Christaux: il mio pop è drammatico e sporco

Vi presentiamo la nuova identità di Clod degli Iori's Eyes e il suo primo singolo "A Minute To Now", una dichiarazione di guerra al pop rassicurante.
13.6.16

Artwork di Studio Frames

Poco meno di dieci anni fa incontravo Clod per caso in un bar di Porta Venezia. Era appena tornato da un viaggio in Inghilterra e ricordo che, parlandoci mentre bevevamo una coca-cola, mi disse che il suo grosso rimpianto era stato mollare la sua band, gli Iori's Eyes, per andarsene. Gli era mancato suonare con Sofia e voleva assolutamente tornare a provarci. Qualche mese dopo gli Iori's erano di nuovo in piedi e calciavano fuori un EP dopo l'altro, fino al climax raggiunto con Double Soul, nel 2012. Ora, a distanza di quattro anni dalla loro separazione, le due anime di Clod e Sofia hanno preso strade distinte e parallele. A marzo vi avevamo raccontato di LIM e del suo Comet e ora è il momento di Clod, nella sua nuova identità sonora: Christaux.

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Christaux è il risultato di anni di scrittura intensa, febbrile, di canzoni sofferte e poi buttate, di ripensamenti, paure e capovolgimenti che lo hanno fatto vacillare fino all'ultimo. Poi, anche grazie ai suoi collaboratori e amici—come Joan Thiele, con cui Clod ha scritto due brani dell'EP appena uscito o Mario Conte, il produttore che ha contribuito a dar vita a Christaux—finalmente si è deciso di darci un taglio e buttare tutto fuori.

In realtà per sentire proprio tutto bisognerà aspettare settembre, nel frattempo noi vi presentiamo in anteprima "A Minute To Now", una cavalcata oscura e sofferente in cui è chiaro il carattere epico, barocco e stratificato delle montagne sonore che Christaux ha intenzione di muovere con il suo album. Il pezzo uscirà domani su tutti i canali digitali de La Tempesta.

Schiacciate play e leggetevi l'intervista a Christaux, appena sotto il player.

Noisey: Raccontami di questa tua nuova identità e di come ci sei arrivato.
Christaux: Il fatto di trovare un’identità che fosse al di fuori di un progetto a due, di dovermene costruire una da zero, mi ha fatto riflettere sul mio fascino nei confronti di tutti quegli artisti che hanno una sorta di “doppia vita”, un’identità parallela. Mi sono ritrovato a dover ragionare da solo—pensare a come potessi edificare un mondo esteriore che rispecchiasse la mia interiorità. C’è voluto un po’ di tempo a trovare la quadra dei pezzi, perché in questi anni ne ho scritti tantissimi, ma ne ho anche buttati via tantissimi. Sono riuscito ad essere soddisfatto del modo in cui stavo procedendo non più di un anno fa, i tre anni precedenti sono serviti più che altro per metabolizzare il fatto di essere da solo con tutti i miei terrori, la consapevolezza che stavolta il rischio sarebbe stato tutto sulle mie spalle. Allora mi son detto: se devo rischiare, voglio rischiare grosso e fare esattamente quello che mi passa per la testa, senza smussare gli angoli.

Ne è uscito qualcosa di imponente, a livello sonoro e d’immagine, e anche molto sincero, diretto, è esattamente come mi sento io. Musicalmente, soprattutto, è stata una liberazione dal minimalismo, un mondo che non mi apparteneva più. Con Iori’s Eyes abbiamo puntato molto sul ridurre tutto ai minimi termini, e invece io sono molto affezionato alle orchestrazioni, agli arrangiamenti sofisticati, alla musica barocca, ai layer sonori che si sovrappongono: mi piace la musica imponente. L’unica cosa che sapevo, quando ho mosso i primi passi da solo, era che non volevo che il mio progetto solista fosse prettamente elettronico. Non mi sento di far parte di quel mondo, la musica elettronica non mi aiuta fino in fondo ad esprimere determinate cose che invece riesco ad approfondire anche grazie alle imperfezioni degli strumenti veri.

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Com’erano le tracce che hai buttato via?
Erano super pop… Quel pop non troppo spudorato, ma comunque lineare, che sta a metà tra l’indie e il mainstream, tra Lykke Li e Madonna. In realtà, quando stavo scrivendo i pezzi non sapevo neanche se fossero destinati a un progetto mio o se li avrei poi dati da interpretare ad altri. Quindi in realtà parte del materiale che avevo “buttato”, una volta inquadrato meglio il mio percorso, ho pensato di destinarlo ad altri interpreti.

