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Sono stato a un rave a Teheran

Fare festa qui è punito dalla legge, ma a me pareva di essere a Sesto San Giovanni, solo con meno ragazze, zero droga e zero alcol.
2.12.14

Teheran è una città di sorprese, non sempre nel senso positivo del termine. A Teheran impari ad essere spontaneo perché incontri le persone una volta sola, le opportunità ti capitano una volta sola e il futuro (cioè l'indomani) è incerto. Perciò quando sono stato invitato a un rave da un ragazzo che ho conosciuto in palestra (una delle pochissime attività legali) non potevo che dire di sì.

In Iran organizzare serate o feste è ufficialmente illegale e punibile mentre la vita notturna non esiste. L'unica forma di festeggiamento riconosciuta dal regime islamico sono le feste religiose, i matrimoni e il capodanno tradizionale persiano (anche se esistono tentativi da parte del governo per svalorizzare quest'ultimo). La verità è che dietro le porte chiuse la gente fa di tutto, e la guardia rivoluzionaria arresta periodicamente persone coinvolte nell'organizzazione degli eventi denunciandole come "satanisti" e/o "omosessuali". Quindi, date le circostanze, fare un rave è estremamente rischioso.

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Non ero mai stato a un rave nemmeno in Italia ma siccome in Iran c'è una definizione diversa per qualsiasi cosa, ho avuto il vago sentore che l'evento non si sarebbe svolto in una fabbrica dismessa, illegalmente occupata da caucasici abbrutiti con il microdermal sul collo. Anzi sicuramente si tratterà di una scusa per i giovani tehranesi ricchi per ubriacarsi, drogarsi, spogliarsi e ballare.

Il ragazzo che mi ha invitato si chiama Farbod, ha 23 anni, si è presentato come DJ ma secondo me di base è un PR in palestra. Mi ha subito comunicato che la festa era fuori città, ci sarebbero state circa 300 persone, avevano già provveduto a "comprare" la polizia locale e nel prezzo "era inclusa la droga". Mi sembrava tutto perfettamente organizzato.

Poche ore prima della partenza ho chiamato Farbod per capire come ci saremmo organizzati; in teoria avrei dovuto raggiungere un gruppo di ragazzi alle dieci in un parco vicino a dove abito, nella parte nord della città—per motivi di sicurezza, l'indirizzo esatto del posto non era ancora stato rivelato.

Alle dieci mi sono fatto trovare lì, ma siccome non c'era ancora nessuno ho richiamato Farbod e mi sono fatto dare le indicazioni per raggiungere la macchina con la quale saremmo andati alla festa. Una volta trovata, ho bussato al finestrino e al suo interno ci ho visto un ragazzo palesemente fatto che blaterava cose senza senso. Sono salito e mi sono presentato, ma lui era troppo fatto per ricordarsi di dirmi il suo nome, e quindi niente. Fortunatamente un paio di minuti dopo è arrivato Farbod, annunciando che saremmo passati a prendere una sua amica.

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Siamo arrivati davanti a casa della ragazza—era una zona centrale della città piuttosto povera—e lei è subito salita in macchina. Si chiamava Afsun, 21 anni, un viso e una voce da attrice e pure lei era DJ. A quanto pareva la sua specialità era la musica persiana, ma quella sera voleva "scoprire un nuovo mondo". Appena salita in macchina si è accesa una sigaretta e io ne ho approfittato per osservarla: era truccata con colori scuri, aveva una gonna argentata, due felpe rosse uguali una sopra l'altra, con ai piedi delle zeppe ed era senza hijab (il velo iraniano, obbligatorio per le donne). Fosse uscita così di giorno sarebbe stata arrestata senza troppi complimenti.

Abbiamo trascorso il viaggio in macchina fumando, parlando di droga, ridendo della mia incapacità di comprendere lo slang persiano e ascoltando una pessima selezione di dubstep ed electro house. Tutto senza sapere dove fossimo diretti.

Verso mezzanotte Farbod, dopo una breve telefonata, ci ha annunciato che avremmo dovuto incontrare una macchina davanti a un distributore di benzina, e da lì questa ci avrebbe guidati verso il posto. L'abbiamo trovata velocemente e, seguendola, ho notato che ci stavamo allontanando dall'autostrada. Dopo venti minuti di provinciale ci siamo trovati in mezzo a una valle in cui non c'era nulla—ma nulla—ad eccezione di due alberi. Da lontano si vedeva una rampa, oltre la quale si trovava la nostra meta, ovvero il parcheggio di una villetta in costruzione.

