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Noisey

Pensieri sparsi sul Primavera Sound 2017

E un altro Primavera è andato, tra nuove occasioni di promozione e consumo musicale, concerti belli e importanti e un po' di odore di balena morta.

di Tommaso Ottaviani
12 giugno 2017, 10:20am

Fotografie, fatte a cazzo col cellulare, di Caterina Marietti.

Puntuale come le tasse l'adulterio, irrinunciabile e non derubricabile (a differenza delle faccine che vomitano sotto alle recensioni), ecco a voi il solito report barboso—ne avrete già letti a profusione—sul Primavera Sound 2017. Vi lasciamo un po' di pensieri sparsi sulle cose successe, oltre alla succulenta sezione "i concerti, quelli belli". Qua trovate la prima parte, dedicata a Prank Ocean aka Fuck Ocean.

Don't Look Back in Anger

Inutile girarci intorno: il Primavera Sound è stato il primo festival in programma dopo i fatti di Manchester. Eppure, la gestione gentile dell'organizzazione (un livello di controlli in più all'ingresso, e il resto—se c'era—era sostanzialmente invisibile) ha reso tutto molto più semplice del previsto. Non potevamo chiedere di meglio.

Primavera Bits

Si aggiungono altri due palchi rispetto alla configurazione 2016, per ampliare l'offerta con un mini-festival di elettronica (il Primavera Bits. Notevolissimi i nomi coinvolti, da GAS alla triade Innervisions Ame - Dixon - Henrik Schwarz, più le glorie di casa Hivern passando per la nostra amatissima Kelly Lee Owens). L'idea ha senso soprattutto nel non provare paragoni con il vicino Sonar, peccato solo per le code (inevitabili, dato che si tratta di attraversare una passerella) per avvicinarsi ai palchi. Come sempre, siamo sicuri che i nostri organizzatori di festival preferiti avranno una soluzione pronta per il 2018.

"Pubblico pagante, guarda qui!", ovvero, le nuove occasioni di promozione

La questione forte di quest'anno: usare un festival per fare promozione in modo nuovo (o sedicente tale). È successo il primo giorno di festival con gli Arcade Fire—che hanno fatto montare in gran segreto un palco a 360°, sono stati annunciati con anticipo minimo, hanno suonato il loro nuovo singolo più qualche pezzo storico, e hanno dato appuntamento a tutti per il gran finale di sabato—ed è ricapitato nei giorni successivi con i Mogwai (per la presentazione del nuovo album) e le Haim (idem come sopra, nuovo album).

L'idea di fondo, partorita da qualche ufficio stampa in vena di creatività spicciola, sarebbe anche carina, e rientra nel "che bello, facciamo un live senza le pressioni del live, senza l'ansia della vendita biglietti". La considerazione un po' brutale è che un festival possa diventare l'ennesima occasione in cui le esigenze comunicative ("sono qui per mostrarti la mia musica") si sovrappongono a quelle di comunicazione ("sono qui per dirti che sto per mostrarti la mia musica"). Sembra un discorso da vecchi tromboni, ma ci ha fatto molto pensare.

Il live segreto degli Arcade Fire di cui sopra.

"Pubblico pagante, compra questo!", ovvero, le nuove occasioni di consumo

La questione debole, ma che apre strascichi altrettanto trombonistici sul futuro, è legata al "quanti altri soldi mi puoi dare una volta dentro. E perché". E si esplica negli Arcade Fire (di nuovo loro) che hanno venduto il 12" del nuovo singolo a un banchetto del festival. OK che è il copia-incolla della strategia di release sotterranee di Apex Twin (prima a Houston poi a Londra), ma è un altro tassello di come la musica concepita, registrata e distribuita (o anche, tutto quello che succede prima della musica suonata dal vivo) provi costantemente a reinventare sé stessa. Non sappiamo dire dove porteranno queste novità (scommettiamo "da nessuna parte"), ma è sempre qualcosa di interessante da osservare mentre succede.

I concerti, quelli belli e quelli importanti

Chiusi i discorsi sul dove stiamo andando e perché siamo qui, andiamo al nocciolo della questione. Undici palchi e i soliti duecento e rotti artisti coinvolti. Procediamo con ordine.

This is Not This Heat —> Charles Bullen e Charles Hayward. E già così tremano un po' le ginocchia. Chi scrive non nasconde che era la cosa più attesa di tutto il festival, perché poteva andare benissimo o malissimo in uguale misura. Le leggende rispondono come devono, con un set meraviglioso che dimostra un'altra volta come il tempo dell'attualità per quei due dischi più un EP non sia ancora giunto. Dopo più o meno un'ora qualcuno fa cenno che si è fatto tardi e ci sono i cambi palco da garantire. Hayward ferma tutto e saluta con un laconico "It seems time is against us". Raramente sono state pronunciate parole più vere da un palco a Barcellona.

