Storia

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A10N6: L'Ottavo Annuale di Narrativa

Storia

Con Patrick funziona così. A volte è come cercare la strada in una casa grande e buia. Ti aggiri per le stanze senza vedere nulla, con le mani in avanti, sperando di uscirne. Ma poi ti scontri contro un muro—ops, hai detto qualcosa di sbagliato.
6.1.15

Foto di Chad Wys

Ultimamente incontro Troy ovunque. L'ho visto al reparto frutta di Whole Foods. Una sera, brillo, mi sono trovato a ondeggiare al suo fianco durante un concerto sulla spiaggia degli Wilco. I suoi capelli risplendevano argentei alla luce della luna, e la sua pelle era bianca come l'interno di una conchiglia. Cerco spesso di stabilire un contatto visivo, ma lui non mi guarda mai.

Di tanto in tanto viene anche nella libreria in cui lavoro. In camicia di flanella e jeans, coi polsini risvoltati per non essergli d'ingombro in bici, sfoglia biografie e testi spirituali.

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Continuo a lavorare in libreria anche se adesso sto con Patrick, che guadagna più di quanto Troy abbia mai guadagnato o guadagnerà in vita sua.

La casa di Patrick è grande, sul mare.

Nelle notti più calme di Santa Monica, da ogni lato della casa si riesce a sentire il rumore delle onde che si infrangono sulla riva.

***

Ho lavorato alla libreria indipendente tra Wilshire e Ocean per quattro anni. È in attività da almeno 45. Il proprietario, Dennis, è un signore gay di una certa età che vive in un piccolo appartamento sopra il negozio e ci prova con me non appena ne ha l'occasione. Durante la guerra in Vietnam, quando lui prestava servizio nella marina, la gestione è passata alla moglie Mavis. Al suo ritorno sono rimasti insieme per altri tre anni, dopo i quali hanno rotto e lui le ha detto la verità. Qualche tempo dopo Mavis si è trasferita a Miami Beach con un ebreo e ha messo su famiglia.

Ogni anno a Natale gli invia una cartolina di auguri, e per tutte le vacanze Dennis la espone fiero accanto al registratore di cassa. Nelle cartoline Mavis è sempre circondata da una nutrita schiera di figli adulti e nipotini sdentati, ai quali di recente si è aggiunto un bisnipote. A Dennis piace mostrarle ai clienti, anche se io ci trovo un che di passivo-aggressivo. L'ho detto anche a lui; è come se lei volesse punirlo, dato che nelle cartoline che le manda in risposta, Dennis è sempre solo. Ma in fondo è solo il mio modo di vedere la solitudine per qualcuno di quell'età—come una punizione. Ma so anche di sbagliarmi. Basta guardare Dennis.

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***

Qualche settimana fa Dennis ci ha detto che gli avevano aumentato l'affitto del negozio. Quella sera ha chiuso prima e ha portato me e Madison sul molo. Prima di darci la notizia ha preso a entrambi una granita, e siamo rimasti sulla sabbia calda a guardare gli uccelli planare sull'acqua.

"Non posso più permettermelo," ha detto. "Sono troppi soldi, ragazzi." Poi, mentre mi teneva una mano sul polso, ha appoggiato la testa sulla mia spalla e si è messo a piangere. Abbiamo cercato di consolarlo. Madison si è scacciata una lacrima dagli occhi. Quando Dennis ha smesso di piangere, il sole era ormai una cicatrice arancione sull'orizzonte. In cielo c'era già un accenno di stelle.

L'abbiamo accompagnato a casa a piedi. Ci siamo salutati sulla porta e con Madison siamo rimasti a guardarlo dalla vetrina mentre saliva lentamente le scale sul retro del negozio.

Madison ha iniziato a lavorare in libreria poco dopo di me, e in questi anni ha sempre avuto lo stesso taglio—un caschetto corto color biondo schiarito, pettinato all'indietro. Ad Halloween, quando ci travestiamo e organizziamo delle letture a tema, sceglie i personaggi in base ai capelli: Campanellino, Daisy Buchanan, Maria Rainer con piccoli von Trapp di carta applicati sulla gonna.