Riconosci che sono delle buone canzoni, ma non ci vivresti insomma.
È che non hanno un taglio tale da poterle interpretare veramente, da sentirle mie.

Da quando ti sei messo in gioco di nuovo hai dovuto riprendere in mano la consapevolezza di te stesso come interprete, quindi.
Sai, dopo qualche anno di “assenza” da me stesso cominciavo ad accusare questo vuoto, mi sono reso conto che non esistevo artisticamente e stavo anche perdendo contatto con me stesso. Mi sembrava di sopravvivere, mi alzavo la mattina, facevo le mie cose, ma quando tornavo a casa mi sentivo di non aver detto nulla. Io sono un accumulatore di emozioni, mi tengo tutto dentro e raramente riesco a tirare fuori questa valanga di cose… Cioè, esiste un solo modo per tirarle fuori e ho capito, a mie spese, che quel modo è attraverso la musica.

E insomma sei passato da un momento di assenza alla consapevolezza di voler spingere l’acceleratore sulle produzioni e tirare fuori un prodotto “esagerato”, non dosato, insomma. Come è successo?
Me ne sono reso conto quando ho capito che le produzioni sarebbero state l’elemento rafforzativo dei testi. Il tema centrale del disco è la liberazione dai demoni, serve a far uscire tutto quello che mi possiede. Ho sempre vissuto l’amore, ad esempio, come possessione, nel senso esorcistico del termine. L’amore mi possiede, è un fatto. Quando entra nella mia vita diventa quasi un virus. “A Minute To Now”, per esempio, inizia con la frase “Leave me now / get out of my head”… Proprio come se stessi dicendo “Via da questo corpo, ossessione!”. Ecco, scrivendo mi sono reso conto che per me scrivere è l’unico modo per liberarmi dai miei dèmoni, mi serviva come terapia.

Tra poco useremo solo la pagina Noisey Italia, fai in modo di seguirla.

Noisey Italia

Questa cosa della possessione si sente parecchio nei tuoi nuovi pezzi, che a me ricordano un po’ quelle atmosfere ossessive alla Siouxsie And The Banshees, soprattutto i suoi brani orchestrali, tra la new wave e la decadenza barocca…
Infatti, non a caso, uno dei miei pezzi preferiti in assoluto è la versione orchestrale di “Overground”

Una mina totale, infatti. Tu da dove parti quando scrivi? Come sei arrivato a strutturare i tuoi pezzi così?
Le mie canzoni nascono sempre piano-voce o chitarra-voce, perché devono funzionare anche ridotte all’osso. Poi io avevo già le idee molto chiare sul fatto che questi dovessero essere pezzi molto imponenti, malinconici, disperati… Ho provato tante vie per arrivare alla forma attuale, ho fatto test con vari produttori. Alcuni hanno tirato fuori anche cose molto fighe, ma nessuna aderiva perfettamente a quello che mi immaginavo, quindi ho deciso di fermarmi un altro po’ per fare ricerca su personalità musicali che si potessero avvicinare alla mia idea di produzione. Alla fine mi sono imbattuto in Mario Conte, che è uno che non ti impone la sua idea, ma cerca di valorizzare le idee che gli dai in mano. L’ultimo progetto su cui Mario aveva messo le mani è Alfio Antico, e il lavoro che ha fatto con lui è stato esattamente quello che cercavo per me: Alfio Antico è lui, è rimasto integro e perfettamente riconoscibile. Mario ha ordinato, arricchito, potenziato la produzione, ma non ne ha toccato l’essenza. Nel mio caso ha dato al mio lavoro un apporto anche armonico e compositivo. Oltre ad aver lavorato con me agli arrangiamenti, ha anche scritto le partiture degli archi, insieme a Marco “Benz” Gentile.

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Come l’hai trovato Mario Conte?
L’ho cercato io… Avevo ascoltato anche il disco di Colapesce, che mi era piaciuto molto su più livelli e quindi anche per quanto riguarda la produzione. Lì avevo sentito che c’era un ottimo dialogo artistico tra lui e Lorenzo. Poi, dopo aver ascoltato anche Antico mi sono convinto del tutto. Ho aspettato tanto tempo ma poi l’ho trovato. Era lui.

