Il caso #EniVsReport segna una nuova era della TV in Italia?

Ieri sera un servizio di @Report ha visto la tempestiva pubblicazione di un contro-dossier da parte di Eni, protagonista dell'inchiesta. Si tratta di un caso storico?
14 dicembre 2015, 11:45am

"Report ha cercato di ricostruire il percorso di quella che si sospetta essere una delle più grosse tangenti mai pagate al mondo. Parliamo di circa un miliardo di dollari che l'Eni avrebbe sborsato per l'acquisto della licenza per sondare i fondali marini del blocco petrolifero denominato Opl245 in Nigeria," questo l'esordio del servizio di Luca Chianca andato in onda ieri sera su Report, la trasmissione d'inchiesta condotta da Milena Gabanelli.

Nel servizio viene ricostruita la storia dell'acquisto da parte di Eni di una licenza concessa dal governo nigeriano per l'esplorazione di un appezzamento di oceano chiamato "Opl245": l'obiettivo è fare un paio di buchi nella speranza di trovare del petrolio. Il problema è che, secondo un'inchiesta portata avanti da Global Witness, Corner House e Re:Common, l'affare tra Italia e Nigeria sembra aver previsto il pagamento di quella che per Report è "una delle più grosse tangenti mai pagate al mondo." Ordinaria amministrazione, fino a qui.

Il colpo di scena arriva quando, mentre ieri sera Rai 3 mandava in onda il servizio, Eni ha risposto pubblicamente alle accuse con un contro-dossier che secondo l'azienda "contiene informazioni che la trasmissione non vi dirà." Eni reagisce in maniera attiva, e attraverso Marco Bardazzi, communication director dell'azienda, conclude la stoccata alla trasmissione con un tweet lapidario, "La prossima volta fateci intervenire in diretta, per un vero contradditorio."

.Marco Bardazzi13 Dicembre 2015

Prima di tutto, un'occhiata ai fatti: "Parliamo di circa un miliardo di dollari che l'Eni avrebbe sborsato per l'acquisto della licenza per sondare i fondali marini del blocco petrolifero denominato Opl245 in Nigeria. Il sospetto che sia stata pagata una tangente emerge per puro caso durante un processo civile presso l'Alta Corte di giustizia inglese dove nel 2012 si celebra una disputa tra due società, la Malabu Oil, dell'ex ministro del petrolio della Nigeria Dan Etete, e una società delle British Virgin Islands, la Energy Venture Partners, del mediatore nigeriano, Emeka Obi," si legge nella sinossi del servizio presente sul sito di Report.

"Nelle carte del processo inglese c'è l'ex ministro del Petrolio nigeriano che dichiara che i 200milioni di dollari, voluti dall'intermediario Obi, sono il frutto di una possibile corruzione che vede coinvolti Scaroni, Descalzi, e due manager Eni operativi in Nigeria, Roberto Casula e Vincenzo Armanna. 200 milioni di dollari sarebbero gli extra che i manager italiani avrebbero dovuto intascare," si legge ancora nel copione del servizio presente sul sito di Report. A tutto questo si aggiunge il nome di Luigi Bisignani, "uno degli uomini più potenti d'Italia," il cui collegamento alla vicenda si palesa in un'intercettazione della Procura di Napoli nell'ambito delle indagini per l'inchiesta P4.

Da ieri non si parla d'altro: Eni vede la puntata e risponde in tempo reale grazie a quell'incredibile strumento del terzo millennio conosciuto ai più come col nome di internet. L'evento assume portata storica: per la prima volta, in Italia, si esaudisce la profezia della #socialtv: divano, LCD e smartphone in mano. Questo il necessario per rivoluzionare il concetto di televisione e rendere attivo un medium immobilizzato fino a pochi anni prima in una passiva melma fatta di telefonate da casa e complicati meccanismi interattivi a portata di telecomando—"Eni in diretta su Twitter si prende il contradditorio con Report ed è storia della #socialtv."

L'altra campana è Eni, che nel dettagliato contro-dossier pubblicato ieri sera chiarifica molti dei punti esposti dal servizio di Report. La vicenda è incredibilmente complicata e difficilissima da riassumere in poche righe—per farla breve: da una parte c'è un affare tra Eni e Nigeria, una tangente gigantesca e altrettanti soldi che finiscono nelle mani sbagliate; dall'altra Eni che afferma, "abbiamo risposto a tutto, ma le risposte sono state usate solo in parte."

