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Attualità

Una professoressa di retorica spiega come 'vincere' nelle discussioni online

"La retorica entra in gioco non quando ci sono monadi che si scontrano, ma quando due attori capiscono di voler risolvere una controversia."

di Vincenzo Ligresti
24 ottobre 2018, 6:33am

Immagine via Wikimedia Commons.

Elisabetta Matelli è una docente di Retorica Classica all’Università Cattolica di Milano. In un periodo in cui la metà delle discussioni online finisce a insulti o inviti a "ospitarli a casa tua," sono andato a trovarla per parlare di come nasce uno slogan, delle paure che ci spingono a usarli e di come superare questa "incomunicabilità" non sia affatto semplice.

VICE: Da esperta di retorica, perché secondo lei si parla per assoluti, slogan o frasi fatte?Elisabetta Matelli: Quelli che oggi chiamiamo slogan o frasi fatte, in realtà, sono legati alla stessa retorica, arte sviluppata dai Greci nel V sec. a.C. in Sicilia, in concomitanza con la nascita del pensiero democratico in sostituzione del pensiero dei poteri monarchici e tirannici.

La differenza è però questa: nell’antichità quelli che oggi sono ‘slogan’ resi autorevoli da alcuni testimonial, allora erano massime sapienziali: frasi gnomiche del genere “conosci te stesso” oppure “Se si nutre un piccolo leone, poi, una volta cresciuto, impone i suoi costumi.” Un genere che ancor oggi conosciamo quando pronunciamo frasi come “Ride ben chi ride ultimo”, oppure “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io.” Espressioni di questo genere possono essere applicate a più situazioni e danno forza alle nostre conclusioni, perché sintetizzano l’importanza di ciò che si era appena argomentato. Le sentenze erano e sono dei modi di dire di cui si riconosce un valore superiore.

Cosa è cambiato oggi?
La criticità risiede nel fatto che la nostra cultura contemporanea ha in un qualche modo abbassato il livello della sapienzialità, per cui basta che sia una 'persona di tendenza' a dire una frase che funziona, meglio ancora se d’effetto, e in molti la ripeteranno.

È qui, il problema: a chi diamo autorevolezza e autorità. Un tempo c’era la capacità di riconoscere il valore delle parole, per cui io un filosofo, un maestro o un grande poeta lo citavo perché sapevo che era vicino alla verità; oggi, invece, spesso non ci poniamo più domande sulla veridicità di certe affermazioni. Si è registrato un calo della capacità cognitiva e del riconoscimento delle scale di valore culturale.

Ma se, per esempio, senza nessuna verifica, mi affidassi a ciò che dice un amico di cui mi fido o un politico che credo autorevole?
È questione di discernimento. Posso anche arrivare ad affermare ‘è vero’ di una cosa detta da un politico che non voterei mai, se mi colpisce, se il vissuto della persona è comunque autorevole; ma quando sento affermazioni non verificabili o che se verificate si rivelano false, è ingenuo e pericoloso dargli ragione.

A prescindere dalla spesso intrinseca faziosità di una frase fatta o slogan, per far sì che funzioni, oltre a essere molto semplice e diretta, quali sono i presupposti?
Per far sì che uno slogan funzioni, oltre all’apparente autorevolezza, è necessario che sia universale: nel senso che devo poterlo applicare sempre.

Partiamo da qui. Mettiamo il caso che la situazione preveda due attori che parlano di un tema attuale e spinoso, per esempio di immigrazione, e uno dei due a un certo punto ribatte “ah, devono stare a casa loro, non devono venire qua, ci rubano il lavoro, non credo che i dati che mi mostri sono veri.” Esiste una risposta ad affermazioni del genere?
In generale, il presupposto della retorica è proprio quello che sia tu che io pensiamo di avere due verità. Sono due verità che noi possediamo a livello razionale, emotivo, sensitivo. E ci crediamo a tal punto che siamo disposti a combattere.

Ma dobbiamo considerare anche questo: se tu che hai un’opinione opposta alla mia, ti metti a parlare con me, tutti e due discutiamo per vincere e far vedere la propria superiorità all’altro o per cercare insieme una verità superiore alla mia e alla tua che sono in contrasto?

La retorica entra in gioco non quando ci sono monadi che si scontrano, ma quando ci sono due attori che capiscono di voler risolvere una controversia. È qualcosa che inizia a costruirsi a livello morale e tramite l'ausilio degli strumenti della persuasione retorica, perché altrimenti ci facciamo solo 'la guerra' (come vediamo che facilmente accade attorno a noi).

In questi casi, quindi, io cercherei di puntare piuttosto su un 'approccio empatico’, di cogliere le eventuali paure di chi ho davanti ‘smontandole’ poco a poco. In sostanza, se io voglio contraddirti, non basta che dica semplicemente l’opposto, ma devo andare a rintracciare le premesse da cui parti. È un po’ un lavoro di scavo di reciproca conoscenza ed è possibile che la verità sia qualcosa che è quella via di mezzo tra ciò che pensi tu e quello che penso io.

