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Attualità

'La terra dell’abbastanza' è la prova che il cinema italiano è più in forma che mai

Abbiamo parlato con i due registi, Fabio e Damiano D’Innocenzo, di come è nata l’idea del film e del paragone con Garrone.

di Flavia Guidi
14 giugno 2018, 4:00am

Still dal film.

Che il cinema italiano stia vivendo un periodo particolarmente fortunato lo si sente dire da diverso tempo, e i premi assegnati a Cannes sembrano confermarlo. Per quanto mi riguarda basterebbe anche un solo film, La terra dell’abbastanza, per convincermi del suo ottimo stato di salute.

La terra dell’abbastanza racconta la storia di due adolescenti della periferia romana, Manolo e Mirko. Una notte un incidente cambia per sempre le loro vite, aprendogli le porte della criminalità. Ma questa vicenda, pur narrativamente centrale, non è il cuore del film, che si concentra soprattutto sui rapporti umani, l’amicizia e l’amore, sulla quotidianità e le aspirazioni di chi cresce in una periferia come quella.

I registi di questo film sono i gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, 28 anni. Dopo l'arrivo del film nelle sale il 7 giugno, ho parlato con loro di come è nata l’idea del film, del paragone con Garrone e di quanto sia difficile fare cinema in Italia quando si è giovani.

Fabio e Damiano D'Innocenzo. Foto di VIviana Berti.

VICE: Per cominciare, com'è nato il film e com’è arrivato nelle sale?
Damiano e Fabio D'Innocenzo: Abbiamo scritto questo film sei anni fa, quando avevamo neanche 22 anni, in circa due settimane. Era un momento particolare per il nostro rapporto, in cui sentivamo che era importante ribadirci quell’amicizia che ci lega dal giorno zero, e scrivere questo film era dirci quel “ti voglio bene” che a voce non ci siamo mai detti.

Abbiamo passato i successivi sei anni a bussare alle porte delle case di produzione, ricevendo una quantità incredibile di no. La prima brutta notizia è arrivata quando abbiamo visto il trailer di Non essere cattivo: non c’entra niente con il nostro film, ma i produttori ci vedevano diversi punti di contatto e questo ci ha ostacolato. Poi è successo tutto a caso, quando a teatro abbiamo conosciuto quello che sarebbe diventato uno dei nostri produttori. Dopo pochi mesi eravamo sul set.

Veniamo al film: non è affatto semplice inserirlo in una categoria definita. Presenta alcuni aspetti crime, eppure non si può definire un film crime
Per noi è un film sull’amicizia, non è mai stato un crime. Diciamo che quell’aspetto era solo un mezzo per fare entrare lo spettatore in un ambiente che già conosce. Abbiamo scelto paradossalmente il tema che meno si presta a parlare dell’amicizia, perché il crime di solito porta altrove.

I due personaggi principali, Mirko e Manolo, si compensano alla perfezione—oltre a essere interpretati in modo incredibile. Quanto avete cucito il copione sugli attori e quanto invece sono stati loro ad adattarsi?
Un po’ tutte e due le cose. La sceneggiatura non può essere la pietra miliare di un film. È rimasta più o meno la stessa fin dall’inizio, ma come sempre ci si lavora insieme agli attori.

Noi avevamo in mente l’idea di coppia e loro appunto si compensano perfettamente: nei colori ma anche nel lavoro. Andrea [Carpenzano, nel ruolo di Mirko] è tutto dentro, è tutto pensiero. Matteo [Olivetti, nel film Manolo] è tutto fuori, esternalizza tutto. Quindi abbiamo lavorato su queste caratteristiche, e abbiamo avuto la fortuna di farlo con quelli che ritengo essere gli attori più bravi della loro generazione. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Andrea al primo giorno di casting, e lui ci ha fatto un po’ da Caronte per trovare Matteo, che all’inizio non riuscivamo a trovare.

La cosa che più mi ha colpito del film è il modo in cui viene rappresentata la violenza, che non è affatto patinata.
Sì, questa è stata una scelta fondamentale fin dall’inizio. Volevamo mettere in scena la violenza spogliandola dal glamour, da quello che poteva sembrare troppo spettacolare. Nel film le scene di violenza hanno spesso una resa quasi sciatta, perché la violenza è questo, è brutta, è legata alla miseria. Si è trattato di una scelta con cui ci mettevamo in contrapposizione con il cinema italiano. Ci sembrava efficace.

Quanto c’è di autobiografico nella trama?
Di autobiografico ci sono il tema dell’amicizia e il contesto. Noi veniamo da Tor Bella Monaca, ma non è dove abbiamo girato perché sembrava troppo già visto. Comunque sappiamo come parlano le persone di quei luoghi, conosciamo i modi di sopperire al dolore caricando molto sull’accessorio, il machismo e l’assenza di sensibilità. Sappiamo che ci si abitua alla sconfitta, e che uno per proteggersi preferisce rimanere lontano dalla vita. È uno strano meccanismo che noi pensiamo di aver capito non perché lo abbiamo studiato, ma perché ci abbiamo vissuto.

Come vi siete avvicinati al cinema?
Veniamo da una famiglia estremamente semplice, che non ha a che fare col mondo del cinema. Ma i nostri genitori sono persone estremamente colte. Già a dieci anni avevamo questo strano melting pot per cui guardavamo sia i cartoni Disney che Pasolini, e quella passione ci è rimasta.

Non avevamo la televisione ma abbiamo sempre guardato tantissimi film, soprattutto di nicchia. Da ragazzi facevamo questa specie di gioco in cui ci assegnavamo a vicenda una serie di film da vedere, che di solito erano dieci e che quando riuscivamo guardavamo anche a ritmo di tre al giorno, e poi nominavamo i vincitori. Le comunicazioni avvenivano tutte rigorosamente per mail anche se eravamo seduti accanto: migliore sceneggiatura, miglior attore protagonista, migliore fotografia. Ricordo che un film vinse tutti i premi: Funeral Parade of Roses, un film giapponese da cui Arancia Meccanica prende tutto.


Guarda la nostra intervista a Matteo Garrone:


Tornando all’attualità, di recente avete collaborato con Garrone per la sceneggiatura di Dogman , e il paragone con lui viene piuttosto naturale. Che effetto vi fa, e più in generale cosa pensate del momento che sta vivendo il cinema italiano?
Per noi Garrone è sempre stato un punto di riferimento, amiamo tutti i suoi film e siamo forse debitori inconsapevoli di alcune sue cose. Ci accomuna lo stesso modo di vedere la vita, più che il cinema: su questo siamo molto diversi. Sono accostamenti che vengono naturali per gli esordienti, poi ognuno prende la sua strada.

Il cinema italiano sta vivendo un bel momento, c'è una presenza cospicua di film italiani ai festival più importanti, e spero che questo generi una curiosità di andare a vedere nuovi autori. Ce ne sono moltissimi che meritano, e spero che la nuova generazione faccia squadra. La generazione prima era molto chiusa e divisa, ma secondo me non è quello il modo: il cinema non è una cosa esclusiva, deve appassionare e far sognare la gente. Noi veniamo dal nulla, oggi campiamo di questo lavoro senza aver fatto scuole o accademie. Il cinema è una cosa molto concreta, deve essere alla portata di tutti e dobbiamo aiutarci.

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