.Marco BardazziDecember 13, 2015

In questo momento, però, il dibattito si sta focalizzando su altro: per molti la risposta in diretta di Eni è un evento importantissimo nella storia della TV italiana, "Per la prima volta il secondo schermo non è stato solamente coreografia utile ad amplificare il palinsesto del primo ma è diventato pari grado creando un racconto parallelo ed alternativo al racconto principale," si legge nel post di @insopportabile, star italiana dell'universo Twitter.

Con "Social TV" si intende l'interazione tra il mondo della televisione e il mondo dei social network, in particolare Twitter—data la sua velocità—, e per moltissimi è il futuro del piccolo schermo grazie alla possibilità di diventare realmente interattivo (in Italia sono moltissimi i talk show che fanno dell'interazione con gli utenti su Twitter un punto cardine del programma). Quello di #EniVsReport è già stato definito da molti un "caso studio" importante per l'argomento, i problemi però non sono pochi.

Massimo Mantellini, titolare di numerosi blog a tema tecnologia per le principali testate italiane, ha pubblicato un post nel quale esprime le proprie perplessità nei confronti del sensazionalismo sul caso Eni, "La connessione TV-social media è una idea nella testa degli esperti di comunicazione. Si tratta di due luoghi dimensionalmente molto diversi. Qualche milione di spettatori sul divano (nel senso di "supini") da una parte, qualche decina di migliaia di affezionati e addetti ai lavori su Twitter e Facebook dall'altra. Non esiste una sola conversazione e i due mondi quasi non si toccano."

Per quanto nell'era digitale quella della social tv dovrebbe essere una naturale evoluzione e declinazione del concetto di televisione, in Italia la fascia di popolazione che detiene strumenti e conoscenze sufficienti per poter sfruttare in maniera ottimale il nuovo medium corrisponde ancora a un preciso gruppo di "addetti ai lavori": la rivoluzione della social tv è ancora fortemente circoscritta a chi la social tv già la conosce e quindi vi partecipa in modo consapevole—l'impressione, come spiegato da Mantellini, è che il mondo TV e quello social media siano ancora "due luoghi dimensionalmente molto diversi."

Una slide dell'inchiesta di Global Witness. via Global Witness

Ancora, il problema probabilmente più importante di questo caso è la percezione del pubblico nei confronti della risposta di Eni, "il punto di vista di Eni non è "altro giornalismo", spiega Mantellini, "è il punto di vista della grande azienda. In quanto tale è pochissimo rilevante per i lettori, adulterabile alla fonte, necessariamente parziale e per forza di cose assolutorio. Soprattutto sovente centrato su temi di grande complessità burocratica dentro i quali qualsiasi spiegazione ragionevole può essere organizzata." La tempestività e il dettaglio del contro-dossier pubblicato da Eni è tale che molti rischiano di confonderlo con la realtà oggettiva dei fatti, quando altro non è che una—comprensibilissima—risposta corporate da parte di un'azienda che ha visto la propria immagine danneggiata su rete nazionale.

Insomma, come ben detto da Mantellini, "Ai lettori ed ai cittadini non servono ne l'uno né l'altro: o meglio, servono entrambi pur nella loro azione di perturbazione della verità. Meglio ancora, servono le informazioni che Report raccoglie su Eni e serve il punto di vista di Eni su quelle informazioni. Poi serve (servirebbe) una sintesi culturale di entrambi i punti di vista, un approccio non solo onesto [...] ma soprattutto "terzo" in maniera da risultare autorevole."

In definitiva, per quanto #EniVsReport sia senza dubbio una vicenda piuttosto rinfrescante e anomala nello stato di immobilismo in cui verte l'ecosistema mediatico italiano, è necessario evitare di vederla come un "caso storico" che cambierà il modo di vedere la TV e il giornalismo d'inchiesta. Ciò che manca, purtroppo, è ancora l'abilità di produrre delle informazioni oggettive e non inquinate dall'inevitabile faziosità, in un senso o nell'altro, che le attuali fonti (in questo caos, Report e Eni) impongono.