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Perché certe droghe funzionano così bene con certi generi musicali?

Abbiamo chiesto a un esperto che cos'è che fa stare così bene insieme MDMA e house, speed e punk, hip-hop e purple drank.

di Daisy Jones
05 giugno 2017, 12:43pm

Ci siamo passati tutti. Sono le due del mattino, sei in un locale sotterraneo pieno fino a scoppiare, stai sudando e senti i primi brividi dati da quella pasta che ti sei calato venti minuti fa. Poi qualcuno mette "Let Me Be Your Fantasy" di Baby D nelle casse. Tu sei convinto (più convinto di quanto tu sia mai stato nella tua vita) che sia la più vera, più sentita e, a dir la verità, ora che ci pensi, geniale canzone che sia mai stata scritta. Come può essere così triste e così felice allo stesso tempo? Chi ha potuto concepire una melodia così coinvolgente ed euforica? Le parole si rivolgono a te a un livello viscerale. L'avevi già ascoltata, ma non l'avevi mai davvero ascoltata, capisci cosa intendo? Cominci a piangere. All'inizio sono poche, piccole lacrime di gioia. E poi cominci a singhiozzare. Ora stai urlando. Stai urlando, in mezzo alla pista, per Baby D.

L'ecstasy e la acid house sono così legate l'una all'altra, che praticamente giustificano l'uno l'esistenza dell'altra. Senza pensarci troppo profondamente, ha molto senso. Come puoi instaurare una vera connessione con le note di piano agrodolci di "Sweet Harmony" di Liquid, per esempio, se non ti sei mai stato talmente fatto di MDMA da piangere di gioia? Hai mai sentito il ritornello di "Ride on Time" di Black Box? È praticamente una persona che urla di gioia irreprimibile—ed è difficile raggiungere una tale sensazione a meno che i ricettori di serotonina nel tuo cervello non siano stati amplificati a duemila con l'aiuto di una certa sostanza. Non ti viene voglia di ascoltare industrial metal ultraviolento dopo esserti fatto una pasta, no? Ti serve qualcosa di gioioso, di sentimentale, che punti verso l'alto.

Ma non si tratta soltanto di MDMA e acid house, però. Altre droghe e generi si sono date sostegno a vicenda in modo particolare. Dal collegamento tra jazz ed eroina negli anni Sessanta, ai funghetti e la psichedelia negli anni Settanta, alla disco e i quaalude, al reggae e l'erba, i punk e la speed, l'hip-hop e la purple drank, il rap e la coca o lo shoegaze e gli acidi. Ma perché certi generi di musica si associano così bene a certe droghe? Quanto di questa associazione è culturale e quanto è puramente biologico?

Il dottor Zach Walsh, professore del dipartimento di Psicologia all'Università della British Columbia, ha effettuato svariate ricerche sull'argomento e dice che ci sono vari fattori in gioco. Il primo è, molto semplicemente, che le cose buone stanno bene insieme. "È in parte dovuto a quello che chiamo 'effetto burro d'arachidi', cioè che la cioccolata è buona, il burro d'arachidi è buono, quindi li mescoli e sono buoni insieme", spiega.

Ma, secondo Walsh, ha anche molto a che fare con quello che viene chiamato locus coeruleus—ossia la parte del cervello che "rintraccia le novità"—e come questo risponde a musica e droga. "Se ci chiediamo cosa rende la musica coinvolgente, cerchiamo familiarità ma vogliamo anche novità. L'effetto di certe droghe, in particolare se parliamo di quelle psichedeliche, è di attivare e incrementare la parte del cervello che rintraccia la 'novità', ovverosia quella parte dell'esperienza della droga che ti fa dire 'oh mio dio, non ho mai visto il mondo in questo modo'. Quindi quando si ascolta la musica sotto l'effetto di droghe si prova una sensazione di novità assoluta, come se non l'avessi mai sentita prima."

