Ti ricordi quei giorni Carlo?

Francesco Guccini e Carlo Conti hanno molte più cose in comune di quanto pensiate.

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23 luglio 2012, 7:07am

Basta Montale, basta Pasolini, Gadda, basta: la verità è che con loro non si scopava mai. "Di cosa scriviamo quando scriviamo di merda" è una rubrica di recensioni letterarie dedicata a quegli attori, presentatori, musicisti e sportivi che hanno capito che scrivere un libro è la via più diretta per toccare le corde del cuore. I libri recensiti sono tutti disponibili in Autogrill. 

In questa quinta puntata il quasi-re della canzone italiana made in Emilia, Francesco Guccini, con il suo Dizionario delle cose perdute e il presentatore tv extraordinaire Carlo Conti con Io che.

I due libri, editi entrambi da Mondadori, sono incredibilmente uguali. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno Guccini, il secondo più famoso cantante italiano, e Carlo Conti, il presentatore di “Miss Italia”, discutessero degli anni passati, dell’esperienze vissute, condividendo tutta una vita? Il tema del ricordo in questi due libri è solo un pretesto, ciò che li accomuna davvero è la “prosa di merda”, che mentre leggevo, si componeva nella mia mente, in forma dialogica, dal sapore leopardiano, in un’Operetta anale di sconforto cosmico.

CARLO

“Sono un piccolo Calimero. Il carosello del mio cuore.

La mia abbronzatura non ha arcani, la lampada in definitiva non mi è necessaria, mi basta espormi qualche minuto al sole, anche in inverno. È solo ‘questione di pellaccia’. Pellaccia che mi è valsa negli anni diversi appellativi, da ‘Calimero’ a l’‘omo nero’, affibbiati soprattutto da Giorgio Panariello. Appartiene agli annali della comicità ormai la battuta di Mario il bagnino che, impegnato a salvare dall’annegamento Carlo Conti naufrago in mezzo al mare di notte, gli grida: ‘Ridi! Ridi!’ per individuarlo nel buio, tra le onde, grazie al chiarore dei denti.”

FRANCESCO

“Ashuashuashua.”

CARLO

“Un Calimero coi capelli però! La foto della patente lo può testimoniare!”

FRANCESCO

“La foto della patente… non come ora che, con l’ausilio di ignobili telefonini, è tutto un ticchettare continuo che nemmeno i più convinti giapponesi…”

CARLO

“Mi ricordo che quando partii per il militare feci più fatica ad abituarmi alla testa rasata a zero che alle marce.”

FRANCESCO

“Si andava dal barbiere: ‘Così li frego’, dicevi ingenuo, ma quando partivi il barbiere della leva che ti aveva sotto le mani, considerava suo compito storico far tabula rasa di qualunque massa pilifera, e rasata a zero, significa davvero rasata a zero!”

CARLO

“Il servizio militare…”

FRANCESCO

“Oggi il servizio militare obbligatorio non c’è più. I diciottenni contemporanei non sanno che pèsca si sono evitati.”

CARLO

“Oggi che è stato abolito l’obbligo di leva i ragazzi non sanno che ti arrivava a casa la cartolina rosa del Ministero della Difesa. Ti convocavano in caserma per i cosiddetti ‘tre giorni’.”

FRANCESCO

“Tu te ne stavi lì, a vivere la tua beata vita da borghese, e ti arrivava la cartolina per la famosa visita dei tre giorni, per vedere se saresti stato abile arruolato o, per vari motivi, lasciato a casa.”

CARLO

“Poi si partiva per il CAR, il Centro addestramento reclute in qualche parte d’Italia.”

FRANCESCO

“La tragedia si delineava, ma non era ancora accolta in tutta la sua gravità. Te lo ricordi il Cubo?”

CARLO

“E certo, non quello di Rubik, il geniale rompicapo in voga negli anni tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, ma il cubo che il militare deve fare del suo letto.”

FRANCESCO

“L’aurea regola del ‘cubo’: ‘Lancerò sopra al cubo una moneta! Se non rimbalza, vi beccate una punizione!’”

CARLO

“C’era chi metteva la sveglia mezz’ora prima per avere il tempo di farlo bene altrimenti erano dolori.

A proposito di dolori te la ricordi la puntura sul braccio?”

FRANCESCO

“A noi sul culo! Le siringatrici dicevano: ‘Culo, arrenditi!’”