Broken Social Scene —> La caciara è servita in grande stile. Al palco al tramonto - mentre gli Arcade Fire imbastiscono il loro live semi-segreto - i nostri snocciolando "7/4 (Shoreline)," "Halfway Home," "Ibi Dreams of Pavement (A Better Day)," "Anthems for a Seventeen Year-Old Girl" e qualche pezzo dal disco nuovo. Almeno in otto sul palco, un delirio per ogni fonico degno di questo nome, e un live che parla dell'essere amici, che toglie il dubbio del tempo che è passato e che lascia qualche rimpianto sul perché lo si sia fatto passare.

Bon Iver —> La vera, enorme prova d'artista del Primavera di quest'anno. Dopo aver annullato l'intero tour europeo, Justin Vernon punta a Barcellona con la configurazione già vista per il tour del secondo album omonimo (doppia batteria, fiati, una decina di persone costantemente sul palco). Il risultato è incredibile soprattutto per le canzoni di 22, A Million: il nostro rimane per la maggior parte del set immobile con cappellino da baseball di ordinanza e un paio di cuffie in testa, intento a maneggiare il suo incomprensibile banco strumenti con la chitarra intorno al collo. Ne esce un live che ruota in modo quasi scontato intorno al tratto distintivo della musica di/dei Bon Iver—la voce di Justin Vernon—e che gioca con il coraggio di prenderla e trasformarla continuamente, processandola in modo sempre più profondo. Ne esce un trionfo insperato per una musica così intima veicolata in un disco così difficile, una gloria silenziosa che si chiude in una "Skinny Love" voce e chitarra, a sigillare il tutto prima del silenzio. 22, A Million esce ancora rinforzato da una prova sul palco che rende accessibile, vicino e in qualche modo comunitario un disco che faceva della sua distanza e incomunicabilità i suoi indiscutibili punti di forza.

The Magnetic Fields, live all'Auditori Rockdelux.

The Magnetic Fields —> ovvero, Stephin Merritt dal vivo in uno dei rari momenti di resa dal vivo dell'intero 50 Songs Memoir. Qui l'idea era chiara: "siamo stanchi, svacchiamo un'oretta all'Auditori, che quello fa 25 pezzi oggi e 25 domani. Magari al settimo ci rompiamo le palle e andiamo a vedere Mac DeMarco". Il risultato è stato: poco meno di quattro ore di concerto—su due giorni—per cinquanta pezzi clamorosi. Un vero intrattenitore sul palco, tra la pacchiana riproduzione della sua cameretta, turnisti impeccabili, citazioni John Foxx in mezzo all'America che cambia e alla lunga ricerca di se stesso di un Merritt che dimostra, ancora una volta, perché sia uno dei migliori sulla piazza se stimolato sulla lunga distanza. Non saranno 69 canzoni d'amore, ma queste 50 canzoni di vita ci bastano. Pregate che passi da qualche parte vicino a voi.

Arab Strap —> L'altra grande attesa del festival, visto che è la reunion più incomprensibile da quando esistono le reunion (annunciata per poche date, di cui la maggior parte in Scozia, seguite da altre sempre programmate col contagocce). Malcolm Middleton con lo sguardo impassibile sulle pedaline e Aidan Moffat irrequieto—passerà gran parte del concerto a fare avanti e indietro sul palco, chiedendo aggiustamenti al volume in spia e aprendosi almeno sei birre—mettono giù il solito concerto per sopravvissuti di un momento che non c'è più. Tra una "Girls of Summer" e una "Don't Ask Me to Dance," chi scrive sente la mancanza di "Piglet" (ma non si lamenta troppo) e accusa la lacrimuccia su "The First Big Weekend," che chiude il tutto.

The xx —> Ci siamo passati tutti, al concerto a cui devi accompagnare la fidanzata / quella che ti piace. Ecco, ci abbiamo accompagnato caro amico che accompagnava la fidanzata. Secondo noi, gli xx che funzionano sono quelli che cantano i pezzi di Jamie xx. Il resto, onestamente, è veramente troppo difficile da sostenere, su un palco con davanti 50.000 persone.

