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Com'è guardare l'Artico morire

Nessuno parla di intrighi politici internazionali tra gli abitanti e i lavoratori dell'Artico. C'è solo il terrore di cosa succederà se il pianeta continua a scaldarsi.

di Craig S. Smith
29 agosto 2019, 9:58am

Kim Holmen sul tetto della stazione di ricerca di Sverdrup dell'Istituto Polare norvegese. Foto di Craig S. Smith. 

Poco dopo aver lasciato il molo di Longyearbyen, la città più grande nell'arcipelago artico delle Svalbard, al largo della Norvegia, abbiamo avvistato il primo ghiaccio marino del nostro viaggio. Sopra, tre punti color latte che si muovevano nel paesaggio immobile: un orso polare femmina con i suoi due cuccioli. Ma quello era anche l'ultimo frammento di ghiaccio marino che avremmo incontrato andando verso nord, a metà strada tra la Norvegia e il Polo Nord.

Ero arrivato in Artico per scoprire cosa pensano le persone che vivono e lavorano lassù della corsa geopolitica ai territori artici, delle riserve di petrolio nascoste e delle linee di spedizione strategiche—ora che il riscaldamento globale sta aprendo la regione a nuovi traffici. Volevo vedere che aspetto avesse davvero questa minaccia. E, ovviamente speravo di vedere il ghiaccio marino, lo strato ghiacciato che siede sulla calotta del pianeta e su cui sogno di camminare da quando ero bambino.

Ciò che ho scoperto mi ha sconvolto. Durante il tempo che abbiamo passato navigando a nord per una settimana a giugno, non c'era ghiaccio marino. E al posto di manovre internazionali o preparativi per estrarre petrolio, ho incontrato solo un silenzio esterrefatto tra le persone che vivono da tempo nel "vero nord" e stanno facendo i conti con i cambiamenti rapidi della regione, indotti dal clima. Chiunque ho incontrato era di gran lunga più preoccupato della fragilità della natura locale che di qualsiasi interesse economico. Gli inuit, per cui il circolo polare artico è casa, sono preoccupati per i rischi che la loro cultura e modo di vivere corrono.

Nel giugno del 1818, Sir John Franklin, un esploratore dal tragico destino, si è avventurato a nord partendo dalle Svalbard, l'ultimo avamposto dell'Europa prima del Polo. Era la prima missione con cui ha cercato di trovare una rotta marittima tra l'Atlantico e il Pacifico, fallendo. Le drizze della sua nave si erano ricoperte di ghiaccio e presto lo sarebbe stato anche il mare su cui navigava—molto di quel ghiaccio era vecchio di anni e si allungava a perdita d'occhio nell'orizzonte settentrionale.

"Dove Franklin aveva trovato ghiaccio, io ho trovato solo acqua"

200 anni dopo, sono salpato sulla stessa rotta intrapresa da Franklin con un gruppo di artisti su una barchetta non molto diversa da quella con cui aveva viaggiato lui, la Trent. Ma dove Franklin aveva trovato ghiaccio, io ho trovato solo acqua, blu e piatta, senza fine. Lo strato di ghiaccio intorno alle Svalbard è calato del 40 percento rispetto alla media estiva degli ultimi 40 anni, e il nostro capitano, un olandese, ha detto che il bordo ghiacciato della calotta polare si trovava 160 chilometri più lontano di quanta strada avessimo tempo di navigare.

Tutti sanno che l'Artico si sta sciogliendo. Ma la realtà terrificante di un mare senza più ghiaccio—molto oltre il punto in cui Franklin era riuscito ad arrivare due secoli fa—mi ha tolto comunque il fiato. Il volume del ghiaccio marino artico, sia per spessore che per estensione, è diminuito del 70 percento dalla fine degli anni Settanta.

La calotta polare alla fine della stagione estiva, che 40 anni fa misurava circa le stesse dimensioni degli Stati Uniti, si è rimpicciolita fino a diventare un semicerchio irregolare che copre appena due terzi di quell'area oggi. Abbraccia le coste della Groenlandia e del Canada, ma ad agosto, sulla costa più a nord della Groenlandia è comparsa l'acqua per la prima volta a memoria d'uomo, quando il ghiaccio in quel punto si è spaccato all'improvviso. Alcuni scienziati hanno predetto che non esisterà più ghiaccio d'estate nel giro di circa dieci anni e che l'Oceano Artico ghiaccerà solo in inverno.

