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I dieci comandamenti di Prince

Prince viveva sul suo mondo, là dove se n'è tornato, ma intanto che era qui ci ha insegnato come dominare l'arte della contraddizione.

Sono le nove di un soleggiato 21 aprile a Koln. Io e il mio socio di avventure nei Micropupazzo stiamo partendo per Roma, dove ci aspetta un concerto. Quando ci troviamo all’aeroporto, sono circa le 10:50, scopriamo che siamo in ritardo e abbiamo sbagliato orario, l’aereo ci fa già ciao ciao da lassù. Bestemmioni di rito, rifare il biglietto con prevedibile e inalienabile sovrapprezzo e un’altra mezza giornata persa: mentre prendiamo il treno per tornare in città parliamo del fatto che la testa non si sa dove l’abbiamo. A questo proposito, cominciamo a parlare di quell’aneddoto in cui Kevin Smith si mette a fare un video documentario di Prince su diretta commissione dello stesso, senza che però “The Artist” si faccia mai vedere. Alla fine questo progetto si realizza, ma Prince non lo fa uscire. Smith si chiede come mai, esprime il suo cruccio al manager di Prince e quello gli fa: “Sai, Prince non vive nel nostro mondo, ma nel mondo di Prince. Se vuole un cammello per un video, lui non pensa sia un problema averlo… E se non ce l’ha neanche si arrabbia, semplicemente non capisce perché non c’è” Ecco, in quell’apparente sbadataggine vorremmo emulare il mondo di Prince, un mondo in cui il tempo si ferma anche perché è pieno di cose meravigliose che il paradiso musulmano in confronto fa ridere, figuriamoci la realtà.

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Passiamo in qualche modo le ore e stavolta raggiungiamo il gate in largo anticipo. Mentre ci prendiamo due birre al bar dell’aeroporto, scopriamo improvvisamente dai samsung e dai televisori intorno a noi che Prince non è più di questa Terra (se mai lo fosse stato). Il tempo si ferma veramente stavolta: ci sentiamo svuotati, come privi di vita. La sensazione è che qualcosa di sovrannaturale ci ha portato a rendere omaggio al folletto di Minneapolis con le nostre discussioni su di lui senza che potessimo immaginare miminamente tutta questa situazione. La sua energia ha smosso il cosmo.
Spiegare cosa significhi Prince per me è limitante. Credo che pochi abbiano influenzato le mie scelte di vita quanto lui: non solo, mi faceva riflettere sulla bontà delle stesse. La prima volta che lo vidi ero nel periodo della prima comunione, non avevo assolutamente idea di chi fosse, ma spargeva nell’aria un polline di “perversione nella purezza”, un aspetto centrale quanto contraddittorio che non può non trovare assensi fra adolescenti in fiore bersagliati da interrogativi mistici e sensuali. Uomo? Donna? Qualcosa che non capirai mai veramente, diceva lui, legittimando i nostri dubbi in materia. Sembrava un pazzo in preda a qualche demone quando suonava la chitarra nei video di "Purple Rain" e l’esecuzione era talmente perfetta che sembrava un playback. Invece no, suonava veramente dal vivo: ma poi si contorceva, saltava, faceva mosse oscene e subito dopo pregava… Un cortocircuito ambulante, con una tale forza vitale che per fermarlo l’unico modo sarebbe stato gambizzarlo, ma probabilmente non avrebbe funzionato. Purtroppo ci ha pensato la vita a fermarlo, la vita che lui amava in maniera bizzarra e personalissima. E siccome io amavo lui, ho pensato di abolire il ricordo standardizzato e raccontarvi di getto la top ten delle cose che di Prince mi hanno sempre fatto impazzire (in realtà numerate per comodità, ma tranquillamente le metterei tutte al primo posto).

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1 – Fare tutto senza fare apparentemente nulla

Prince come si muoveva dava spettacolo. Il suo stile era fatto di un’eleganza tale che anche le sue volgarità più spinte risultavano divine, per cui anche non facendo nulla creava momenti memorabili: eccovi degli esempi.