CARLO

“Nel giro di tre o quattro giorni si formava una piccola ferita rossa e irritata che diventava una vescica, si riempiva di pus e cominciava a seccarsi.”

FRANCESCO

“Adesso c’è la pubblicità di una vispa frugoletta che si volta felice e mormora: ‘Già fatto?’. Prima invece anche i più coraggiosi e virili fra noi bambini temevano il momento fatidico.”

CARLO

“I bambini erano più coraggiosi: si andava in giro coi pantaloni corti. Sempre.”

FRANCESCO

“Tragicamente corti.”

CARLO

“Te li facevano portare estate e inverno.”

FRANCESCO

“D’estate andava anche bene, il pantalone corto rendeva più agile il deambulare, più sciolto il movimento. Era d’inverno che la cosa si faceva più pesante.”

CARLO

“Li portavi almeno fino a quando le gambe non si coprivano di peli.”

FRANCESCO

“Era la ‘regola’ imperscrutabile che veniva da chissà quali alte gerarchie che tutto potevano e volevano, era così e basta, e ci tenevamo le gambe martoriate dal gelo.”

CARLO

“Per il resto poi ci si divertiva con poco!”

FRANCESCO

“Siamo sicuri che i vari giochi elettronici manovrati con stupefacente abilità dai bambini contemporanei siano superiori ai giochi che praticavano i ragazzi di una volta?

Mi hanno regalato un aggeggio complicato e costosissimo: ‘Basta inserire il cavo A nella presa B’, ‘muovere il tasto F nella BRUFF, far accendere la spia R’.

Per giocarci con una mano devo muovere questo tasto per sparare—un momento io ho solo ‘due’ mani—e finisco ucciso almeno dieci volte da non so quale cecchino nei primi due minuti e il gioco fu staccato, riposto e per sempre del tutto dimenticato.

Noi senza elettricità e con niente inventavamo strumenti ludici.”

CARLO

“Battimuro.”

FRANCESCO

“Le palline di terracotta.”

CARLO

“Giocavamo a cowboy e indiani rincorrendoci per casa, utilizzando il pianerottolo come una sorta di Grand Canyon.”

FRANCESCO

“La casa dei nonni si trasformava in Rocky Mountains o Black Hills pronte a ospitare ostili indiani Apache, e intanto sul pavimento di tavole di legno, ignare carovane di cowboy portavano mandrie a Laredo o andavano a civilizzare l’Ovest Selvaggio.”

CARLO

“Noi eravamo già politically correct perché facevamo vincere gli indiani.”

FRANCESCO

“Abbiamo dimenticato la gomma da masticare! Tu masticavi masticavi e poi, saggiata fra lingua e denti la giusta consistenza, soffiavi tenue fino a ottenere la fuoriuscita, fra le labbra, di un palloncino che i più abili riuscivano a foggiare di notevoli dimensioni. Scoppiava anche con un caratteristico e sonoro ciac.

Questi giochi misteriosamente sono scomparsi.”

CARLO

“Già, come le macchine! Il babbo di Michele possedeva la mitologica Prinz NSU verde che portava sfiga (una specie di Medusa in grado di pietrificarti con un’occhiata!).”

FRANCESCO

“Io invece ho conosciuto due persone che possedevano l’auto di un’Italia diversa, in bianco e nero, più povera, senza asfalto a coprire tutto, senza ingorghi domenicali o da grandi esodi: la Topolino. Molto fighetta, per non dire snob.”

CARLO

“La povera lancetta del contachilometri destinata a non provare mai il brivido di fare la conoscenza, che so, con il signor ‘Settanta’ o con l’impavido ‘Novanta’.”

FRANCESCO

“Quanto abbiamo fumato, poi? Non c’erano divieti e proibizioni nei cinema, nei ristoranti, nei bar, né, tantomeno, nei peccaminosi night.”

CARLO

“Per mia fortuna non fumo e non ho mai fumato.”

FRANCESCO

“La prima vera sigaretta ci fece passare al professionismo.”

CARLO

“Lo devo a mia madre prima che a me stesso. Grazie a lei mia prima sigaretta fu anche l’ultima. Timidamente aspirai un giorno il fumo dalla sigaretta davanti a lei. ‘Ecco, si fa così. Fuma. Ma ricordati che tuo padre è morto di tumore ai polmoni perché fumava tante sigarette.’ Diventai rosso come un cartone animato.”