La scomparsa del ghiaccio significa anche che la cima del mondo si sta aprendo a commercio, pesca, e trivelle petrolifere, il che lo rende importante per i paesi che lo circondano. Molte persone, a partire dall'esploratore Vilhjalmur Stefansson negli anni Venti, hanno sostenuto che l'Oceano Artico sarebbe diventato prima o poi come il Mediterraneo, circondato da nazioni rivali. Hanno predetto un conflitto di interessi internazionali inevitabile—una sorta di replica postmoderna delle Guerre Puniche tra Cartagine e Roma.

 A mother polar bear and two cubs on an expanse of sea ice in Svalbard. Photo by Craig S. Smith
Un'orsa con i suoi cuccioli su una zattera di ghiaccio marino alle Svalbard. Foto di Rachel Honnery

A maggio, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha sconvolto tutti sostenendo in una riunione ministeriale del Consiglio Artico che "la regione è diventata un'arena per il potere e la competizione."

"È il momento che l'America si riconosca come nazione artica e combatta per il futuro dell'Artico," ha dichiarato. "L'artico è la frontiera delle opportunità e dell'abbondanza."

Il consiglio internazionale coordina la politica tra le otto nazioni artiche più i rappresentanti delle popolazioni indigene della regione, e si concentra sul proteggere il fragile ambiente dell'Artico—che gli Stati Uniti hanno finora per lo più ignorato.

Il sole ruotava all'infinito nel cielo luminoso. La vista era più nitida grazie all'aria secca e priva di polvere. Le distanze e le dimensioni erano difficili da stimare, perché gli oggetti che normalmente sarebbero sfocati o confusi all'orizzonte per la luce rifratta, apparivano tanto precisi da disorientare.

Vision was sharp and clear in the dry, dustless air. Photo by Craig S. Smith
La vista è più nitida grazie all'aria tersa e secca. Foto di Craig S. Smith

A disorientarmi, anche, era il senso di preoccupazione pacata che riscontravo tra le persone che incontravo. Tiravano su col naso o sorridevano o si stringevano nelle spalle quando la conversazione virava sulla geopolitica. Russi e norvegesi, cinesi e canadesi si mescolavano nella manciata di abitazioni sull'arcipelago. Non c'era sentore di intrighi internazionali neanche a Barentsburg, un'avamposto dell'era sovietica dove si scavava carbone e che ora è soprattutto una reliquia politica, eco di quei giorni in cui l'Unione Sovietica aveva grandi ambizioni per quei luoghi. Ora, invece, c'è solo il terrore di cosa significa un pianeta sempre più caldo.

"Nessuno pensa alla politica qui"

La Russia è la nazione con più territorio nell'Artico, e controlla il 40 percento delle terre oltre il Circolo Polare Artico, che ospitano i tre-quarti degli orsi polari della regione. Di recente si è messa a ricostruire basi militari nell'Artico che erano state chiuse o abbandonate dalla fine dell'era sovietica.

In risposta, sapientoni conservatori e falchi dell'esercito in Occidente hanno iniziato a cavalcare l'idea che l'Artico stia per diventare il teatro di una Guerra Fredda davvero fredda. "La Russia addita la politica della Norvegia alle Svalbard come un rischio potenziale di conflitto," strepitava un titolo sul Barents Observer un anno fa. "Mentre l'Artico si scioglie, le dispute territoriali si scaldano," avvertiva il quotidiano inglese Independent l'anno scorso.

Un gruppo di politici e burocrati americani, guidati dal Senatore americano Dan Sullivan e dall'ex segretario della difesa James Mattis, hanno spinto perché fossero incrementate le spese militari degli Stati Uniti al Nord, per far fronte agli investimenti russi. Una mappa dei siti militari russi nell'Artico, prodotta dall'ufficio del Senatore Sullivan è spesso usata come monito di ciò che Mattis chiama "le mosse aggressive" di Mosca.

Ma grossa parte di ciò che la Russia sta costruendo è, in realtà, una rete estesa di basi di ricerca e soccorso per navigare lungo la Rotta del Mare del Nord, un passaggio sempre più utilizzabile, ora che il clima si sta riscaldando. Alison LeClaire, che rappresenta nel consiglio artico il Canada, l'ha definita una "attività legittima" e ha sottolineato che la presenza militare della Russia in Artico è ancora molto minore rispetto ai tempi dell'Unione Sovietica e della Guerra Fredda.