Alla cerimonia degli Oscar, nel 1985, Prince sale a prendere il premio miglior canzone per "Purple Rain", accompagnato per la manina (e sottolineo per la manina! Stile bambini alle elementari insomma) da Wendy e Lisa. Lui è vestito con un mantello glitterato blu cangiante al nero, con tanto di cappuccio: particolare minimale ma di grandissimo effetto, tra glam rock e “setta religiosa” che pensi subito "cazzo questo ci sta dentro sul serio". Nel discorso dice due parole ma arrivano dirette al cuore, soprattutto perché per prima cosa presenta Wendy e Lisa e consegna l’Oscar nelle loro mani, come a dire, ve lo meritate per prima voi due. E poi fa un discorso brevissimo ma così emotivo che pare una performance: e alla fine, fra i tanti, ringrazia in modo disarmante l’unico che non penseresti mai, ovvero DIO. In altre premiazioni farà varie entrate sociopatiche, restio com’era al bagno di folla. A volte limitandosi a dire un “grazie” con la faccia visibilmente immersa nel disagio, bucando immediatamente lo schermo. Tutto sommato, un antidivo.

Il secondo esempio viene direttamente da uno show di James Brown dell’83 in cui erano presenti sia Micheal Jackson che Prince, fra il pubblico. Chiamato sul palco, Jackson fa il compitino: fa quello che deve fare, da ottimo primo della classe. Poi al momento di scendere informa James Brown della presenza di Prince e in pratica lo obbliga a stanarlo. Inutile dire che l’entrata in scena del folletto di Minneapolis è da storia del rock. Completamente “di fuori”, entra a cavalcioni del suo barbuto bodyguard stile Hell’s Angels, fa due schitarrate funk contate con la chitarra e per il resto si spoglia, dirige il pubblico, fa mosse plastico/orgasmiche e caccia un urlaccio. Un punk. Non contento, quando scende si carica appresso mezza scenografia. James Brown si taglia dalle risate e arriva pure a lasciare la scena per riportargli la giacca che ovviamente aveva fiondato dopo neanche un minuto. La cosa assurda è che, nonostante sia evidentemente fatto come un cammello, non perde un colpo neanche nei numeri acrobatici con l’asta del microfono: nel caso qualcuno avesse dubbio sul vero numero uno fra i tre.

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2 – La battle of the bands: Revolution vs The Time

Una delle cose che m’infervorava di più in Purple Rain era la battaglia continua fra I Revolution di Prince e I The Time, nel film band rivale, mentre nella realtà bracci destri della Paisley Park. L’idea del rock come una sfida da accettare mi venne proprio da quel film. La sana competizione in cui tutti danno il massimo e a prescindere dai risultati sono comunque tutti strafighi: perché anche se pende la spada di Damocle del manager panciuto e occhialuto che deciderà il migliore e le sorti della faccenda, i gruppi non si piegano e fanno quello che vogliono fare, anche se mangiano pane e merda e—come Prince nel film—vivono ancora nel capanno degli attrezzi dei genitori. Lezione di vita.

3- Le batterie elettroniche irripetibili

Ascolti i pezzi di Prince periodo 1982-85 e ti chiedi come gli sia venuta questa idea di infarcire la drum machine (o meglio, le batterie elettroniche a pad, poiché erano suonate) con questi effetti di flanger che rotolano, tanto da non essere solo un modo per gonfiare il suono, ma soprattutto per dargli un’altra dimensione ritmico/ spaziale. In “When Doves Cry” ad esempio gran parte del lavoro ritmico lo fanno proprio i flanger e i delay, che si arricciano a dismisura. Oggi come oggi non esiste nessuno che abbia solo tentato di portare avanti questo stile che rende appunto inconfondibili le batterie di Prince appena senti le prime battute alla radio: forse solo nell’IDM possiamo trovarne un lontano sentore, il che fa capire che genio fosse. Tra le altre cose lui era un grandissimo batterista, come potete ascoltare in “Tambourine”.

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4 – Le sue chitarre

Le chitarre di Prince erano musica visiva. Non si trovavano in natura: la famosa chitarra a ricciolo usata in Purple Rain era talmente fica che la desideravi carnalmente, quasi come lui stesso nel film. E sembrava proprio suonasse da dio: possiamo dire lo stesso della chitarra “symbol” usata più tardi, particolari che mi hanno insegnato che customizzare è fondamentale. La libertà musicale che non si compra al supermarket.

5 – I suoi Feedback

Allora: sul rapporto di Prince col noise si è parlato troppo poco: era un noiser di razza. Sia nei suoi album, quando le chitarre prendono il via per zone atonali e propriamente effettistiche, sia quando duetta con qualcuno tipo che ne so… Lenny Kravitz. Aspetta solo il momento per fare casino, insomma, per schizzare in faccia all’armonia tradizionale. Basta ascoltare “Computer Blue” o l’inizio di “Darling Nikki” per rimanere scioccati dalla potenza di questa chitarra trattata come la drum machine di cui sopra. Con l’unica differenza che sono aggiunte massicce dosi di wah wah e di distorsione, portando all’estremo la visione di Hendrix del chitarrismo rock nero. Negli assoli usa tantissimi armonici artificiali tanto che la chitarra non è che canta, urla proprio. La necessità del caos primordiale è alla base del suono di Prince, il quale è stato sempre categorizzato in tutti i modi ma mai in questo senso. Senza di lui non sarei mai arrivato ai Gerogerigegege, e non scherzo: quindi meditate gente.