Flying Lotus —> Sale sul palco con maglietta di Kuso—il suo film, che pare abbia finalmente trovato una distribuzione—e mette già uno dei migliori set audio-video dei tempi recenti. Apertura con "Theme," seguono pezzi sparsi dagli album, scelte di cover curiose (il Badalamenti di Twin Peaks accolto da un boato, mentre "Making of Cyborg" da Ghost in the Shell e "Shinra Company" da Final Fantasy VII mi sa che le abbiamo riconosciute in pochi…), un Captain Murphy—a confermare che come rapper anche dal vivo il nostro ci sa fare—e due Kendrick Lamar. Alla fine non capiamo se il continuo frullatore sia la meraviglia dello spettacolo, o se alla lunga il set sia appesantito dai continui stop and go. Nel dubbio, uno così ce lo teniamo stretto.

Aphex Twin laser power.

Aphex Twin —> Come spostare il confine della musica e dello show, ancora una volta, qualche chilometro più in là. L'ultima volta che abbiamo visto Aphex Twin davvero in forma era stato al Traffic un decennio buono fa. Qui il risultato è di nuovo a quel livello: set impeccabile, intelligente (un sacco di Fis e Jlin) e cazzaro ("Paleta" di Kamixlo) al punto giusto, filtrato tra l'impianto luci più impressionante che la storia ricordi e i video-loop del pubblico con filtro Instagram "metti la faccia di Richard D. James sopra la mia". Essere Aphex Twin nel 2017 prevede l'attualizzazione brutale di tutto quello che Richard D. James ha fatto finora: il senso di grottesco, l'umorismo, la fisicità dell'impianto visivo che si accompagna a quella struttura musicale ormai perfettamente riconoscibile e unica e alla distanza fisica del suo creatore (sempre al buio, immobile, solo un cenno di saluto alla fine dei giochi). La musica è quella lì, accelerazione continua, finale gabber che scivola nel noise, silenzio a prendere gli applausi. Il sovraccarico sensoriale (audio-video-partecipazione) è oltre ogni linea di guarda, l'idea è che il terrorismo di quest'uomo nei confronti del mondo che lo circonda non avrà mai fine.

Arcade Fire —> Sempre più orientati verso una forma di suono che cerca di segnare un distacco dal passato (era successo con la scelta di James Murphy come produttore per Reflektor, ci sembra chiaro che avere Thomas Bangalter per il nuovo album sia un altro passo avanti), e sempre più vicini alla forma comunitaria dei live di Bruce Springsteen, il concerto scivola tra le hit, e chi scrive vive con il solito mezzo rimpianto che tutto fosse già stato scritto nel 2004 ("No Cars Go," "Neighborhood #3 (Power Out)" e "Rebellion (Lies)" fanno il loro in modo quasi imbarazzante), e che quello che si vede adesso sia solo un lunghissimo strascico di qualcosa di incredibile.

Japandroids —> Abbiamo sempre sentito parlare malissimo dei Japandroids dal vivo, e anche di questo concerto vari amici dicono cose orrende ("il giorno che beccheranno un colpo di rullante sarà un gran giorno"). Al sottoscritto i Japandroids piacciono moltissimo, soprattutto perché sono seriamente convinti che ogni nota vada suonata come se fosse l'ultima a uscire dagli amplificatori di questo mondo, e che dopo ci sarà solo il silenzio, e che quindi non ci sia altro tempo da perdere.

Lvl Up —> Ovvero, il mondo salvato di ragazzini. Menzione d'onore per il quartetto di New York approdato su Sub Pop, che si conferma anche dal vivo come una piccola cosa speciale. Tutti i piccoli difetti di Return To Love vengono subito a galla (provare a sfidare i Neutral Milk Hotel più mistici, giocare senza nascondersi contro certi Pavement, tenere il palco con tre voci non tutte esattamente all'altezza), ma la resa quasi sfrontata permette, come sul disco, un altro scatto in avanti. E ci sentiamo vicini all'ennesimo gruppo di indie rocker (quelli veri), gli ennesimi a infilare distorsioni dove non dovresti, gli ennesimi a dare forma e senso alla disperazione ("I hope you grow old and never find love") e a scrutare nel futuro. Sono gli ennesimi e non saranno gli ultimi, ma ogni volta che qualcuno imbraccia una chitarra con queste premesse, sappiamo di essere qualche passo più vicini alla soluzione del perché suonare.

Il Primavera Sound, questa cosa qui

Un altro anno, un altro Primavera. E mentre mancano 362 giorni al prossimo Primavera, pensiamo che tutto questo tempo abbia reso inutili le considerazioni sul perché andarci, sul perché non sopportare chi ci va, sulla line-up, sul tempo a Barcellona, sugli spagnoli che fanno casino ai concerti, sugli Shellac inossidabili, sull'odore di balena morta che ogni tanto si alza dal mare. Ancora una volta, il miglior festival a cui possiate andare.

Tommaso ha un lavoro vero ed è uno degli aitanti giovani di Flying Kids Records.

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