Adriano nel regno degli ignoranti

Un album in cui Celentano parla del conflitto tra Oriente e Occidente come ne parlano gli ignoranti: spaventosamente attuale.
19 novembre 2015, 11:01am

Vincenzo Mollica: "Ma perché il re degli ignoranti? Perché ti sei voluto autoproclamare così?"

Celentano: "Be', perché penso che poi... Quando tutto diventa preciso e sofisticato e anche l’intelligenza assume una perfezione sempre maggiore, poi dopo magari le rivelazioni, forse quelle più importanti che sono magari quelle più semplici, vengono sempre da uno che passa per la strada, da un ignorante, da uno che non sa né leggere né scrivere. E quindi forse per questo."

Intervista per Notte Rock -1991

Andiamo subito al sodo: quello che è successo a Parigi ha fatto saltare gli schemi un po’ a tutti in Europa. A dire il vero anche le sinapsi: improvvisamente tutti parlano, sentono il bisogno di aprire bocca e dare fiato ai polmoni. Persone insospettabili che, spinte dall’onda emotiva, si appellano ai “valori dell’occidente”, “della libertà”, gli stessi valori per cui, quando apro l’ANSA per capire che succede, mi propinano la pubblicità dei biscottini davanti alle foto del massacro. Altri che più sbrigativamente insultano direttamente l’Islam, perché fare il contrario “è ipocrita”, altri che scambiano gli atti terroristici per un “occhio per occhio” dovuto alle vessazioni subite (ovviamente quasi nessuno ha letto la Bibbia, figuriamoci il Corano). C’è invece chi, dall’alto dei suoi studi, ci spiega serio come funziona, come se tutto fosse chiaro. La guerra ci campa a tutti quaggiù, ricchi e poveri, è una semplice equazione ma chiara non lo è mai, altrimenti avremmo già spazzato via il problema. Allora poiché la moda del dire la propria a random è l’avanguardia della “democrazia” (capirai, su Fb? Sapete chi è il proprietario o no?). Italian Folgorati non è da meno: era previsto un altro tipo di articolo, ma non potevamo far finta di nulla. E allora stavolta analizziamo un disco che capita a fagiolo, opera del papà delle esternazioni a caso, il "Re degli Ignoranti", mister Adriano Celentano.

Nel 1991, appunto, Adrianone se ne esce con Il Re Degli Ignoranti, disco a metà fra apocalittico e politico, pubblicato durante la prima Guerra del Golfo quando fra americani e arabi scorreva sangue a fiumi, evocando scenari di future guerre mondiali e di schifo assoluto. Non solo, è anche un attacco nient’affatto velato agli studenti e alle proteste del periodo “Pantera”, alle manifestazioni pilotate, ai nuovi intellettuali rampanti che col loro favellare intortano le masse, parlano di pace ma preparano la guerra. Insomma, quelli che aprono bocca e sanno tutto: Adriano invece ammette di non capire un cazzo ma anche lui dice la sua. Anzi, l’aveva già detta con capolavori come Joan Lui, delirio Moroderiano, la sua idea di cattolicesimo HD, un film flop sublime nel suo essere sperimentale nel modo più terrificante del termine, salvato dalla bancarotta solo grazie alle casse del Vaticano. Nel film interpreta un Gesù cristo rocker danzerino, antirazzista (talmente antirazzista che se la prende anche col razzismo “al contrario,” quello dei neri contro i bianchi), che gli piace la fregna e nello stesso tempo ambiguo poiché ha un nome femminile e poi invece è un maschio (strano che più tardi Adriano scriverà "Quel Punto", uno scivolone anti-gay pensato forse solo per dare fastidio alla figlia Rosalinda, altrimenti non si capisce... Boh).

Ma, si sa, Adriano alla fine è un bastian contrario, quando vede che una cosa è di moda cerca di demolirla perché automaticamente la proietta nel sistema. Fece cosi con gli hippy negli anni Settanta, farà cosi aderendo al MoVimento 5 Stelle per contestare la politica “classica” (e infatti appena il M5S entrerà in parlamento esternerà simpatie per alcuni punti del programma di Salvini, sempre per dare scandalo). Insomma, Adriano è un sincero ribelle, ma spesso a caso. Pensa una cosa e la dice senza fare prima brainstorming, almeno con gli amici. Una volta capito come ragiona, possiamo analizzare le sue opere senza dargli il credito che gli dà la RAI, alla quale non importa se cammina a testa in giù dicendo monosillabi, tanto fa audience… Strano perché poi la critica di Celentano ai media e al loro uso terroristico è spietata, non lontana da quello che pensavano gli EBN quando facevano cantare a George Bush “We will Rock You” prima dei concerti degli U2. A un Fantastico da lui condotto, il nostro molleggiato chiedeva al pubblico di spegnere il televisore in diretta, faceva sermoni allucinanti in cui fra grandi momenti di delirio insensato (per carità, ipnotizzante e da non crederci) potevi trovare perline di saggezza. Adriano è tipo un profeta alla Monty Python in Brian di Nazareth, parte in quarta e per farlo tacere devi solo approfittare delle pause quando non si ricorda cosa deve dire (la cosa più fica dei suoi sermoni, diciamolo). Una volta cercai di comunicare con lui con un’accorata lettera ispirata al famoso appello di Tony Pagliuca, ma appunto non ebbi risposta. La presi come un sì (chi tace acconsente).

