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Music by VICE

Guida al RUOCK per gente che odia il RUOCK

Una manciata di tracce per sopravvivere al lato più bianco, etero, conservatore e noioso del rock.

di Francesco Birsa Alessandri
15 luglio 2016, 8:10am

Se leggete queste pagine da un po' di tempo, vi sarete accorti che spesso ci capita di scrivere la parola "rock" in una maniera molto particolare: "RUOCK", tutto maiuscolo e con quella u dopo la R a suggerire un tipo di pronuncia con echi di Paola Maugeri, DJ Ringo e Pino Scotto. Quella grafia e quella pronuncia, in realtà, hanno una funzione molto precisa all'interno di un discorso critico come il nostro: servono a metter in evidenza alcuni aspetti molto peculiari della cultura rock, quella consolidatasi a partire dagli anni settanta e oggi fortunatamente sulla via di una dolorosa estinzione. Insomma, per quante band chitarra-basso-batteria genericamente catalogabili come "rock" possono esistere, alcune di queste potrebbero benissimo finire per esulare da alcune delle caratteristiche estetiche (quindi anche etiche) che le renderebbero decisamente RUOCK.

Chiariamoci, il RUOCK è quel rock che per prima cosa non aspira a essere altro che rock. Nel senso che non nasce come parto creativo di una personalità i cui interessi e le cui influenze sono molteplici e diverse, ma come netta e precisa adesione a una cultura e a una narrazione. Questo ovviamente non succede solo nel rock, ma nel suo caso è, se non altro, decisamente più grave. Infatti, a tanti anni dal suo rapimento colonialista ai danni delle comunità afroamericane che lo avevano creato ed essere stato candeggiato a dovere con imponenti dosi di cultura country, ed essendosi quindi ricavato un posto nella cultura mainstream americana/occidentale, il rock ha iniziato a presentarsi come be'... Una creatura orrendamente conservatrice. Contrariamente a quanto ci è stato detto per un sacco di tempo, per quanto "alternativo" potesse essere rispetto a tanto pop commerciale, non era lì che si trovavano davvero degli elementi estetici che potessero comunicare una visione del mondo lontana da una dominazione maschio-bianco-cis-etero.

Da questo scardinerei in parte il punk (che, almeno originariamente, si poneva come parodia del rock, come irriisione della sua storia da parte di qualcuno che ne voleva conservare solo l'energia primordiale), la psichedelia più o meno pesante, il prog e le derive arty o sperimentali, il garage più lercio e animalesco, nonché tutto quanto riconduca a forme più nere e legate magari al funk o allo spirito originario del blues (fermi... ho detto originario...). Toglierei anche gran parte del metal, perché si tratta di musica che tutto sommato prova a smarginare verso una intensità maggiore e più anticonformista, per quanto poi si sia risolta nell'evasione pure. Insomma: RUOCK è quello fatto da bei ragazzoni bianchi coi capelli lunghi e i jeans che magari bevono e si drogano pure ma non hanno mai pensato di allontanarsi troppo dalle convenzioni sociali o musicali del loro tempo, che ci tengono alla melodia pure in mezzo al casino, per cui il rispetto della forma-canzone coincide inconsapevolmente col rispetto del proprio ruolo di genere. Gente che magari nei testi parla di ribellismo e caciara però poi a livello di idee sul mondo è progressista quanto uno sbirro di provincia.

Terrei fuori poi ovviamente le sue pose antimachiste da vero perdente, anche se forse rappresenta il rovescio della medaglia di quella stessa mascolinità incatramata. Però terrei dentro gran parte del glam rock, in fondo, macchiato di quello stesso sciovinismo, perché per quanti Bowie e Roxy Music ci fossero sulla piazza, gente come gli Slade o Rod Stewart riportavano i riff a casa. Il RUOCK è quindi il lato più conservatore del rock, quello slavato e talmente convinto del suo buon gusto da essere condannato al kitsch eterno. Ora, potrà sembrare una posa hipster, ma io non ho mai tollerato niente di tutto ciò. Non so se posso garantirvi che non lo è, so solo che decenni di educazione post-punk, di musica elettronica e di gente che fa le scuregge coi microfoni a contatto mi hanno reso progressivamente sempre più impermeabile a questa roba qua. La odio con tutto me stesso, e la considero la scoria di un'epoca dalla quale ci dovremmo finalmente allontanare. Però...

