Siamo stati in carcere con Ghali per ascoltare "I Love You"

Se pensi che presentare un singolo pop in carcere sia una bieca operazione commerciale non sei il solo, ma ti sbagli di grosso.
15.3.19
ghali san vittore

Sai lo stereotipo del cinico giornalista musicale che non crede più in nulla e che sostiene che ogni artista, oltre un certo livello di popolarità, sia un burattino di case discografiche e management? Ci sono cascato in pieno negli ultimi anni. Piacere, sono io. Ma certo che ho sbuffato quando mi è arrivato l’invito alla presentazione del nuovo singolo di Ghali dentro al carcere di San Vittore. Bleah, che cosa c’è di più patetico di una popstar, modello di Gucci, idolo dei ragazzini, alla ricerca di street credibility e photo opportunity dentro un carcere? Sfruttare i poveri detenuti per promuovere il nuovo singolo, che operazione bieca. È abbastanza scontato che mi sbagliavo.

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Dovevamo essere uno spettacolo bizzarro, lì dentro, noi giornalisti invitati. Quando siamo arrivati nel salone centrale su cui si affacciano quattro diverse ali del carcere, ho immediatamente capito che eravamo gli unici estranei. Su un lato c’erano un televisore, due sgabelli e due casse. A destra c’era un gruppo di detenute donne, poi posti liberi per noialtri; a sinistra tutte le sedie erano occupate dai detenuti maschi più giovani, nel mezzo dei quali sedeva Ghali. Tutto attorno, guardie carcerarie. Tra di loro, gli sguardi erano rilassati e familiari.

ghali san vittore

Quando è partita la prima video-intervista di Ghali a una ospite del carcere, tanto per cominciare ci siamo tutti accorti che l’audio sarebbe stato un problema: quella sala aveva un soffitto altissimo, le pareti circolari di cemento, delle porte sbarrate giganti tutte attorno, il che significa un riverbero mostruoso. In una serie di brevi video faccia a faccia, vediamo Ghali chiacchierare con diversi detenuti e visitare varie aree del carcere. Si parla di riabilitazione, delle famiglie che hanno lasciato fuori, di quanto è importante la musica quando si è chiusi in gabbia. Nel vedere i propri compagni di cella in TV i ragazzi ridono, si prendono in giro, Ghali li indica e si fa due risate con loro.

“I Love You” è una lettera, spiega Ghali, indirizzata a un amico detenuto. Confessa che con “Cara Italia” aveva tentato di comunicare con i potenti, con chi aveva l’autorità di cambiare le cose, e non c’era riuscito. “I Love You” invece si vuole rivolgere a qualcuno di più accessibile e più pronto ad ascoltare: la persona comune. È un discorso sulla condizione dei carcerati e degli ex-carcerati in Italia, il cui problema di base, stringi stringi, è proprio il fatto di essere "disumanizzati" dall'occhio dell'opinione pubblica. Molti sono giovanissimi, spinti alla delinquenza dalla mancanza di opportunità e dal razzismo del nostro paese. Ci sono madri che volevano far vivere ai figli una vita migliore, giovani che non hanno trovato un posto in pizzeria. C’è il papà di Ghali, che lui veniva a trovare proprio fra queste mura quando era bambino.

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Ehi, “I Love You”, la canzone, non è quello che speravo di sentire. Ma il punto è che non è questo il punto. “I Love You” sarà una hit, come lo è stata “Cara Italia”, un tormentone dal vago messaggio politico così i fasci-light che ormai ci siamo abituati ad avere nei feed di Facebook e a tavola durante i pranzi di famiglia sapranno con chi prendersela, ma non è un buon pezzo se siete fan di Ghali pre-“Cara Italia”, ecco.

Il punto che è veramente il punto, invece, è che tutta questa storia è fatta col cuore ed è probabilmente molto di più di quanto abbia fatto io per il prossimo negli ultimi dieci anni. Il punto è la popolazione di San Vittore che scatta in piedi a ballare quando parte il ritornello, che durante la sezione dedicata alle domande della stampa reclama il microfono per ringraziare Ghali dei giorni passati insieme e dell’iniziativa benefica legata alla canzone (un quadro realizzato all’interno del carcere che sarà messo all’asta per donare il ricavato), che alla fine dell’evento fa la coda per abbracciarlo. È a quel punto che il cinico giornalista si sente uno stronzo.

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Certo, sarebbe più bello se “I Love You” fosse la nuova “Wily Wily”, non la nuova “Cara Italia”. Sarebbe bello se in Italia ci fosse una musica che porta un messaggio figo, che ha un impatto sul mondo fuori dalle pubblicità e dallo streaming, che sia in grado di colpire le masse ma anche i critici più esigenti. Però a volte ci sta anche che i critici più esigenti chiudano quella cazzo di bocca e si limitino a guardare con ammirazione il giovane Ghali che fa la cosa giusta.

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