Ecco: il silenzio come trampolino per l’azione è al centro del primo brano, l’omonimo manifesto del disco. Adriano si rivolge a dei ragazzetti, accusati di occupare le scuole solo per farsi le canne e rimorchiare (tutti sappiamo che in gran parte era così) i quali lo mandano affanculo immediatamente: questi ragazzetti protestano, sì: ma non si limitano a questo, si atteggiano a leader. Lui non contesta i motivi, ma il modus operandi. Questo volersi mettere in cattedra, dimenticandosi la semplicità delle origini (contadine, di popolo), è per lui una rivolta borghese, quella che porta alla nuova classe dirigente e ai suoi misfatti (e, infatti, i panteristi si definivano così, e così è stato). Un fiume di parole esce da questi nuovi sapientini, ma ciò che Adriano insegue è "l’azione diretta", il Clan, il famoso collettivo di condivisione artigiana semi socialista, sua personale utopia che poi divenne solo un’etichetta discografica fallendo in un certo senso lo spirito iniziale (in questo non è diverso dagli studenti che critica). “Perché invece voi a furia di studiar solo con la mente avete tutti smarrito la via del cuor.” In effetti, gli anni Novanta erano tesi al cerebrale, anche nel vestirsi di merda o nell’ascoltare musica all’apparenza “spontaneista”. C’era qualcosa di nevrotico, studiato a tavolino forse più che negli anni Ottanta. E—paradosso—musicalmente il disco è proprio così, a tavolino ondeggia fra l’hip hop, l’house e la roba alla Soul II Soul (il cantato è ridotto al minimo sostituito da uno "spoken word" a ruota libera). Ma anche strizzatina d’occhio agli Enigma del periodo, risultando uno dei dischi più sintetici del nostro. Anche se il sermone di Celentano è as usual confuso, egli è incredibilmente fautore della "autogestione", che non ha bisogno di parole, ma di fatti. La coda è clamorosa: avete sentito il nuovo Arca? Beh la produzione è simile: suoni fm a stecca, influenze new age ecc ecc.

Poi invece si dipana un lentone che ci ricorda più i The Internet di oggi, se proprio vogliamo scomodare qualcuno. Roba black assolutamente verace, per un’ode agli amplessi nella natura che manco Prince. Insomma, nostalgia di una vagheggiata e utopica età dell’oro vergine dalla violenza della civiltà (chiaramente una situazione mai esistita ma vaglielo a spiegare?). Il pezzo è una versione in Italiano di “You Can be Happy”, tratta da Tecadisk del 77, l’unico album massicciamente discomusic del nostro, opportunamente riarrangiata. Finale vagamente à la Warp che precede il rovescio della medaglia…

"L'Uomo Di Bagdad, Il Cowboy E Lo Zar": altra cover di un pezzo reso famoso da Billy Haley, già inciso da Adriano nel 1969 con diverso titolo, è ribaltata e riadattata forse sull’eco di "Rock the Casbah" dei Clash (eh be', il conflitto per il petrolio non era certo roba nuova), le metafore esplicite narrano della Guerra del Golfo, indicando la Terza Guerra Mondiale non come un conflitto classico, ma come un massacro silenzioso e quotidiano, morti lente a base di gas di scarico, il consumatore che crepa felice nella sua libertà apparente. Visone non priva di suggestioni, perlopiù che se il petrolio produce terrorismo guerre e morte, il potere deve per forza indebolire il popolo facendoglielo pensare indispensabile. Una volta Auschwitz, ora semplicemente il raccordo. Il pezzo è impreziosito da elettroniche "gommose", un po’ bubblegum bass. L’Uomo di Bagdad è messo in minoranza e annientato soltanto per mere ragioni economiche, non certo etiche. Lo zar sappiamo oggi chi è: il brano è di sconcertante attualità, eppure sono passati ventiquattro anni. Adriano riproporrà la versione originale in inglese al Sanremo del 2012, anche se in incomprensibile maccheronico.

Introdotto da un ironico “preludio imperiale” a base di pianoforte, arriva “La Più Migliore”, in cui Adriano sfiora il capolavoro vaporwave ante litteram mescolato a della sana “house muzak” dai particolari finissimi. Il testo assurdista “Son qui senza te / e penso che se non ci sei / è perché proprio non ci sei / mentre la mia mente / se ne va per i fatti suoi..." narra di una competizione fra due sposati in cui anche qui “ragione e sentimento” sono scissi. L’idea che la coppia sia un mostro a due teste è inquietante, crea un cortocircuito involontario sia nel bene che nel male. Infatti, il testo sembra il parto di un Olindo che parla a una Rosa qualsiasi: la guerra serpeggia anche nell’amore.