Però, ecco, certe volte mi accorgo che qua e là ci sono frammenti di questo mondo che tollero, che quasi capisco e persino mi piacciono. Sono casi isolati, ma ci terrei a condividerli col mondo come esempi di come si possa cogliere qualche fiore tra la merda, o di come dentro ogni cosa possa germogliare, celato agli occhi dei più, il germe della sua stessa distruzione. Il peggio del peggio è il meglio, mentre il meglio del peggio è il pessimo.

AC/DC - "THUNDERSTRUCK"

E iniziamo subito con un classicone. Gli AC/DC dovrebbero tecnicamente rappresentare da soli almeno il sessanta percento di quello che mi sta sul cazzo del RUOCK e invece mi sono persino simpatici. Un po' perchè non hanno mai provato a fare una ballata e un po' per un altro semplice motivo: nei riff di Angus Young l'orecchialità è basata quasi tutta sul groove, molto più che sulla struttura armonica. Questo li rende meno "bianchi" di tanti altri, nonostante la provenienza tutta australiana e tutta bianca. Poi vabé, sarò eretico ma preferisco tutta la vita Brian Johnson a Bon Scott, proprio in virtù della sua sgradevolezza. Ad ogni modo: "Thunderstruck" spacca perché ha una intro ripetitiva che potrebbe funzionare benissimo da sola tipo composizione minimalista per chitarre, percussioni e coro. Tra Steve Reich e Rhys Chatham. Tutto il resto è effettivamente meno bello, specialmente il ritornello, ma comunque si tratta di un pezzone. Comunque una cosa che ho sempre pensato degli AC/DC è che il loro bassista deve essere l'uomo con la vita più comoda del mondo: non fa quasi un cazzo, si diverte, non ha nessuna responsabilità artistica ed è comunque miliardario.

SOUNDGARDEN - "JESUS CHRIST POSE"

Cazzo, sento già il coro di voci che dicono "ma come, ma il grunge è figlio del punk, è anticonformista, è diverso…" NO. Dico, ma sapete davvero di che state parlando? A parte che se mi costringete a dilungarmi sul fatto che sia o meno esistito il grunge come genere musicale mi tramuto in Leatherface, comunque, cristo, fate una cernita delle band di Seattle che non potete catalogare come altro che grunge… Tipo escludendo i Melvins ma includendo i Mudhoney... E chiedetevi quante di queste avessero effettivamente una tendenza all'esagerazione, al rumore, alla psichedelia, all'animalità… Una e mezza, cioè (appunto) i Mudhoney e, in minor parte, i Nirvana. Dunque perché i Soundgarden? Be' perché pur rimanendo fermamente dentro i canoni del RUOCK zeppeliniano, ad ascoltarli non mi viene voglia di soffocarmi da solo come ascoltando i Pearl Jam o gli Alice In Chains. Cioè, dopo un po' mi viene ma almeno non SUBITO. "Jesus Christ Pose" ha una ritmica tribale e ipnotica che vorrebbe essere "Immigrant Song" e invece finisce per suonare quasi krauta. In realtà sta cosa dei pattern percussivi ipercinetici e vagamente post-punk era una roba che di tanto in tanto faceva capolino nel suono della band, ma ovviamente non abbastanza. Con un cantato meno RUOCK sarebbe un pezzo perfetto, e invece c'è Chris Cornell l'uomo che ha sbiancato pure i Rage Against Machine.