"Vediamo un governo che ha risorse economiche crescenti nelle periferie più a nord del proprio territorio e che vuole proteggerle," ha detto per telefono. "La nostra conclusione è che non c'è una minaccia militare attiva."

Anche Julia Gourley, ufficiale del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e portavoce degli Stati Uniti nel consiglio Artico la pensa uguale. "Non c'è la minima prova di un'intenzione aggressiva da parte della Russia, nonostante la ripresa delle basi militari nella regione," ha detto al Congresso nel 2016.

"Nessuno pensa alla politica qui," ha detto Sergey Anenkov, un lavoratore della miniera di carbone russa a Barentsburg, mentre mi offriva un caffè e una fetta di torta ai semi di papavero in una stanza che chiama casa. La maggior parte dei minatori nella città di epoca sovietica sono ucraini, ha aggiunto, ma anche quando la Russia ha invaso l'Ucraina non c'era tensione da quelle parti. Invece, ha detto Anenkov, lui e gli amici si sentono testimoni di un mondo che scompare.

Nel solitario consolato russo di Barentsburg—l'istituzione diplomatica più a nord del mondo—l'addetto ha respinto l'idea che la sua presenza segnali altro dal necessario servizio passaporti per i russi che vivono nella cittadina. Il turismo e la scienza sono il futuro di quei luoghi, mi ha detto.

Gli edifici di mattone tetro della cittadina sono stati di recente rivestiti di colore. La struttura più grossa e nuova è un centro di intrattenimento azzurro, dove i lavoratori cantano e ballano per il divertimento dei pochi turisti che arrivano in visita ogni giorno. Un piccolo centro di ricerca climatica, nel frattempo, è stato aperto ai margini della città. "Non ci sono intrighi qui," mi ha detto con un sorriso Alexandr Novikov, a capo del centro di ricerca. "Cooperiamo con molti paesi qui, compresi gli Stati Uniti."

Ad alimentare i discorsi su un potenziale conflitto sono le speranze delle cinque nazioni che affacciano sull'Artico—Stati Uniti, Canada, Danimarca, Norvegia e Russia—di estendere il proprio territorio man mano che il ghiaccio recede. Una convenzione delle Nazioni Unite dichiara che la sovranità sottomarina sarà concessa a qualsiasi paese che riesca a provare che la propria piattaforma continentale si estende oltre il margine di 370 km riconosciuto al momento per legge internazionale. Russia, Canada e Danimarca sostengono tutte di essere collegate alla Dorsale di Lomonosov, una catena montuosa sommersa che attraversa l'Oceano Artico. Le loro rivendicazioni partono dalle coste reciproche e si sovrappongono tra loro al polo. Il Canada ha inviato un documento di 2.100 pagine che proverebbe all'ONU le sue pretese a maggio di quest'anno.

Se questa "proprietà" contestata del polo non ha trasformato l'Artico in un romanzo di Tom Clancy è perché esiste un processo laborioso delle Nazioni Unite, basato su scienza dura e regole esplicite, per decidere quali delle rivendicazioni sono valide. Tutti i paesi stanno seguendo il procedimento scrupolosamente. Le delimitazioni dipenderanno dalla diplomazia, non dalle bombe o dalle barricate.

"Non ci sono le basi per un conflitto qui," ha detto il ministro degli affari esteri russo Sergey Lavrov alle altre nazioni artiche durante un incontro a Fairbanks, in Alaska, l'anno scorso. "Le leggi internazionali stanno proteggendo al meglio gli interessi nazionali degli stati artici."

Our boat anchored off Rossøya. Sir John Franklin encountered impenetrable sea ice at this point 200 years ago. Photo by Craig S. Smith
La nostra imbarcazione ancorata al largo di Rossøya. Sir John Franklin qui ha incontrato un strato di ghiaccio del tutto impenetrabile 200 anni fa. Foto di Craig S. Smith

Non c'era ghiaccio quando siamo arrivati a Rossøya o isola di Ross, l'ultimo fazzoletto di terra tra noi e il Polo Nord. La roccia, simile alla schiena di una balena che emerge dal mare, era nuda se non per qualche lichene ed erbaccia scura nutrita dal guano dei gabbiani. Deve il suo nome a James Clark Ross, che ha sfidato i ghiacci in una scommessa fallita per raggiungere il Polo Nord con il compagno William Parry nel 1827. Ha poi cercato senza risultati la spedizione perduta di Franklin nei solchi ghiacciati del Passaggio a Nord-Ovest del Canada.

