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Ritorno alle 36 Chambers

Sono passati venti lunghi anni dall'uscita di uno degli album rap più importanti di sempre
25.11.13

La prima volta che ho sentito Enter The Wu-Tang (36 Chambers) l'ho odiato. “Ma che cazzo è sta roba?” ho pensato, mentre Lo ascoltavo sullo stereo nel salotto della casa dei miei a Staten Island. Era il 9 novembre 1993, lo stesso anno in cui uscì Midnight Marauders degli A Tribe Called Quest. Avevo preso entrambi gli album e inizialmente mi ero sentito molto intrigato dai Tribe. Forse perché erano tutto sommato l’avanguardia dell’hip hop del tempo—campionamenti jazz, bassline filtrate, rime libere… I Wu-Tang, be’, loro facevano altra roba, roba che non aveva molto senso per un undicenne bianco, del lato del Tao opposto a quello del clan.

Quello che però sapevo è che prima ancora che l’album uscisse, la canzone “M.E.T.H.O.D. M.A.N.” era fissa su Hot 97, una stazione radio che aveva appena iniziato a trasmettere hip hop. E nella mia scuola media, I.S. 27, sia i ragazzi neri sia quelli bianchi rappavano “Protect Ya Neck” nei corridori, parola per parola, fino alla fine. Nel cortile abbondavano le storie di avvistamenti di membri del Clan al centro commerciale o di qualche altro incontro locale. Erano le leggende del quartiere, un quartiere che non era nostro, e tutto quello che sapevamo di loro all’epoca proveniva da un singolo in cassetta che avevano pubblicato: il lato A conteneva “Protect Ya Neck”, il lato B “Tearz”.

Perciò quando uscì Enter The Wu-Tang, lo comprai più che altro perché sembrava la cosa giusta da fare per un ragazzino di Staten Island. Sebbene inizialmente non lo capissi, più lo ascoltavo più iniziava ad appassionarmi: era quasi come se dovessiimparare il linguaggio e capire di cosa stessero parlando, prima di poter metabolizzare la musica. C’era tanto slang, e tanti dettagli e rimandi interni, mentre i beats erano lo-fi ma comunque melodici, la risposta della East Coast a The Cronic di Dr. Dre, che era stato pubblicato un anno prima.

Non erano semplicemente rapper, ma attori che recitavano piccole parti di un’elaborata fantasia di strada, ambientata contemporaneamente nel disco e nella vita reale. Avevano nomi strani come RZA e GZA e Method Mad e Raekwon The Chef. Uno addirittura aveva avuto la faccia tosta di chiamarsi Ol’ Dirty Bastard. Un altro indossava una maschera ed era dunque Ghostface Killah. Un altro si faceva chiamare Masta Killa. Un altro membro ancora aveva non uno ma ben due nomi—Inspecta Deck e The Rebel INS—e ben prima che Kanye ci dicesse di essere Dio, U-God si era già appellato tale.

Per quanto fosse grandioso Enter the Wu-Tang, l’album in sé smosse le acque relativamente. Questo non perché la gente non lo richiedesse—allora il mercato discografico era molto diverso, e fattori come il numero di vendite della prima settimana non avevano lo stesso peso che hanno ora. Fu un successo graduale e sebbene l’album fosse famoso, fu il video che scosse tutto. I video doi canzoni quali “M.E.T.H.O.D. Man”, “C.R.E.A.M.”, “Wu-Tang Clan Ain’t Nothin’ to Fuck With” e “Da Mystery of Chessboxin”, tra le altre, iniziarono ad essere trasmessi su Rap City e Video Music Box di BET, ed è stato lì che abbiamo visto chi erano questi personaggi—spade che fendevano l’aria, maschere in faccia, outfit che li facevano sembrare ninja col cappuccio. L’hip hop di sicuro non aveva mai visto roba simile.

Di lì in poi sono diventati sempre più fighi. Chiunque prestasse un minimo di attenzione al rap in quel periodo non poteva fare a meno di venirne inglobato. I Wu-tang erano un gruppo hardcore rap formatop da ragazzi che avevano evidentemente letto troppi fumetti e visto troppi film ma erano, senza alcun dubbio, ancora immersi fino al collo nel mondo della strada. Effettivamente due elementi del Clan (U-God e Cappadonna, membro non ufficiale), erano dietro le sbarre quando 36 venne registrato. E statene certi, non era perché i genitori laureati non approvavano i loro amici (c’è scappata davvero qualche sparatoria).

Gli anni che seguirono videro l’uscita di una serie di album solisti dei vari membri del gruppo, molti dei quali vengono considerati veri e propri classici. Disseminati di videoclip, intro, outro e intermezzi, ogni progetto ha un tema tutto suo ed è una specie di mini film. I video musicali che li accompagnano sono praticamente cortometraggi. Passato un po’ di tempo, il culto degli Wu era diventato una realtà. Improvvisamente non era più strambo vedere ragazzi con i loghi dei Wu-Tang tatuati sulle braccia. Le persone che fino a un minuto ptima non avevano idea di cosa fosse la Nation Of Gods And Earths iniziarono a fingersene adepti. Più o meno tutti nel mondo dell’hip hop—Biggie, Jay-z e Nas inclusi—iniziarono a comportarsi da boss mafiosi, scopiazzando pagine intere dell'epica che Chef Raekwon aveva narrato in Only Built 4 Cuban Linx. Era piuttosto divertente a vedersi.