Si sentiva giá la musica. Abbiamo parcheggiato accanto a una macchina dove una coppia si stava drogando e ci siamo diretti verso la toilette. Nel mentre mi sono guardato un po' attorno: dall'esiguo numero di macchine parcheggiate e dalla loro antiesteticità si capiva bene che i partecipanti non erano poi così tanti come credevo e soprattutto non erano ricchi manco per il cazzo. Strada facendo abbiamo anche intravisto una coppia dividere le righe di cocaina sul bancone della cucina, che, a differenza del bagno—un buco circondato da quattro pareti di cemento—era nuova. Finalmente siamo entrati in casa e ciò che mi ha accolto è stato questo:

Le uniche fonti di luce erano lo schermo del laptop che illuminava il viso del DJ e le punte delle sigarette accese. Il mixer insieme alle casse era appoggiato su quattro bidoni, e la musica era naturalmente psytrance. Fotografare e usare il flash era severamente vietato e ogni volta che qualcosa si illuminava, una decina di facce si giravano insospettite. La verità era che non si vedeva davvero niente, gli unici attimi in cui riuscivo a distinguere lineamenti umani era quando questi ultimi si piegavano a controllare il telefono. Altro curioso dettaglio era che tra le cinquanta persone presenti c'erano solo quattro o cinque ragazze bruttine vestite da raver e lì per lì ci sono rimasto. C'è da dire che erano quasi tutti sulla trentina, e trasudavano un'occidentalità che non mi sarei aspettato. Sono riuscito a individuare una ragazza con i dreadlock biondi lunghi più di un metro e una coppia lesbica, tutti con addosso almeno un indumento militare. Niente corrispondeva a quello che immaginavo, anzi, fosse stato per l'aspetto dei partecipanti saremmo benissimo potuti essere a Sesto San Giovanni.

Siamo rimasti nella stessa posizione per circa un'ora, con la gente sparsa nella sala che ballava, fumava sigarette e, in casi eccezionali, parlava. Ogni tanto riecheggiavano le urla di chi era troppo in acido, ma in generale l'atmosfera era calma e malinconica. Io e Afsun facevamo addirittura dell'umorismo e ridevamo ad alta voce, per la prima volta nella vita mi sono sentito la persona più allegra ad una festa.

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Il tizio che doveva portarci la droga era in ritardo e sentivo le lamentele di alcuni ragazzi mentre, afflitti, ripiegavano sui cannoni. Siamo stati ben felici di vederlo arrivare, finalmente, gli abbiamo dato i soldi e lui è subito andato a fare il suo dovere. Dopodiché il tempo ha continuato a non passare più esattamente come prima, le due ore successive me le ricordo in particolare per il buio più assoluto, per la psytrance monotona a 160 bpm e per la totale assenza di alcol—leitmotiv della serata.

Una preziosa testimonianza audiovisiva di ciò che stavo vivendo.

A un certo punto il fumo nella sala era diventato talmente denso che molti non ce l'hanno più fatta e sono dovuti uscire. Per puro caso stavo uscendo anch'io, non a fumare come tutti quanti attorno a me, ma a prendere le caramelle gommose—sì, le caramelle gommose—che erano rimaste in macchina. Scendendo dalle scale succede l'irreparabile: calpesto qualcosa, inciampo e stacco cavi e aggeggi vari che in quel momento avevano scelto di trovarsi tra i miei piedi. La musica ovviamente si ferma. Molto bene.

Non riuscendo a vedere quello che avevo combinato, nel dubbio, ho iniziato a correre all'impazzata verso la macchina, e mi ci sono nascosto dentro. Pian piano sono usciti alcuni ragazzi, intenzionati a capire cosa fosse successo e per fortuna dopo circa dieci minuti di ricerca con la torcia, con me chiuso in macchina in preda all'ansia, sono riusciti a far ripartire tutto.

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Il nostro dealer non era ancora tornato e già girava voce che l'avessero arrestato in un paesino vicino, ma per qualche motivo non mi sembrava un'ipotesi credibile—era molto più credibile che si fosse fottuto i soldi. L'amico di Farbod è rimasto abbastanza deluso: "Avevo proprio voglia di liquido."

All'alba delle sei abbiamo deciso di andare via, e a giudicare dalla fila di macchine ammassate all'uscita, l'avevano deciso praticamente tutti. Tenendo sempre conto che siamo in Iran e che se qualcosa fosse andato storto avreste dovuto fare un appello per il nostro rilascio tramite Amnesty International, la serata mi è sembrata più che riuscita.

Siamo rientrati a Teheran verso le sette del mattino e c'era già un traffico ridicolo. Farbod ha continuato a scusarsi per quello che era successo con il dealer e mi ha promesso della droga gratis "la prossima volta". Ho l'immagine di Afsun, che stanca e annoiata, con gli occhi semichiusi, balbetta: "Sapete cosa mi è piaciuto? Che nessuno era lì per cuccare." E poi si addormenta, incurante della chiamata alla preghiera che rimbombava da fuori.

Nota: per motivi di sicurezza i nomi delle persone menzionate sono stati cambiati.

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