Per molti, è ciò che giace sotto le acque insondate oltre quest'isola la ragione per cui le nazioni ritengono che l'Artico sia prezioso: idrocarburi nascosti. La teoria è basata principalmente su un report vecchio di 10 anni del U.S. Geological Survey, secondo cui il 13 percento del petrolio mondiale e il 30 percento del gas naturale si trovino—ancora intonsi—sotto l'Artico. Novikov, lo scienziato russo a Barentsburg, ha riso quando gli ho chiesto della stima. "Quello è il loro numero, non il nostro," ha detto.

Ma se anche quelle stime fossero corrette—e non sono basate su esplorazioni di alcun tipo—il report localizza la maggior parte delle riserve stimate ben entro le piattaforme continentali riconosciute dei paesi che costeggiano l'Artico.

I fondali marini sotto il manto bianco dell'Artico che ci immaginiamo, stando allo studio americano, sono in realtà piuttosto scarni di petrolio. E considerate le difficoltose condizioni lavorative nel clima nordico, esplorare le profondità del mare artico alla ricerca di petrolio e gas sarebbe un'impresa costosissima, anche se trovassimo davvero un tesoro di idrocarburi. Il giacimento petrolifero artico più promettente si trova sotto la piattaforma continentale degli Stati Uniti al largo dell'Alaska. Ma non c'è alcun magnate del petrolio che fa piani sull'oceano non reclamato.

Ad ogni modo, estrarre petrolio e gas nell'Artico resterà probabilmente una questione di cooperazione internazionale. La Russia ricava il 20 percento del suo prodotto interno lordo dall'Artico, primariamente da pozzi di petrolio e gas su terra. Ma quando ha cercato di sfruttare le nuove riserve nell'Artico, si è rivolta al colosso dell'energia americano ExxonMobil. Le sanzioni conseguenti all'annessione della Crimea da parte della Russia hanno poi fatto saltare l'accordo, ma il paese ha trovato presto un nuovo alleato nella Cina.

L'interesse della Cina nell'Artico non è diverso da quello di Sir Franklin: una rotta artica che taglia la distanza tra la Cina e l'Europa circa del 40 percento. La Cina potrebbe risparmiare oltre 100 miliardi di dollari all'anno, stando al Ministro delle Risorse Naturali della Cina. Le navi da carico cinesi attraversano già l'Artico durante l'estate, per lo più costeggiando la Russia, ed è probabile che sarà la Cina a dominare le rotte marine artiche ora che si stanno aprendo sempre di più. Entro la metà del secolo, secondo le predizioni di alcuni ricercatori, le navi cinesi viaggeranno avanti e indietro passando per il polo regolarmente e attraverso le acque per cui sono passato anche io a ovest delle Svalbard.

The melting ice
Il disgelo dell'Artico sta aprendo un passaggio sempre più significativo economicamente. Foto di Craig S. Smith

Di conseguenza, la Cina si è posizionata come un paese "prossimo all'Artico" e sta spendendo miliardi—per lo più per una flotta di rompighiaccio—per rivendicare un ruolo nella situazione, nonostante non ci sia parte del territorio a meno di 1600 km dal Circolo Polare Artico. Ha investito pesantemente in un progetto sul gas naturale liquefatto nella penisola russa di Yamal e ha promesso di costruire una ferrovia e un porto di acque profonde vicino alla città portuale russa di Arkhangelsk.

La Cina sta anche puntando a finanziare l'esplorazione in Groenlandia, dove la piccola popolazione indigena locale intende dichiarare indipendenza dalla Danimarca, una volta che i prezzi dell'energia si saranno ripresi abbastanza da rendere l'isola auto-sufficiente. Se finanziata dalla Cina, la Groenlandia potrebbe diventarne una delegata, concedendole accesso diretto alle risorse artiche.

Ma nessuno si aspetta che le ambizioni della Cina per le rotte o le trivelle artiche scateneranno un conflitto. Un esperto di Artico cinese, che mi ha chiesto di restare anonimo perché non è autorizzato a parlare con la stampa, ha sottolineato che la Cina sta lavorando tramite agenzie internazionali riconosciute per espandere la propria presenza nell'Artico.