Man mano che la leggenda dei Wu-tang crebbe, questi divennero sempre più audaci. Anche se era in buoni rapporti con Method Man, Raekwon insultò Biggie in “Biters”, e si dice che qualche anno dopo abbia tirato un pugno in faccia a Mase durante una partita di basket. Il cattivo sangue con i Bad Boy continuò a ribollire. Nel 1997, fresco di pubblicazione del proprio secondo Lp, Wu-tang Forever, il gruppo fece da headline al Summer Jam di Hot 97. Ma l’epico inno da posse “Triumph” non stava ottenendo molta attenzione su quella radio, le playlist preferivano Notorius B.I.G. (che era morto mesi prima) e Diddy perciò salirono sul palco e insultarono il canale host dell’evento (“Dove l’hip hop muore”, scherzò Rza), venendo conseguentemente banditi dalla stazione. Gli effetti dell’espulsione fecero precipitare le sorti del gruppo.

Con la seconda metà degli anni Novanta, il sound dell’hip hop aveva iniziato a cambiare in modo drastico. Se ne andarono le percussioni grezze, facendo spazio a loop di classici anni Ottanta. Era l’era dei completi luccicanti, e gli imperatori del Wu-Tang avevano un disperato bisogno di nuovi vestiti. Dopo l’uscita di Forever, la seconda ondata di Lp solisti furono una serie di toccate e fuga: Immobiliarity di Raekwon fu un fiasco leggendario, Tical 2000: Judgement Day inconsistente, mentre le fatiche preliminari da parte di Inspectah Deck (Uncontrollable Substance) e U-God (Golden Arms Redemption), sebbene apprezzate dai fan più incalliti, non attrassero un gran numero di nuovi ascoltatori. In più c’erano talmente tanti artisti in qualche modo legati o simili ai Wu—Killarmy, Sunz of Man, Killah Priest, La The Darkman, Remedy—che era diventato difficile rimanere aggiornati su chi era chi e cosa era cosa. Credevano veramente che Remedy avrebbe avuto successo? No, non rispondete.

Sembrava che i Wu avessero bisogno di riorganizzarsi, di ritornare a fare ciò che gli veniva meglio. Con la loro uscita del 2000, The W, fecero in gran parte proprio questo. I singoli cercavano di mischiare il vecchio (“The Jump Off”) con il nuovo (“Gravel Pit”), ma il video in stile Flintstones di quest’ultimo pezzo era impacciato e fuori tema. Perché i Wu-Tang si erano messi fare canzoni dance coi tempi dimezzati? Nessuno lo sapeva tranne loro, e nemmeno di questo sono troppo sicuro. Anche qui c’erano però degli elementi positivi. Supreme Clientele di Ghostface—di diritto uno degli album hip hop più belli di sempre—contribuì a tenere alto l’onore del Wu-tang Clan, e il progetto solista di Rza sotto lo pseudonimo di Bobby Digital era sempre interessante. Method Man era diventato una star del cinema. "Il negozio hip hop non è mai a corto di Wu-Tang", rappò una volta Ol’ Dirty in “Da Mistery of Chessboxin’”.

Tralasciando le problematiche interne, non è stato fino ai tempi recenti che si è inziato a riconoscere ciò che i Wu-Tang hanno realizzato. Questo è un collettivo che senza dubbio ha stilato la guida perfetta alla conquista del gioco del rap. Non contenti di smerciare semplicemente tracce registrate, hanno stampato il loro bel logo su magliette, felpe, cappellini e accessori-per poi venderli nelle loro boutique-ben prima che Roc-A-Wear, Sean Jean o l’abbigliamento urbano diventassero una realtà. C’erano anche i fumetti (Nine Rings Of Wu-Tang), i videogiochi (Shaolin Style), la televisione (“Method and Red”), i film (“Black And White”) e le pubblicazioni (“Wu-Tang Manual”). Prendete una qualsiasi corrente rap degli ultimi quindici anni e vi scoverete le impronte digitali dei Wu-Tang.

Non tutte le iniziative secondarie dei Wu furono dei tiri in porta e nemmeno tutta la loro musica, persero per strada perfino Ol’ Dirty Bastard (R.I.P.). Stare a cavillarsi sulla qualità di dischi che esistono all’interno di un più grande corpus di lavori esteso su uno spazio di vent’anni farà ovviamente emergere qualche difetto, e significa fare un enorme disservizio alla reale importanza del Wu-Tang Clan. Non tutti i dischi di un artista finiranno per essere un successone. È l’hip hop, la merda capita.

Ma vent’anni dopo il proprio debutto, i Wu-Tang sono ancora incredibilmente rilevanti e la loro impronta nella musica ha ancora grande effetto. Se non è Kanye West che chiama Ghostface per un feature, è Reakwon che non ci pensa due volte prima di collaborare a un remix di Justin Bieber ispirato a “Wu-Tang Clan Ain’t Nothin’ To Fuck With”, o Drake che intitola una canzona “Wu-Tang Forever”, o il gruppo che si riunisce a Coachella per diventare l’headliner reale della serata di chiusura. Si sono persino esibiti quest’anno al Summer Jam di Hot 97. Sono tutte cose assolutamente tangibili. Li potete vedere, ascoltare, sentire. Il Wu-Tang Clan in quanto entità fisica è chiaramente vivo e in buono stato.

Tuttavia è nei cuori e nelle menti dei fan che c’erano fin dall’inizio, ancora il 9 Novembre del 1993, che i Wu-Tang contano veramente. Le persone la cui concezione di ciò che l’hip hop era e di ciò che avrebbe potuto essere fu ridefinita dall’uscita di un album veramente epocale. Persone come me, a cui inizialmente non piacque Enter The Wu-Tang Clan, e che poi riconobbero la sua genialità. Siamo noi a vedere il lascito dei Wu-Tang in praticamente tutto l’hip hop contemporaneo. Per noi il Wu-Tang Clan non è solo musica. È un’idea. Una cultura. Un modo di essere. Per noi il Wu-Tang Clan vivrà per sempre.