CHEAP TRICK - "BORN TO RAISE HELL"

Ed eccoci venuti a una band la cui posizione nel mondo del RUOCK è leggermente ambigua. Perché, nonostante come parabola artistica non si siano mai minimamente allontanati dagli stilemi del genere, il quartetto di Rockford, Illinois ci ha provato tantissimo a passare da branco di matti. Soprattutto a livello di look: tra un chitarrista (Rick Nielsen) che si vestiva come un bambino di sei anni iperattivo e spesso impugnava una chitarra a cinque manici, ma soprattutto un batterista (Bun E. Carlos) dall'iconico aspetto tipo notaio sovrappeso in crisi di nervi. Ho sempre avuto il sospetto che tutto questo fosse dovuto al fatto di avere esordito in pienissima epoca punk, pur non avendo le credenziali generazionali per farne davvero parte. Oddio… magari non proprio generazionali, dato che dopo un rapido check mi risultano più o meno coetanei di Dead Boys e Ramones. Forse semplicemente non gli andava di calcare troppo la mano perché ci tenevano a fare qualche soldino.

Gli va però riconosciuto che alcuni dei loro testi, provocatori e sarcastici, sfiorano il punk molto più di quanto non faccia la musica. Non a caso ci sono stati notevoli ripescaggi dei loro pezzi più scomodi in territori post-hardcore, e segnaliamo la presenza massiccia della loro musica in Over The Edge, film hollywoodiano sulla ribellione giovanile e l'angoscia della middle America che, se i produttori fossero stati un minimo lungimiranti, avrebbe avuto una colonna sonora totalmente punk. Invece ci sono UN pezzo dei Ramones, i Cars (wtf?) e, apppunto, i Cheap Trick a coprire lo spazio che sarebbe potuto essere... Boh, dei Germs. Certo, è forse più facile che i pischelli di provincia dell'epoca ascoltassero i CT che non i Black Flag o gli SS Decontrol, ma non divaghiamo.

Il pezzo che ho scelto, "Born To Raise Hell" (da non confondersi con l'omonimo dei Motörhead) viene anch'esso da un film: Rock & Rule, sfortunato lungometraggio animato canadese a cui, nel 1983, prestarono ben tre inediti. È più o meno il pezzo in cui i Cheap Trick decidono una buona volta di provare a fare i punk, anche se temo che il pezzo sia stato registrato a tavolino perché serviva una canzone incazzata (così come "Angel's Song" di Debby Harry sta lì a fare la "canzone carina", mentre Lou Reed ha addirittura scritto il tema del cattivo!). Il pezzo sa un pochino di Stooges periodo Raw Power, parecchio di Motörhead e pochissimo di Cheap Trick. Sarà per questo che mi piace.


JOURNEY - "DON'T STOP BELIEVING"

Sul serio: questa ce l'ho messa solo per il finale de I Soprano. Per il resto i Journey continuano a farmi schifissimo e non ci trovo niente che li redima. Specialmente il testo di questo pezzo è talmente buonista e sdolcinato che boh… L'unico modo di farlo funzionare bene è in una scena in cui le cose stanno sicuramente andando in merda ma tu non lo saprai mai davvero. A quanto pare c'è qualcuno che odia il RUOCK più di me, però ogni volta che sento sta traccia oramai mi prendo quasi bene e mi metto addirittura (ahem) a cantare. E mi sento sporco.


BLUE OYSTER CULT - "I'M ON THE LAMB, BUT I AIN'T NO SHEEP" / "BLACK BLADE"

Vabé che coi i Blue Oyster Cult si va talmente indietro nel tempo che non posso neanche archiviarli come band colpevole di fare un rock conservatore, quanto semmai di avere gettato, insieme ad altri, le basi per la creazione di quel'ortodossia. Erano però abbastanza imbevuti di psichedelia e prog da starmi simpatici. Certo, non erano drogati e freak quanto i primi Black Sabbath, che infatti non sono in questa lista in quanto ben oltre il RUOCK, ma almeno ci provavano… Direi anzi che si può quasi fare lo stesso discorso che ho fatto a proposito del rapporto dei Cheap Trick col punk.