A Ny Alesund, la comunità più a nord del mondo, la Cina ha il più grosso team di ricerca tra i 10 paesi che hanno inviato scienziati là per studiare vari aspetti del riscaldamento globale. Due leoni di marmo identificano la casa di legno rossa dove vivono dalle altre strutture ben distanziate una dall'altra che compongono la cittadina.

Abbiamo fatto sosta mentre tornavamo dall'arcipelago. Mentre i ricercatori cinesi erano "in riunione," ho parlato con Kim Holmen, uno svedese dalla barba degna di Gandalf, che è direttore internazionale dell'Istituto Polare Norvegese. Gira in bicicletta per il villaggio durante i mesi estivi, indossando un cappellino sgargiante con un pompom gigante e rosa. "quello artico è uno degli oceani più pacifici del mondo intero," mi ha detto, in piedi su una collinetta senza alberi poco sopra l'insediamento. "Ci sono pressoché zero segnali di un conflitto emergente in questo pezzo di mondo."

Ma, se guardi da vicino, puoi notare i segni di un cambiamento. Il bar a Ny Alesund apre due volte alla settimana—una il sabato per gli scienziati e, di recente, una il giovedì quando una nave da crociera porta i turisti a vagare per il villaggio, comprare souvenir e mandare cartoline dall'ufficio postale più a nord del mondo.

"Il vero conflitto che incombe sull'Artico è ciò che è sempre stato: l'uomo contro la natura"

La Cina è il paese la cui popolazione viaggia di più al mondo per turismo oltre i confini del proprio paese ed è probabile che, per questo, dominerà anche il turismo nell'Artico. I paesi artici sono già preoccupati dei numeri potenziali. L'opposizione dei locali ha impedito all'imprenditore cinese Huang Nubo di costruire un resort di lusso in una remota parte dell'Islanda diversi anni fa, così come è successo alle Svalbard, quando ha cercato di comprare degli appezzamenti lì. Nel 2014, è riuscito a comprare della terra nel nord della Norvegia, ma non ha ancora costruito nulla.

Al mio ritorno a Longyearbyen, ho incontrato un gruppo di ricchi turisti cinesi con addosso delle giacche a vento giallo brillante, fornite dalla compagnia turistica artica Quark Expeditions. Erano appena stati al Polo Nord a bordo della rompighiaccio nucleare russa 50 Years of Victory. La nave di proprietà dello Stato viene affittata come nave da crociera polare di lusso, con tanto di champagne e caviar. Una donna di mezza età si è vantata con me di aver visitato entrambi i poli.

La nostra goletta a tre alberi parcheggiata al piccolo porto di Longyearbyen, intanto, era messa in ombra da una gigantesca nave da crociera tedesca coperta di balconate, che somigliava a un condominio di Miami. Fiumane di persone sono scese dalla nave, solo una parte della moltitudine che visita il piccolo porto ogni estate. Alcuni fanno tappa a Ny Alesund e tra i fiordi immacolati che una volta erano frequentati solo da esploratori robusti o cacciatori solitari.

I turisti rappresentano già la presenza umana più abbondante nell'Artico e i numeri trasportati dalle navi da crociera, per lo più provenienti dall'Europa e dagli Stati Uniti, presto esploderanno. Questo ha messo scienziati, politici e nativi in allarme. "Bisogna stabilire un piano sul lungo termine per l'Oceano Artico—immigrazione, turismo, etc.—e la cosa dovrebbe coinvolgere le persone che abitano nell'Artico direttamente," ha detto Cindy Dickson, direttrice esecutiva del Consiglio Artico di Athabaskan, che rappresenta le popolazioni indigene americane e canadesi nel Consiglio Artico.

Dalee Sambo Dorough, presidente del Consiglio Circumpolare Inuit, ha detto per email che "i nostri diritti e le nostre responsabilità verso le generazioni future devono essere presi in considerazione in ogni dialolo, dibattito e decisione."

Il capo di una compagnia logistica a Longyearbyen aveva preoccupazioni più mondane. "Gli affari non ci dispiacciono," ha detto, "ma abbiamo bisogno di più infrastrutture."

In media, una nave da crociera genera circa 760.000 litri di liquami e milioni di litri di acqua di scarico ogni settimana, stando a uno studio governativo degli Stati Uniti del 2008, oltre a 100.000 litri o più di acqua di sentina oleosa per i motori e i macchinari.