Dove avete registrato?
Al Red Carpet di Brescia, lo studio di Lorenzo Caperchi, che è stato anche fonico degli Iori’s Eyes. È uno dei fonici migliori d’Italia.

Se penso al nostro panorama nazionale non mi viene da inserirti in nessuna categoria, ma allargando lo sguardo su quello che sta accadendo nel resto del mondo si può dire che fai parte di quei musicisti che stanno “sporcando” il pop, che lo stanno rendendo strano, assurdo. Come sei riuscito a trovare il tuo equilibrio tra questi elementi storti e la volontà di scrivere comunque pezzi pop?
Be', una volta capito cosa volevo fare e chi doveva essere il co-produttore che doveva affiancarmi, tutto è andato verso la via giusta. Non ho mai pensato al mercato italiano mentre scrivevo i pezzi e ad essere onesto non mi pongo nemmeno il problema di quale target di pubblico li vorrà ascoltare, o roba simile. Penso che in Italia il pop sia ancora molto legato ad un approccio molto educato. Il pop è sì entertainment, ma a volte può anche permettersi di avvalersi di formule tutt’altro che all'acqua di rose. Le produzioni nel pop, secondo me, non devono essere solo rassicuranti, ma devono poter avere la possibilità di uscire di pista ogni tanto. Bisognerebbe portare l'audience a fruire di prodotti che non siano pensati unicamente per la distrazione, ma anche per l’ascolto, per l’immersione. Guarda Björk ad esempio. Lei dovrebbe essere un esempio per tutti. Ha scritto cose assurde e profondissime rimanendo super pop e avvalendosi di produzioni sofisticate e talvolta aliene, se si può dire così. No?

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Be’ credo di sì.
Comunque, per me in prima linea c’è sempre stata la canzone. Non si può spiegare, ma quando hai tra le mani canzoni di cui sei convinto, tutto il resto non ti deve spaventare. Una volta trovata la mia strada, una volta che avevo i pezzi giusti, non mi sono più fatto tante domande: quello che ci avrei aggiunto, il contorno, sarebbe stato un rafforzativo. Ero convinto del nucleo, quindi mi sono concesso di non rendermi la vita facile con tutto il resto, ho deciso di non “pararmi il culo” con le produzioni e di spingere sull’acceleratore e fare le cose come le volevo io, fino in fondo.

Sì, è qualcosa comunque che si distanzia dal gusto dominante. Oltretutto, a differenza di altri progetti pop, nel tuo lavoro non sei il protagonista assoluto, anzi è come se facessi un passo indietro rispetto ai tuoi pezzi, come se mettessi loro in prima linea.
La mia musica è l’immagine più reale che riesco ad avere e a dare di me stesso. Per questo disco ho lavorato sul concetto di icona—intesa come icona sacra. Per esempio, l’artwork del singolo è il mio mezzo busto ricostruito in 3D da Francesco D’Abbraccio (Studio Frames). Ci sono io come succede per gran parte dei dischi pop, ma sono decontestualizzato. Poi ho anche un logo black metal che rende il tutto ancora più visionario nel suo insieme. Insomma, totale.

Ci sei ma non ci sei, insomma.
In pratica ho delegato la mia immagine alla statua: una statua può essere venerata, distrutta, logorata dal tempo, è un’ipostasi, un’oggettivazione artistica in mano a chi ne usufruisce—esattamente come la musica. Vorrei anche per il mio disco fosse un oggetto aperto alle interpretazioni, per questo non ho voluto dargli una connotazione univoca: in questo modo chi lo ascolta può portarlo con sé nella direzione che vuole. Un mio amico mi ha detto che quando ha ascoltato “A Minute To Now” con la sua ragazza, lei gli ha fatto uno spogliarello… Altri magari se lo ascolteranno correndo, o in macchina. Allo stesso tempo, però, in questo disco sono io al cento percento. Se componi ogni suo elemento ti viene fuori un quadro che rispecchia il mio mondo.

Questa cosa è importante, perché forse la nostra musica ogni tanto soffre un po’ di spersonalizzazione.
È importante anche perché se ci pensi fino a pochi anni fa la mia immagine era condivisa con un’altra persona, Sofia, e ogni cosa che facevamo dovevamo fare in modo che rispecchiasse l’immagine di entrambi—per quanto tu possa essere una cosa sola con l’altro, è comunque sempre un compromesso.