Quindi, a un certo punto del discorso—nel caso in cui fossi l'altro attore—potrei dire: quali sono le paure e i motivi che ti spingono ad equiparare l’accoglienza dello straniero a una ospitalità in casa tua o ad aver paura che lo straniero, una volta accolto, ti rubi il lavoro?
Non parlerei esplicitamente di ‘paure’, perché l'interlocutore potrebbe mettersi subito sulla difensiva. Seguendo Rosenberg, punterei piuttosto sul comprendere le sue motivazioni—“Perché pensi questo?”

Se ti risponderà, “Perché sono disoccupato, e mi potrebbero rubare il lavoro,” questo è qualcosa di cui dovrai tenere conto. Se non prendi in considerazione questa esperienza rischi di semplificare la realtà, e non potrai avvalorare davvero la tua tesi e arrivare a una soluzione condivisa, o per lo meno a un punto di incontro.

E se so che il mio interlocutore ha un lavoro e alla base c’è una xenofobia di fondo?
Su questo fronte posso presentare delle informazioni, l’evidenza dei dati, degli studi, che per lo meno facciano ragionare la persona. Però devo capire da dove nasce la xenofobia alla base. Se è una pulsione irrazionale, forse dovrei partire dalle esperienze che le hanno scatenate.

Oggi si parla tanto di neonazismo. Come tutte le ideologie, parte e nasconde dei segni di insicurezza sociale—e a cui la gente aderisce perché in qualche modo trova già del ‘cibo già cotto,’ e lo assume perché pensa di trarne sicurezza.

Quanto conta la ‘vicinanza fisica’ tra le parti?
La comunicazione non è solo verbale o razionale. È anche paraverbale e non verbale. Quindi in generale l’esito di un dialogo, dove non si prevede per forza un completo vincitore, è più probabile che sia positivo in un contesto come questo: noi che siamo seduti vicino, di fronte a un caffè, piuttosto che in uno studio televisivo dove le nostre distanze sono sottolineate dalla disposizione contrapposta, su internet dove nemmeno ci vediamo.

Torniamo un attimo al nostro esempio. Se però dopo averle tentate tutte la persona non vuol sentir ragione, o addirittura a priori dice: "Ma perché non li ospiti a casa tua?", affidandosi così a uno slogan attuale ma senza fondamenta, lei come risponderebbe?
Gli risponderei che il sistema di accoglienza degli immigrati non richiede né a me né a lui di ospitare in casa un profugo. È una finta domanda, è una finta affermazione. Che mi stai ponendo la questione in maniera sbagliata e in una prospettiva inesistente. È un problema diverso. Come dire: perché l’elefante non nuota nell’oceano? Ma semplicemente perché sta nella savana, in un altro ambiente.

In generale, se proprio vedo che la persona la persona è ferma nelle sue posizioni e non è aperta al dialogo, posso “mandarla a quel paese”?
Non la insulterei, perché l’insulto per definizione ti fa sprofondare in uno stato di debolezza. Diciamo che il mondo giusto di 'mandarla a quel paese' è smettere di parlarle e tagliare la conversazione.

Abbiamo cercato di delineare qualche spunto pratico, e certificato che creare barriere nel dialogo serve a poco. Per approfondire, invece, l’approccio empatico e la retorica che cosa consigliano?
La retorica—che dovrebbe ritornare a mio avviso tra i banchi di scuola—insegna l’abc per distinguere la fuffa da ciò che è verosimile. È proprio Aristotele a dire che che la verosimiglianza non è necessariamente manipolazione della verità, ma il nostro tentativo di avvicinarci a un vero che non conosciamo.

Quindi consiglierei la Retorica di Aristotele, l’Institutio Oratoria di Quintiliano—che sono un po’ la summa del sapere retorico, e la cui applicazione pratica ha permesso alcune delle più efficaci orazioni della storia. In tempi più recenti, poi, c’è il lavoro dell’americano Marshall Rosemberg che spiega quanto le parole possano essere finestre o muri, a seconda di come le si usa. Da qui, si può estrapolare l’approccio empatico che è apertura verso l’altro, e non prevaricazione.

Su questo siamo un po’ male educati dal linguaggio corrente, che a tutti costi vuol fare apparire come meraviglioso in modo fraudolento qualcosa che non è esattamente come appare. L’uomo contemporaneo è viziato da pessimi esempi di ‘comunicazione commerciale’ nel senso più ampio. Se riduciamo il vivere e la comunicazione delle questioni esistenzialmente importanti ai livelli degli spot pubblicitari, ci chiudiamo in una piccola dimensione incapace di affrontare le complessità del tempo presente.

L’intervista è state editata e condensata per maggior chiarezza.

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