa. Era un momento straordinario per noi, e "Seymour Stein" era solo un'idea che avevo in testa. Sintetizzava un periodo. Scrivevo del gruppo e della mia esperienza al suo interno. Lo stesso vale per "Chickfactor", che parla del nostro primo viaggio in America. In un certo senso, stavo solo provando a dare un po' di contesto al gruppo oltre a quello che veniva detto nelle altre canzoni. Non sarei mai riuscito a scrivere come Stuart Murdoch, neanche se ci avessi provato. Stuart David ne parlò in modo molto chiaro in un'intervista: ci sono due Belle e Sebastian, disse. Belle e Sebastian, i personaggi mitici all'interno delle canzoni, e ci sono i Belle and Sebastian, la realtà dei musicisti nel gruppo. Sono mondi completamente diversi.

3. If You're Feeling Sinister (1996)

Mi fa strano parlare di If You're Feeling Sinister perché all'epoca non mi piaceva. Ero rimasto deluso dal risultato finale. Adoravo le canzoni, ma pensavo che la produzione fosse davvero piatta e mancasse di dinamiche. In retrospettiva, Stuart Murdoch era così avanti da aver capito che le canzoni erano così forti che la gente si sarebbe innamorata delle canzoni per l'esatto motivo per cui a me non piacevano. Sono canzoni così disadorne che parlano da sole. E funzionano.

Quando lo finimmo pensai, "Bé, ora dobbiamo farne uno migliore". Ma negli anni successivi, invece, abbiamo fatto sempre peggio. Sapevo che avremmo potuto fare meglio. È una maratone, non uno sprint, e abbiamo comunque scritto dei bellissimi dischi. Ma questo è diventato il preferito di molti per colpa nostra, perché non abbiamo mantenuto alto il livello qualitativo delle nostre cose.

Capisco perché pensi che The Boy with the Arab Strap sia il vostro album più coeso, se ascoltato dall'inizio alla fine, ma anche questo scorre benissimo di canzone in canzone.
È l'unico per cui avevamo già deciso la sequenza delle canzoni prima di registrarlo. Avevamo solo una settimana di tempo, quindi fu piuttosto comodo come approccio. L'unica differenza era che sarebbe dovuto finire con un pezzo intitolato "Sunday Gang" che non registrammo mai, ma Stuart scrisse all'ultimo minuto "Judy and the Dream of Horses." Stuart aveva tutto nel suo taccuino.

Forse è per questo che molto lo considerano il nostro album migliore. A livello concettuale, è davvero conciso. Quando lo abbiamo suonato tutto l'anno scorso per il tour dei nostri vent'anni è stato davvero divertente.

2. The Life Pursuit (2006)

Questo è un album bellissimo, semplicemente. Quando abbiamo ricominciato a suonare davvero, nel 2001, avevamo degli archi con noi sul palco, e ne mettevamo un sacco anche nei nostri dischi. Il che è ok, ma devo ammettere di non essere un grande fan dei violini. The Life Pursuit mi è sempre piaciuto tanto perché lo abbiamo fatto solo noi del gruppo. Ci siamo guardati dentro, abbiamo scavato e abbiamo lasciato che uscisse quello che ci sentivamo di suonare. E così abbiamo cominciato a brillare.

Erano anni che suonavamo dal vivo. All'inizio eravamo molto, molto quieti e la musica che facevamo era invitante così come un parlare a voce bassa. Poi cominciammo ad avere successo, a suonare in locali sempre più grossi, e la formula smise di funzionare. Arrivò un punto in cui dovemmo imparare a proiettarci in un modo diverso, e The Life Pursuit fu il culmine di quel processo. È un album veloce che si ramifica in modi interessanti.

1. Tigermilk (1996)

Questo è al primo posto perché è stato il nostro primo album. È come un primo amore. È tutto soggettivo, ma nonostante avessi suonato in diversi gruppi e registrato album prima di Tigermilk quella fu la prima volta che alla fine di tutto mi convinsi di aver fatto qualcosa di stupefacente. Ricordo che Stuart Murdoch arrivò da noi con il disco, e lo ascoltammo da me, e pensai "Cazzo, è davvero bello". Penso che i primi album di molte band sono caratterizzati dalla velocità, dall'entusiasmo, da un suonare veloce. Mi ero scordato di quanto "The State I Am In" fosse veloce. Quando la suonavamo dal vivo andavamo come un treno. Lo stesso vale per "She's Losing It" e molte altre. Quando suoni e ascolti quei pezzi ti batte forte il cuore. Ed è così che dovrebbe essere!

Lo registrammo in meno di una settimana. Facevamo un paio di take e poi passavamo al pezzo successivo, e così via. Venne tutto fuori in maniera quasi istantanea. Lo dico da anni e nessuno mi ascolterà mai, ma è così che si fanno i dischi. Ammetto anche che non puoi continuare a ripeterti. È un dilemma, ma penso che fare le cose senza pensarci troppo e in modo energico abbia un suo senso. Mi piace davvero tanto. Tigermilk ha canzoni elettriche e forti, e fragili e miti. Ha qualcosa di speciale, di magico.

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