"I'm on the Lamb, But I Ain't No Sheep", tratta dal loro primo omonimo album si chiude con una progressione che, se solo fosse durata un po' di più sarebbe diventata un bel trippone. E infatti è un mezzo plagio da un pezzo di Captain Beefheart. Volevo mettere "Don't Fear The Reaper", ma non per il cowbell [inserire battute sul cowbell… haha che ridere], semmai perché ha avuto l'endorsement di due paladini della mia adolescenza post-punk. Purtroppo, però, sta in un disco troppo RUOCK per non rompermi le palle. Il peggior difetto dei BOC, comunque, è sempre stato quello di non essere davvero mistici e surrealisti quanto gli artwork dei loro album e parecchi titoli/testi lasciavano intendere, però diciamo che un po' ci provavano sempre. Questo almeno fino a Cültosaurus Erectus e Fire Of Unknown Origin, rispettivamente del 1980 e del 1981 in cui ci sono finalmente pezzi decisamente stralunati e fantasy come, ad esempio, "Black Blade", non a caso forte di un testo firmato da Michael Moorcock e dotata di un tono da cavalcata fantascientifica.

"Veteran of the Psychic Wars" sta invece nel secondo album citato ed è altrettanto firmata da Moorcok. Ecco, potevo mettere anche quello, solo che… È brutto. In generale, all'inizio degli anni Ottanta iniziarono ad abusare di effetti digitali e synth per risultare più misteriosi e sperimentali, senza però riuscire a togliersi davvero quella patina di gruppo incurabilmente RUOCK.

MEAT LOAF - "I'D DO ANYTHING FOR LOVE (BUT I WON'T DO THAT)"

No vabé, questa l'ho messa solo perché sia canzone che video (diretto da un giovane Michael Bay) mi fanno spaccare dalle risate. In realtà non ho mai capito in base a quali requisiti musicali Meat Loaf sarebbe un cantante rock e non un melodico per parrucchiere tipo Michael Bolton o Adriano Pappalardo, però tutti lo ascrivono al genere, e persino in The Rocky Horror Picture Show fa la parte di un motociclista buzzurro con la passione per le chitarracce. È pure repubblicano, quindi sì, ficchiamolo nel RUOCK e spanziamoci dalle risate seguendo la storia tipo La Bella & La Bestia e tutti gli altri splendidi video tratti dal suo album Bat Out of Hell II: Back into Hell.

QUIET RIOT - "CUM ON FEEL THE NOIZE"

Sarò sincero: non credo di avere mai ascoltato per bene nient'altro dei Quiet Riot che questa cover. Sarò due volte sincero: l'originale di questa canzone mi è, stranamente, meno sopportabile. In entrambe le versioni, però, anziché comunicarmi davvero la sensazione di "facciamo casino" che vorrebbe, mi dà un senso di nostalgia non vissuta in prima persona, ma comunque piena di cose che suggeriscono una sottile disperazione di fondo. È come se incarnasse definitivamente la grande truffa del RUOCK: un sommovimento libidinoso adolescenziale che non lascia qualcosa di davvero rivoluzionario a chi vi si appassiona. Mi viene in mente una figura che prova a rivivere quel genere di fotta, di romanticismo, di senso di libertà e non ci riesce neanche un po', perché ne sente la vacuità e anzi, capisce quanto limitata fosse la sua portata e la sua possibilità di incidere sul mondo.

È una sensazione che la cover mi fa provare ancora di più: sarà per la produzione plastificata anni Ottanta, invecchiata molto peggio del più ruvido suono Seventies, ma mi pare di sentirci dentro tutta la scollatezza di quel mondo da quello poi dagli adolescenti di quegli anni, che magari la cantavano in coro sentendo una illusoria frattura fra sè e il mondo. OK, è un discorso che si può forse applicare al ribellismo di tutte le generazioni, ma il RUOCK degli anni Ottanta è stato forse il momento in cui ogni vera pretesa di "uscita" si è appiattita su una superficialità totale, da cui non si è più stati in grado di riprendersi. E ora che la frattura è radicale, e coinvolge ben più che l'adolescenza?

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