Eppure, al momento non esistono restrizioni sul rilascio di acqua di scarico nell'Artico e pochi porti nel nord estremo hanno le infrastrutture per disporre in modo adeguato dell'acqua di sentina, dei liquami o dei rifiuti solidi. Già ora, le isole più remote che abbiamo visitato sono ricoperte delle reti da pesca verdi e dai galleggianti arancioni persi dai pescherecci. Gli oggetti si degradano molto lentamente nei ghiacci del nord.

Gli scienziati temono che l'aumento di esseri umani possa esacerbare i problemi che la natura e gli animali selvatici stanno già affrontando per colpa del cambiamento climatico.

Mentre con i miei compagni di viaggio eravamo a terra, per esplorare il paesaggio aspro, abbiamo avvistato un orso polare su una piccola isola a qualche centinaio di metri da noi. Ci siamo radunati in una stretta insenatura, stretti dai suoi fianchi ripidi, per guardare il predatore vagare tra le pietre. Poi, all'improvviso, è scivolato in acqua e ha iniziato a nuotare verso di noi.

Gli orsi polari sono nuotatori molto veloci, grazie alle loro zampe larghe e simili a pale. In poco tempo, l'orso aveva colmato la distanza che lo separava da noi, scatenando in risposta una serie di gesti concitati nel nostro gruppo e nella manciata di guardie armate di fucili che erano con noi. Lo scontro con gli orsi può portare in fretta alla morte e, allo stesso tempo, nessuno vuole uccidere un orso, di cui solo poche migliaia sopravvivono nella regione delle Svalbard. Abbiamo chiesto via radio uno Zodiac, i grossi gommoni neri che sono come cavalli da battaglia nell'Artico, e nel giro di poco abbiamo distanziato via mare l'animale.

Non tanto dopo il nostro incontro, un orso è stato ucciso alle Svalbard per aver attaccato una guardia di una nave da crociera. Incidenti di questo tipo saranno sempre più comuni con l'aumentare del traffico turistico. "Il turismo è una forma di pressione su questo ambiente e sta crescendo," ha detto Holmen.

Il vero conflitto che incombe sull'Artico, mi ha detto, non è tra russi e americani, o tra canadesi e cinesi; è ciò che è sempre stato: l'uomo contro la natura. Ma a differenza dell'epoca di Sir Franklin, ora è l'uomo a prevalere. Il ghiaccio che si sta sciogliendo aprirà la regione a numero sempre più alto di persone e, a prescindere da come i politici lotteranno per l'Artico nelle loro capitali lontane, la presenza umana avrà un impatto senza ritorno sulla natura selvaggia di questi posti. Gli habitat incontaminati saranno inquinati, le specie di piante e di animali scompariranno. L'uomo rovinerà ciò che non è stato ancora rovinato perché era protetto da una barriera di ghiaccio. La geopolitica è solo un evento collaterale.

Sono dovuto venire in Artico per scoprire cosa minaccia più di tutto queste lande e ho scoperto che la minaccia sono io.

A walrus near the shore at Sarstangen, a sandbar on the island of Prins Karls Forland in Svalbard. Photo courtesy of Rachel Honnery
To see a walrus in the wild is to feel at some primal level that Earth is bigger and more powerful than man or anything he has wrought upon it. Photo courtesy of Rachel Honnery

Io e circa 20 dei miei compagni di viaggio siamo sbarcati dai due grossi gommoni neri su un banco di sabbia e sassi lontano da tutto, nella speranza di avvistare i trichechi che si riposano lì. Dopo pochi istanti, uno di questi massicci e antichi animali è emerso dall'acqua e si è trascinato sulla spiaggia, sollevandosi sulle pinne per fissarci, mentre noi lo fissavamo in silenzio a nostra volta, a 10 metri di distanza. La pelle marrone era macchiata di contusioni rosa e le sue enormi zanne solcate dall'età. I suoi occhi erano iniettati di sangue, ma stranamente senzienti. Vedere un essere con quel grado di consapevolezza nella natura selvaggia, lontano dalla civiltà, è sentire a un livello primordiale che la Terra è più grande, più antica e più complessa e potente dell'uomo o di qualsiasi cosa faccia. È affrontare l'innocenza e, di riflesso, affrontare il nostro peccato.

Ci siamo guardati per 15 o forse 20 minuti, poi il tricheco, con uno sbuffo caldo e vaporoso, si è voltato per scomparire nel mare gelido.