La storia di Margaret Lovatt, la donna amata da un delfino
Immagine: Simone Rastelli

La storia di Margaret Lovatt, la donna amata da un delfino

E di come un esperimento degli anni Sessanta della NASA è degenerato in un'accusa di "delfinofilia."
20.2.18

Ho sempre amato la sulfurea descrizione dell’accoppiamento tra Maldoror, il protagonista di un poema epico di Isidore Ducasse e mi è tornata in mente quando un’amica mi ha suggerito di dare una controllata a un certo Malcolm Brenner. Capisci subito di trovarti davanti a un tipo interessante se la prima riga di Wikipedia lo descrive come “autore, giornalista e zoofilo“. La passione di Malcolm, a quanto pare, sono i delfini.

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Ora, la zoofilia è un argomento quanto mai delicato — provai ad affrontarlo anni fa — perché tocca corde sensibili non soltanto nell’ambito della sessualità ma anche dei diritti degli animali. Per iniziare, il mio consiglio è di ritagliarvi un quarto d’ora di tempo e di guardare lo straordinario Dolphin Lover, qui sotto, che racconta la storia d’amore poco convenzionale tra Malcolm e la delfina Dolly.

Il documentario, e il libro Wet Goddess pubblicato da Brenner, non hanno mancato di suscitare controversie. “Glorificare le interazioni sessuali umane con altre specie non è appropriato per la salute e il benessere di alcun animale," ha dichiarato l’esperta Dr. Hertzing all’Huffington Post. Mette a repentaglio la salute stessa del delfino e le sue coordinate di comportamento sociale." Ma se pensate che la love story tra Malcolm e Dolly sia bizzarra, ce n’è almeno un’altra che la supera in stranezza. Lasciate che vi presenti Margaret Lovatt.

L'intervista di BBC a Margaret Lovatt.

Da ragazza anche Margaret — pur non avendo inclinazioni né interessi zoofili — ha subìto le attenzioni erotiche di un delfino maschio. E fin qui non ci sarebbe nulla di così particolare: questi mammiferi sono noti per essere sessualmente promiscui con gli addestratori e con gli altri umani che nuotano con loro. Ma il contesto in cui questo avvenne è così deliziosamente ameno, e la sua storia così affascinante, che meritano di essere raccontati.

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Isole Vergini, primi anni Sessanta, il dottor John C. Lilly era nel pieno delle sue ricerche (che, molti decenni più tardi, gli varranno una descrizione su Wikipedia immensamente più cool di quella di Brennan). Questo brillante neuroscienziato aveva già brevettato svariati manometri, condensatori e misuratori medici; studiato l’effetto dell’altitudine sulla fisiologia del cervello; realizzato un apparecchio per visualizzare l’attività cerebrale tramite elettrodi (la stimolazione, usata ancora oggi, è chiamata “onda di Lilly”). Intrigato dalla psicanalisi, aveva anche già abbandonato le aree più convenzionali dell’investigazione scientifica per inventare le vasche di deprivazione sensoriale.

L'amabile John C. Lilly.

Realizzate nel 1954 e pensate inizialmente per lo studio della neurofisiologia dell’encefalo in assenza di stimoli esterni, le vasche di isolamento si erano inaspettatamente rivelate uno strumento capace di indurre uno stato alterato della coscienza, favorendo una trance profonda e introspettiva. Lilly aveva cominciato a considerarle veicoli spirituali o psichici, “Feci così tante scoperte che non osai riportare al gruppo di psichiatria perché mi avrebbero preso per pazzo," si legge nella sua autobiografia. "Scoprii che la vasca di isolazione era un buco nell’universo.” Da qui aveva preso avvio la seconda fase della carriera di Lilly, quella di esploratore della coscienza. I primi anni ’60 furono anche il momento in cui John Lilly cominciò a sperimentare con l’LSD, si interessò agli alieni, e… ai delfini.

Lo scienziato era convinto che questi mammiferi fossero estremamente intelligenti, e aveva scoperto che sembravano in grado di replicare alcuni suoni umani. Non sarebbe bello, pensava Lilly, riuscire a comunicare con i cetacei? Quali concetti illuminanti potrebbero insegnarci, con i loro enormi cervelli? Pubblicò le sue idee in Man and Dolphin (1961), che divenne subito un bestseller; nel libro prevedeva un futuro in cui i delfini avrebbero ampliato le nostre prospettive sulla storia, la filosofia e perfino la politica mondiale (auspicava l’istituzione di un Seggio di consulenti cetacei presso le Nazioni Unite).

Il passo successivo di Lilly consistette nel farsi finanziare un progetto per insegnare ai delfini a parlare inglese. Provò a coinvolgere la NASA e la marina militare americana — come farebbe chiunque, no? — e ci riuscì. In questo modo, Lilly fondò il Communication Research Institute, un laboratorio marino segreto sull’isola caraibica di St. Thomas.