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6- L’assenza di categorie musicali precise.

Prince è uno sconvolgente frullatore di generi, la parola crossover è limitante. Li trascende, dimostrando che alla fine nulla si crea dal nulla ma SI EVOLVE e basta. Per diventare poi qualcosa d’irriconoscibile in natura, ma che è natura a tutti gli effetti. D’altronde non si fa mica la plastica con sostanze prese da Marte, no? Il suo rifiuto a farsi categorizzare è stato un esempio per tutti quelli che sentivano puzza di bruciato nei media musicali e lo sentono ancora oggi. Infatti molti addetti ai lavori, spiazzati dalla qualità, hanno spesso tentato di svilire la sua opera puntando sugli scandali, i gossip e lui con le giarrettiere, fallendo miseramente ogni volta. Solo all’inizio la press release della Warner lo dipingeva come un “disco man generico”, poi lui si è subito staccato di dosso l’etichetta dimostrando che poteva esserci un ponte tra varie ere musicali percorrendolo però ANCHE in entrambi i versi. In questo lo si è sempre paragonato a Zappa, ma Zappa spesso si prendeva gioco dei generi. Prince invece li rispetta e anzi, li libera in un’espressione superiore, che probabilmente gli viene dalla sua particolarissima fede in un unico Dio, quello nella sua testa.

7 – La band mista e la poetica del doppio, triplo e quadruplo.

Nel mondo del rock nessuno come Prince è riuscito a sintetizzare nelle sue “backing band” (fra virgolette perché in realtà parte integrante del suo lavoro, sia in studio che in fase compositiva) tutto il mondo: bianchi con neri, uomini insieme a donne, tutti ugualmente tecnicamente mostruosi. Le donne, soprattutto, hanno un ruolo cruciale e non solo coreografico (pensate solo a Sheila E., capace di suonare la doppia cassa alla velocità della luce nonostante indossi tacchi a spillo di due metri). E lui, ovviamente, al centro: come prodotto sessualmente e musicalmente ambiguo della collisione. In quanto meticcio e del segno dei gemelli, poi, Prince sente in maniera fortissima questa scissione e la sua poetica e i suoi spettacoli sono permeati di registri alti/bassi in cui la santità e il peccato, il bene e il male, la luce e il buio entrano in scena talvolta più che andando a braccetto – come improvvisi cambi d’ umore in cui le certezze vacillano per poi ricomporsi nel suono. Dalla politica del doppio a quella della personalità schizofrenica il passo è breve: oltre a saper suonare tutti gli strumenti possibili e a fare tutto da solo senza problemi, gli alter ego di Prince sono innumerevoli cosi come i dischi mai usciti a causa di ripensamenti stile bipolare (come il Black Album, visionario disco apripista alla nuova generazione R'n'B che lui riconobbe parto di un sé maligno dopo un viaggio con l’MDMA mandandolo quindi al macero appena uscito).

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A proposito del Black Album, nel brano "Bob George", Prince interpreta un alter ego gangsta che lo insulta (strano caso di autodafé). Ma c’è anche l’alter ego femminile, ovvero Camille il cui album, progettato per il 1986, fu abortito. Prince diventa donna a colpi di pitch e anticipa anche QT, facendosi idol virtuale. Per non parlare del personaggio visto nel video di Batman, Gemini. Per promuovere la colonna sonora s’inventa questo ibrido fra Batman e Joker: ritroviamo questo volto iconico (senza il trucco di Batman) in alcuni video successivi, segno che la ricerca dell’identità lo perseguita. Pur di fare uscire un disco nuovo è capace di farsi coprire il culo da prestanomi e protetti: basti pensare ai New Power Generation, alle Vanity 6, ai Madhouse e potremmo continuare all’infinito. Insomma fa e disfa progetti a piacimento fino anche se stesso: cancellerà anche il suo nome fino a diventare solo un logo. Un’inarrestabile prolificità, come se all’interno di un solo uomo ci fossero intere legioni; che poi alla fine è la realtà dei fatti di ciascuno di noi, se ci pensiamo bene.