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È incredibile come tu e Sofia siate usciti con i vostri progetti solisti a distanza di pochi mesi… Evidentemente qualcosa vi lega anche nella separazione.
Se noti, il denominatore comune dei nostri progetti è l’urgenza di dire: “Questo sono io.” Perché noi arriviamo anche da un disco che avevamo chiamato Double Soul ed era già una dichiarazione di fusione: due individualità che vogliono diventarne una terza. Abbiamo sempre avuto personalità completamente diverse che si intrecciavano nei nostri lavori. Dopo Double Soul evidentemente le nostre idee volevano crescere da sole per un po' e abbiamo deciso di lavorare in maniera individuale in tutti i sensi.

Sì, tu hai accumulato e lei ha svuotato.
Esatto.

Infatti dal punto di vista di chi vi seguiva è assurdo vedere come vi siete evoluti personalmente.
Sai, avevamo anche idee molto distanti sulla nostra immagine, su come inserirla nel progetto. Però per entrambi musica e immagini hanno quasi egual importanza, facendole lavorare insieme si costruisce un’identità artistica forte. Per me non c’è un elemento che prevale fra immagini e canzoni, forse per uno zero virgola uno percento sono sempre più importanti le canzoni, ma anche con Iori’s Eyes avevamo insistito per creare un immaginario, per renderci riconoscibili.

Togliendo la musica, quali sono state le tue fonti d’ispirazione mentre costruivi la tua nuova identità sonora?
Di solito quando scrivo cerco di liberarmi un po’ la testa e di ascoltare pochissima musica. Devo dire che però, mentre scrivevo questi pezzi, ho ascoltato un sacco di musica del Cinquecento, e poi Arvo Pärt, che per me è un monumento. Per il resto sono le immagini che mi ispirano. Non è difficile da capire che, ad esempio, mi affascinano molto le statue… Sono andato a Roma a fare un giro per quasi tutti i musei più importanti per riempirmene gli occhi. Poi c’è Mustafa Sabbagh, con cui tra l’altro ho un ottimo rapporto, è come se fosse un genitore artistico per me. Lui ha l’esatto approccio visivo a quello che faccio musicalmente, in questo senso forse un po’ ci completiamo. Infatti ultimamente ho anche curato la musica per l’ultima mostra che ha fatto a Palermo. Mustafa è un grande amante della musica sacra, infatti è anche grazie a lui che mi sono fatto influenzare dal genere. La vera ispirazione da cui è nato l’impeto creativo che mi ha portato qui viene in verità dai Carmina Burana… Un’altra fissa che ho è Alexander McQueen, il suo libro Savage Beauty l'ho praticamente divorato. Ha un’estetica fiabesca, poetica, è molto oscura, ma allo stesso tempo pop. È l’equilibrio esatto di ossimori. Ho guardato un sacco di documentari su di lui, finché non l’ho proprio assimilato. Oltretutto, non lo sapevo, ma siamo molto simili anche proprio nel modo di vivere: nel casino più totale. Vedere che anche lui era uno che traeva forza dal caos mi ha rassicurato, perché per tanto tempo mi sono sforzato di mettere ordine nella mia vita, ma più ci provavo, più stavo fermo. Al contrario, in mezzo il casino riuscivo a creare. Quindi alla fine mi sono detto che forse non dovevo sforzarmi di essere quello che non ero e potevo stare a posto con la mia coscienza anche nel mio disordine. Mentale e fisico.

E invece com’è estraniarsi da se stessi e scrivere per altri? Hai collaborato con Joan Thiele, ad esempio.
Con Joan è stato tutto molto semplice, perché mi trovavo davanti a una persona che già amavo alla follia, con cui avevo condiviso tantissimo. Ci siamo semplicemente trovati in camera mia a scrivere canzoni insieme. Con lei c’è stato uno scambio quasi da band, e si sente molto, in “Save Me” e in “You And I”, i pezzi che abbiamo scritto insieme. Si sente dove comincio io e dove finisce lei (e viceversa). In questo caso non è stata una commissione, ma una sintonia. Ed è interessante vedere quanto una persona ti aiuti a cambiare la tua modalità di scrittura. È come nei rapporti umani: ognuno prende una parte diversa di te. Con Joan c’è stata praticamente una fusione, per me è stato come scrivere con una musa. Adesso stiamo scrivendo anche altri pezzi insieme.