E appunto nell’ossessiva “La Terza Guerra Mondiale” il nostro Celentanone parla di una ragazza bellissima che se ne fotte della paura di saltare in aria per un attentato o per una bomba. Una visione sensuale, che risveglia nel protagonista l’impatto della vita che “rinnova ciò che sta morendo”. Sembra sentire i The Normal della frase “Let’s make love before you die” (clamorosi i mugolii porno della ragazza sparsi per tutto il pezzo). Insomma una “resistenza” fatta di fisicità che godendo di ogni momento ritrova il senso della vera libertà. Che però non è quella della "anonima edilizi" cioè di quegli speculatori che riciclano soldi sporchi costruendo a caso. Bersaglio classico di Celentano, augura loro un bel pigiamino di legno quanto prima, ovviamente attraverso un fumoso gomitolo di deliri che infila dentro persino Manzoni quale profeta di un’epoca di bustarelle.

Poi fischia il treno: il sample lascia il posto a un altro preludio, “vento del passato”. Una sciorinata di piano e tastiere alla OPN di “Replica”. Quel passato gagliardo che è spazzato via dalla sigla del Tg con uno skipping televisivo selvaggio, frammenti di notizie di guerra e addirittura spezzoni da Rocky, il capolavoro si appressa. Pre FKA Twigs a livello di suoni, “Fuoco” è un pezzone struggente, in cui Celentano si sofferma sull’influenza della televisione in quanto psicofarmaco delle anime. Una volta ci si radunava attorno al fuoco, e ora invece un tubo catodico lo sostituisce vomitando stronzate, raffreddando i sentimenti, incutendo paura, rendendo cinici gli esseri umani. Un grido di dolore bello e buono che, ai tempi di internet, sembra profetico. Tutti ad ardere nel camino opinionista e dozzinale dei social: ascoltando il testo non ci si crede che venga dal lontano 1990.

Ed ecco il momento etnotechno / screamadelica inaspettato. Con “Buono Come il Pane” c’è un attacco diretto al modello Berlusconiano ma non solo a lui: “quel bel vestito che c’hai non può nascondere la merda che hai dentro / di fuori sembri croccante / come il pane fresco mentre dentro di te / c’è vomito del tuo “io” puzzolente”. In generale a tutti i giovani yuppies, che usano la cultura per ottenere potere e null’altro. Quasi in un loop ipnotico tipo un libro di Bret Easton Ellis. Un grandissimo lavoro di produzione di un team che vede tra gli altri un Cersosimo in gran forma, ricordato perlopiù per il sodalizio con Jovanotti, ma qua veramente sfiora la perfezione a livello di sound e programmazione.

L’ultimo pezzo è un miscuglio micidiale fra acid, Detroit, Laurie Anderson, Kraftwerk, Muzak e via dicendo. "Cammino" è un recupero da Atmosfera, uscito nel 1983: probabilmente perché all’epoca era troppo avanti per il pubblico. parla del fatto che, bene o male, tocca agire e non ingarellarci nel pensiero. La citazione ovviamente cristiana di “alzati e cammina” è l’ennesima critica agli studenti che, bloccando la loro forza creativa per preferire quella razionale, sono visti da Adriano come una minaccia alla storia, all’arte e a se stessi, ipotizzando un mondo senza più nazioni ma solo con “palazzi numerati”. In un certo senso la situazione attuale potrebbe dargli ragione (vedi gli estremisti islamici, ossessionati dall’interpretazione del Corano tanto da giustificare la distruzione di grandi opere del pensiero umano, vedi i bombardieri occidentali, parti di scienziati della guerra, che fanno piazza pulita di una cultura che non è la loro e che in pratica non esiste nei loro notiziari), ma Adriano intuisce un sentimento senza saperlo esprimere se non con visioni confuse, dettate dall’istinto: ma che dico istinto? Dalla paranoia. In effetti, lui è in difetto quanto gli studenti che critica, gettando la sua parte razionale nel water.

Questo è il grande neo del disco e in generale di tutta la sua produzione “salvifica” e “messianica”, infarcita di discorsi magari col capo ma senza la coda. Infatti, non otterrà grosso successo, forse anche per gli “auto campionamenti” di canzoni già edite, ma a torto. Se dal punto di vista oratorio non è a fuoco, a livello musicale Celentano è invece sempre stato attento alle nuove tendenze e a cercare un’innovazione anche forzata ma di sicura presa (basti pensare alla controversa “Se Non Voti Ti Fai Del Male” con i suoi zanzaroni accelerazionisti e la base terzomondista). Nonostante le tare, una cosa ci insegna quest’album: gli ignoranti e i colti a volte collimano, e la guerra oramai siamo noi. È nel nostro linguaggio. E allora forse davvero “ci vuole solamente un bel silenzio”. Dai Adriano regalaci solo pause pure tu, dacci l’esempio.

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