8 – I colori

Dal porpora al pesca, dal color carne al giallo canarino fino all’ultimo look futuribile celeste/oro il nostro ha avuto sempre un occhio di riguardo per la simbologia cromatica, a botta secca. Più che porre l’accento sui significati esoterico-alchemici in questo, che sono evidentissimi, sale agli occhi lo spirito Pop Art dell’operazione. Roba decisa, un design visivo che deve sorreggere un album perché anche l’occhio vuole la sua parte di piacere, senza intellettualizzare troppo la cosa. E infatti Prince è stato un pioniere della MTV che ancora aveva qualcosa da dire, in cui un video non era un semplice video ma un’esperienza. Lo dimostra il fantastico promo di Sign O' The Times in cui in concreto, a colpi di accostamenti cromatici inusuali, si svecchia e si proietta nel futuro la poesia visiva in barba a tutte le regole dell’immagine promozionale di un cantante pop.

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9 - La guerra contro le major

Prince è stato una delle poche star a fare davvero la guerra alle major e una delle prime a sperimentare le potenzialità di Internet, pubblicando online un boato di roba per i fatti suoi. Con la Warner ebbe uno scazzo eterno dovuto al fatto che non gli cedevano i diritti delle canzoni e che non era libero di incidere come voleva, nei tempi che voleva (il che conoscendo la sua prolificità avrebbe reso Prince il musicista più suonato al mondo nonché forse il più odiato). A quel punto partì un sabotaggio metodico all’industria, allargata anche a YouTube in una legittima difesa ai limiti della paranoia, che poi sarà arma a doppio taglio: per molto tempo il nostro, nonostante lusinghieri risultati, non riuscirà ad avere la stessa potenza mediatica del periodo che fino ai Novanta lo vedeva ancora re incontrastato delle classifiche. Ma pensate gliene fottesse qualcosa? Assolutamente no. La libertà del musicista innanzitutto, il resto viene dopo: e infatti nel 2014 lo rivediamo alla Warner finalmente col coltello dalla parte del manico, a firmare uno, anzi due, dei suoi dischi più interessanti di sempre e fra i migliori dell’anno. Questa sua cocciutaggine l’ho sempre trovata esemplare, soprattutto quando la sua etichetta personale, la Paisley Park, riuscì a rendere Minneapolis un punto di riferimento mondiale dell’avanguardia pop, praticamente dal nulla. Dovremmo per protesta scriverci tutti SLAVE sulla faccia.

10 - I testi

I testi di Prince sono il suo vero testamento. Non semplicemente pornografici come qualcuno ancora insiste a pensare, ma anzi quadretti esistenziali in cui l’hardcore di facciata nasconde una sensibilità finissima, come in tutti i duri da strada, anche nei pezzi apparentemente più party. Senonchè, come rileva Paolo Prato, troviamo echi di William Reich, di Marcuse, ma anche della scrittura nonsense in quanto suono puro: dove un significato trova all’interno (appunto) il suo doppio. E poi le ballate romantiche, la cosa più commovente del suo repertorio, dove il bad boy lascia il posto a un adolescente cerbiatto perennemente innamorato del “prossimo suo come se stesso”. I suoi testi sono un Vangelo del 3000 in cui, finalmente, il senso di colpa è estirpato. A noi non resta che essere suoi discepoli.

00 – il mondo di Prince

Appunto: un mondo eccezionale fatto di contraddizioni e di legami e passioni fortissime e romantiche. Come quella che lo legava a Vanity, la sua prima grande musa, morta per triste ironia della sorte pochi mesi prima di lui. E anche un mondo fatto di misteri, colpi di scena e di coda: Sul treno ci chiedevamo per quale motivo Prince girasse video per poi non farli uscire. La risposta forse è negli ultimi misteri sulla cassaforte piena di materiale pronto da pubblicare, fra video filmati e ben 2000 brani inediti che pare siano stati blindati in quanto i migliori di tutta la sua carriera. Il principe pensava in avanti e probabilmente stava raccogliendo mattone dopo mattone la quintessenza di tutta la sua vita per lasciarla ai posteri. A noi non interessa se si drogasse o no: ma che non potremo più vederlo dal vivo (io non ci sono mai riuscito, ad esempio) e non potremo gioire di quelle novità che Art Official Age stava mettendo a punto. Perché aveva ancora moltissime cose da dire, e al pensiero si stringe la pancia: l’unica consolazione è che lui della morte aveva un’idea quasi estatica e di “motore della vita”: “Electric word life it means forever and that’s a mighty long time/ but i’m here 2 tell u there’s something else/ the afterworld./ a world of never ending happines / U can always see the sun, day or night”. E quindi, “Let’s go crazy” come ci ha sempre insegnato. Fate festa in suo onore, “non piangete salvo che non siate felici”.

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