Lei per esempio fa parte di questo numero ridottisimo di artisti che stanno dando un senso un po’ nuovo al pop italiano. Tu come vedi la situazione? Secondo te è possibile costruire anche in Italia un universo pop che non sia sempre così scontato, standardizzato?
Dipende a cosa puntiamo… Se si vuole puntare al mercato estero del pop, non vedo molte altre interpreti italiane che abbiano una credibilità internazionale e un'attitidine come quella di Joan Thiele. Per il mercato italiano ci sono artisti che stanno facendo un lavoro di songwriting molto bello, come nel caso di Cosmo, Colapesce e Tommaso Paradiso. Secondo me le cose cambierebbero nel momento in cui i nostri musicisti non si spaventassero di fronte all’idea di scrivere canzoni pop. Abbiamo ancora l’idea che il pop sia qualcosa da venduti, in realtà non è così per forza: il pop è anzitutto aggregazione. Nel momento in cui riesci a parlare a tante persone, le aggreghi.

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Sei spaventato di come il pubblico che ti seguiva prima possa reagire alle tue produzioni nuove?
In realtà la mia prima preoccupazione ora è far prendere aria al progetto. Come ti dicevo, fino a un anno fa circa non pensavo di voler tirare su un progetto. Scrivevo questi pezzi per me, poi a un certo punto avevo accumulato così tanta roba che mi hanno proprio detto “Basta, falli uscire!”. La cosa che mi ha impressionato è che parecchi musicisti mi hanno fatto capire che a loro mancavo, letteralmente, sulla "scena". E ad un certo punto mi sono detto “Caspita, anche io mi manco” e mi sono deciso a tirare tutto fuori. Avevo bisogno di far camminare la mia bestiolina, di vederla crescere, prendermene cura. E questa cosa funziona, lo capisco perché da quando mi sono deciso a metterla in piedi sto già scrivendo nuove canzoni, il progetto si sta già evolvendo, ho un percorso che si sta delineando e questa è la cosa che mi rende più felice, per ora.

Come hai scelto i musicisti che hanno suonato in studio?
Alcuni musicisti sono arrivati grazie a Mario, di cui mi fido molto, altri sono miei amici da una vita. Per quanto riguarda gli archi ho avuto la fortuna di collaborare con Marco “Benz” Gentile e Daniela Savoldi, che, oltre ad essere turnisti molto quotati, sono anche musicisti con una sensibilità azzeccata per il mio progetto. “Benz” tra l’altro lavora da dieci anni con Peter Greenaway che è un regista in qualche modo affine a me. Lui e Daniela, assieme a Mario, hanno arrangiato gli archi, oltre a suonarli. Alle percussioni invece ho chiamato Gianfu (Gianluca Perucchini) dei Sakee Sed, che adoro per la sua attitudine. Ognuno, nel suo ambito, ha partecipato attivamente al lavoro, sentendosi libero di fare quello che sapeva fare meglio. E per me il fatto che amici che stimo tanto abbiano dato il proprio apporto al progetto è una soddisfazione incredibile.

Un’altra cosa che, ancora, ti accomuna a Sofia è aver scelto di uscire con La Tempesta.
Questo è successo perché già per gli Iori’s sono sempre stati una famiglia, e continuano a esserlo. Lavorare con loro non ti vincola in nessun modo, anzi, loro fanno le cose perché ne vedono il potenziale e ci si buttano, non sono interessati all’aspetto economico, anzi. Poi forse continuiamo a sceglierli anche perché sono delle persone fighe, e questo fa un sacco. Quando mi chiedevo a chi avrei potuto dare in mano questo progetto completamente nuovo, con chi fare il salto nel vuoto, ho immediatamente pensato a loro perché sanno come proteggere quello che i loro artisti fanno, sanno come accudire i lavori che curano. Enrico è un ascoltatore molto attento, è uno che va in profondità, ed è una cosa molto rara ultimamente. Mi piacciono le persone che ascoltano “col bisturi”, perché anche io sono così.

Poi per una roba così stratificata come quella che hai tirato fuori tu non c’è tanta alternativa se non l’ascolto approfondito…
No, non c’è alternativa, mi sa. [Ride]

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