Se hai mai riscoperto un vecchio album dopo averlo ascoltato da fatto, capirai alla perfezione le parole di Walsh. Sei mai stato sveglio alle sei del mattino, ancora tutto fatto, a cercare di strappare il cavo aux dalle mani di un tuo amico per mettere un'altra volta "I Wanna Be Adored"? Questo succede perché il tuo cervello pensa di stare ascoltandola per la prima volta, quindi ti sembra super significativo ed esaltante. Oltre a questo, Walsh dice, la droga può permettere al cervello di concentrarsi in un modo diverso dal solito, il che significa che ci si può concentrare sulla musica senza distrazioni, migliorando l'esperienza. "C'è una lunga storia tra cannabis e meditazione, yoga e cose del genere, per esempio", dice Walsh, "perché conduce a uno stato mentale più presente e concentrato. Quindi sei meno distratto da conoscenza basata sul passato o il futuro—così apprezzi meglio la musica. La droga dà anche un senso di disinibizione. Quindi c'è l'apprezzamento della novità, la maggior capacità di concentrazione sul presente e la disinibizione."

Bene, ma perché certi generi funzionano meglio con certe droghe? A che cosa è dovuto? Walsh dice che a questa domanda è molto più difficile rispondere, ma possiamo formulare alcune ipotesi. "Ci sono probabilmente molti fattori culturali", mi spiega. "La gente che fa certi tipi di musica hanno certe esperienze con le droghe, e questo influenza chi l'ascolta, ma non si sa se è nato prima l'uovo o la gallina. La cultura entra nella biologia e la biologia entra nella cultura". Ha anche molto a che fare con la funzionalità. "Quando si parla di musica improvvisata, come il jazz o il reggae, l'entusiasmo per la sorpresa potrebbe derivare da grandi quantità di cannabis", aggiunge. "E le droghe [come l'MDMA] facilitano il ballo, che va d'accordo con gli aspetti più fisici e ripetitivi di certi generi".

Harry Shapiro, autore di Waiting For the Man: The Story of Drugs and Popular Music, ribadisce la nozione che l'associazione tra droghe e generi trovi la sua causa in funzionalità e cultura. "Se fai parte di una cultura che pratica la danza per tutta la notte—che si tratti dei mod negli anni Sessanta o i raver negli anni Novanta—vuoi stare in piedi tutta la notte, e il modo migliore per farlo è prendere uno stimolante tipo l'ecstasy", spiega. "D'altro canto, se il concetto alla base del genere musicale è di essere statici e introspettivi, probabilmente cercherai droghe più psichedeliche come l'LSD, i funghi e la cannabis".

In alcuni casi, però, Shapiro sostiene che la pervasività di certe droghe in certi generi sia più complessa. "A volte non si tratta necessariamente dello stile di musica, per intenderci, ma più della cultura d'origine dei musicisti che la suonano", dice. "Negli anni Cinquanta e Sessanta, l'eroina era una grossa componente del jazz bebop e non era considerato di moda ascoltare musica da ballo. Era più fico essere freddi e distaccati. Quindi l'eroina faceva parte della cultura. Oltre a questo, si trattava anche di un modo per alleviare il dolore di essere un musicista nero in una società razzista a maggioranza bianca. Quindi non c'è una risposta unica—è un fattore psicologico, culturale ma anche funzionale e creativo".

Per cui, alla domanda sul perché pipparsi un paio di raglie prima di rappare dall'inizio alla fine "Hit Em Up" di Tupac due volte sia un passatempo così piacevole (se sei uno a cui piacciono queste cose), o sul perché "Promised Land" di Joe Smooth suoni semplicemente meglio dopo una pasta, non c'è una risposta facile. Come ha detto Walsh, la biologia si ciba di cultura che si ciba di biologia che si ciba di cultura, quindi è difficile inquadrare una questione talmente amorfa con una linea precisa. Ciò detto, il collegamento tra le due cose si può spiegare come una simbiosi di funzioni cerebrali e cultura che s'intrecciano e s'influenzano a vicenda. Ma poi, quando la tua mandibola si muove alla velocità della luce e stai agitando le braccia sul dancefloor sotto un cielo stellato di luci colorate, importa davvero come sei finito lì e perché?

(Foto in alto di Michael Tullberg.)

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