FRANCESCO

“Il vizio è purtroppo (o per fortuna) il vizio. Io ho fumato di tutto (o quasi tutto, sia chiaro).”

CARLO

“Nella pittura, nella letteratura ci sono alcune opere che vengono universalmente riconosciute come degli irripetibili capolavori che sfidano il tempo con la loro freschezza e modernità e restano per tutti un ricordo di vita intramontabile.”

FRANCESCO

“I cantastorie! Abilissimi a toccare le corde della commozione.”

CARLO

“No, mi riferivo alle trasmissioni radio del grande Renzo Arbore.

Oggi è tutto YouTube, l’iPod, l’Mp3, l’Mp4, pura astrazione, si direbbe.”

FRANCESCO

“Un’epoca di e-mail e sms…”

CARLO

“Noi che non avevamo il computer, il cellulare, i videogiochi, la parabola satellitare, il digitale terrestre… ma avevamo la radio!

Fedele compagna di tanti e tanti pomeriggi passati ad ascoltare di tutto. Amica sempre disponibile a parlarti, regalarti qualcosa di sé.

Perdona lo slancio lirico!

C’era la musica e le feste in casa! Si spostavano i mobili in modo da creare lo spazio per il ballo. Lì si posava il giradischi, le bibite e i panini fatti in casa dalla mamma.”

FRANCESCO

“La festina privata era di solito organizzata dalla cugina di un amico che invitava un paio di cugine (brutte) e un paio di amiche (ancora più brutte).”

CARLO

“In genere mi toccava quella con gli occhiali e il naso grosso, oppure quella con un accenno di baffetti alla Clark Gable.

Con la mia carnagione un po’ olivastra, i capelli ricci, gli occhiali che entravano in competizione con due schermi televisivi in quanto a dimensioni, non ero una preda molto appetitosa per le ragazze carine.”

FRANCESCO

“Quanti amori e quante coppie si sono formate, hanno fatto figli, hanno vissuto la loro vita!”

CARLO

“Quando chiamavamo le ragazze che ci piacevano al telefono e dicevamo: ‘Pronto’.”

FRANCESCO

“Che emozione fu quella di dire ‘Pronto’ dal primo telefono di casa?!”

CARLO

“Oggi chi non ha il cellulare, o, meglio ancora, lo smartphone è perduto.”

FRANCESCO

“Oggi, coi cellulari, il telefono fisso si usa molto meno, ma allora era un’altra cosa. Io non ho a tutt’oggi il telefonino.”

CARLO

“La linea sempre occupata, per colpa della signora del piano di sotto dell’appartamento accanto, con la quale si condivideva la linea telefonica grazie al famigerato duplex…”

FRANCESCO

“Duplex significava praticamente avere due numeri di telefono ma una linea sola, vale a dire che se uno dei due telefonava l’altro utente restava muto. Ma si risparmiava sulla bolletta.”

CARLO

“Il gettone era fondamentale, perché ti consentiva di parlare in libertà, lontano dalle orecchie dei tuoi genitori notoriamente dotati del superudito di Superman.”

FRANCESCO

“Si usa ancora il telefono fisso? Si usa sì, ma il cellulare trionfa. Si è creato un nuovo gergo (‘Non ho campo. Tu hai campo?’, ‘Io sì, ma che server adoperi? Adesso mi sposto, mi senti meglio’).

Ci sono continue pubblicità televisive di telefonini che hanno tutto, internet compreso, solo non fanno le famose asole e non attaccano i bottoni. Li guardo stupito, meravigliato e un poco spaventato.”

CARLO

“Oggi un ‘amico’ te lo fai in un click. Vuoi la mia amicizia? Accetto. Click e via. Forse non ci vedremo mai, ma possiamo ‘condividere’.

Fino a non molti anni fa incontrare un amico, un amico vero, era frutto di una magica casualità, quella che determina gli incontri. Poi all’amicizia servono molte delle cose necessarie a tutti i grandi sentimenti: un sentire comune della vita, la vicinanza di cuore e d’ideali, le esperienze condivise e così via. L’amicizia, quella vera, è un colpo di fulmine. Ed è pure una costruzione lenta che progredisce con gli anni e con la vita.”

FRANCESCO

“Non l’avrei saputo dire meglio.”

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