Questo, a grandi linee, è il contesto in cui nel 1964 la nostra Margaret cominciò a lavorare con il delfino maschio Peter, uno dei tre cetacei che venivano studiati nella struttura di Lilly. Margaret si trasferì a vivere nel delfinario per tre mesi, a contatto con Peter sei giorni su sette. Qui diede all’animale lezioni di inglese, cercando per esempio di insegnargli a pronunciare “Hello Margaret”. “La M era molto difficile. […] Lavorai al suono della M e alla fine lui si rigirò per dirlo attraverso l’acqua e le bolle. Lavorò così duro per dire quella M di Margaret,” spiega nel documentario per BBC. Peter però si dimostrava curioso nei riguardi di molte altre cose, “Era molto, molto interessato alla mia anatomia. Se me ne stavo seduta e le mie gambe erano in acqua, si avvicinava per guardare a lungo il retro del mio ginocchio. Voleva sapere come funzionava quella cosa e io ne ero incantata.“

Spendere così tanto tempo in intimità con il delfino introduce la Lovatt ai bisogni sessuali del cetaceo, “A Peter piaceva stare con me — Si strofinava sul mio ginocchio, o il mio piede, o la mia mano.” A quel punto, per non interrompere le sessioni, Margaret cominciò a soddisfare manualmente le necessità di Peter, quando insorgevano. “Glielo permettevo. Non mi dava fastidio, a meno che non diventasse troppo brutale. Era diventata una parte di quello che succedeva, come un prurito – te ne liberi, e continui. Ed è così che sembrava funzionasse. […] Da parte mia non era sessuale. Sensuale, forse. Mi sembrava che rendesse il nostro legame più intimo. Non per via dell’attività sessuale, ma per il fatto di non dover interrompere. E questo è tutto ciò che era in realtà. Io ero lì per conoscere Peter. Quello era un lato di Peter.“

“A Peter piaceva stare con me — Si strofinava sul mio ginocchio, o il mio piede, o la mia mano.”

Con il passare dei mesi John Lilly perse gradualmente interesse per i delfini. La ricerca scientifica sugli allucinogeni, all’epoca di grande interesse per il Governo, lo impegnò sempre di più e finì per diventare un interesse più personale che professionale: come ricorda un amico, “vidi John trasformarsi da scienziato in camice bianco a hippy in piena regola.”

Il laboratorio perse i finanziamenti, i delfini furono spostati in un altro acquario a Miami, e Margaret non seppe più nulla di Peter fino a qualche settimana dopo. “Ricevetti questa chiamata da John Lilly. John mi chiamò in persona per dirmelo. Disse che Peter si era suicidato.” Proprio come Dolly nel racconto di Malcolm Brenner, anche Peter aveva deciso di smettere di respirare (nei delfini la respirazione è volontaria).

Dopo più di una decade, alla fine degli anni ’70, la rivista pornografica Hustler pubblicò un articolo scandalistico su Margaret Lovatt e il suo rapporto “sessuale” con Peter, con tanto di esplicito disegno. Purtroppo, nonostante tutti i tentativi di riportare la vicenda nella cornice di quei pionieristici esperimenti, Margaret rimase sempre nell’immaginario come la donna che si accoppiava con i delfini. “È un po’ sgradevole” ha dichiarato in una intervista per il Guardian. “Il peggior esperimento del mondo, ho letto da qualche parte, saremmo stati io e Peter. Va bene, non mi importa. Ma quello non fu mai il fine, né il risultato del nostro lavoro. Quindi mi limito a ignorare il tutto.“

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Verso la fine della sua carriera, John Lilly si convinse che gigantesche entità cosmiche (visualizzate durante i suoi trip con l’acido) fossero responsabili di tutte le coincidenze inspiegabili. In maniera consona, mentre stavo ultimando questo post mi è capitata una di queste coincidenze. Ho aperto il sito del New York Times e trovato questo nuovo articolo: alcuni scienziati dell’Università del Cile hanno appena pubblicato una ricerca, in cui sostengono di aver addestrato un’orca a ripetere alcune parole in inglese.

Quindi il sogno di Lilly di comunicare con i cetacei continua. Il sogno di Brennan, al contrario, è ancora controverso, così come le associazioni di zoofili — ad esempio la tedesca ZETA (Zoophiles Engagement für Toleranz und Aufklärung, “impegno zoofilo per la tolleranza e l’illuminazione”) — che credono in un futuro senza più alcuna barriera sessuale. Un futuro in cui si possa tranquillamente fare l’amore con un delfino senza suscitare curiosità morbose.


Ivan Cenzi è un esploratore del perturbante e un collezionista di curiosità. Dal 2009 cura il blog Bizzarro Bazar che è diventato il punto di riferimento italiano per tutto ciò che è “strano, macabro, meraviglioso.” Dal 2014, Bizzarro Bazar è diventato anche una collana di libri fotografici editi da Logos, dedicati alle meraviglie macabre e nascoste d’Italia.

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