"Allora, che dici?" mi ha chiesto non appena Dennis è scomparso dalla nostra vista.

"Non credo si possa fare qualcosa," ho risposto.

"Be', per te è facile." Mi ha dato un colpetto alle costole, più forte di quanto mi aspettassi. "Patrick non permetterà mai che ti succeda qualcosa. Ma non siamo mica tutti così fortunati, mister."

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***

Sono arrivato a casa che erano quasi le nove, e Patrick era già a letto, col MacBook in grembo e le cuffie al collo. Sul pianoforte dall'altra parte della stanza c'era un bicchiere di vino. Stava componendo. Mi sono spogliato, sono scivolato sotto le coperte accanto a lui e gli ho messo le braccia intorno al torso liscio e scuro. La porta sulla terrazza era spalancata; sentivo le onde infrangersi sulla riva sotto di noi e il fischio del vento tra le palme.

Patrick ha 40 anni, 17 più di me. Piccoli ciuffi di capelli bianchi gli si raccolgono sulle tempie come tele di ragno. Ha scritto musiche per serie tv e film direct-to-video, anche se in realtà gli piacerebbe lavorare a una produzione ad alto budget. Ora compone per una serie con un certo seguito, una fiction zombie di FX con Kate Mara.

"Non crederai mai cosa ci ha detto oggi il capo." Avevo la testa appoggiata sul suo petto, e gli parlavo direttamente alla cassa toracica. Sentivo la sua pelle scaldarsi sotto il mio respiro. Gli ho detto della chiusura del negozio.

Patrick ha continuato a battere sui tasti.

"Non riesce a stare nelle spese per l'affitto," ho continuato. "Mi spiace. Ti immagini, perdere tutto quello per cui ha lavorato, così? E non ha molto altro. Non è triste?"

"Be', non è colpa tua," ha risposto Patrick. "E poi tu che ne sai del lavoro?" L'ha detto con un po' di irritazione nella voce, ma in modo talmente esagerato che, al bisogno, avrebbe potuto farlo tranquillamente passare per una presa in giro. Quando l'ho guardato dubbioso mi ha baciato in fronte. Nelle orecchie sentivo ancora la voce di Madison: "Per te è facile."

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"Lo so, dico solo che… è strano. Pensavo che la libreria andasse bene." Stavo giocherellando col ciuffo di peli scuri che spuntava dall'elastico dei boxer a strisce di Patrick. Sullo schermo del computer le battute musicali si accatastavano le une sulle altre, a ricordarmi librerie ormai vuote. "Ma non è triste?" ho ripetuto dopo un po'.

"Sì, è triste, ok? Tristissimo. Ma sto lavorando. E non riesco a sentirmi pensare." Mi ha allontanato e si è messo le cuffie.

Con Patrick funziona così. Le cose possono cambiare direzione in un attimo, soprattutto quando compone. A volte è come cercare la strada in una casa grande e buia. Ti aggiri per le stanze senza vedere nulla, con le mani in avanti, sperando di uscirne. Ma poi ti scontri contro un muro—ops, hai detto qualcosa di sbagliato—e dopo ancora contro una sedia—ops, hai detto di nuovo qualcosa di sbagliato—finché non trovi un buco nel muro, una porta, una via d'uscita.

Quella sera ero troppo stanco per cercare la porta. Così mi sono girato dalla mia parte e mi sono messo a dormire.

E ho sognato il ragazzo che mi piace, Troy.

Eravamo in macchina, nel deserto, sporchi e impolverati, e stavamo ridendo. Abbiamo attraversato un ponte su un fiume. In quel punto la corrente era forte, e le onde grandi. Ci siamo fermati e siamo scesi per guardare giù. La luce del sole si frantumava sulla superficie dell'acqua per riflettersi sempre più luminosa, come subito dopo un'esplosione, fino a che ho perso di vista Troy e mi sono ritrovato solo.

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Quando mi sono svegliato, per un attimo ho pensato che il corpo che dormiva accanto a me fosse quello di Troy.

***

La mattina dopo sono andato a lavorare presto. Di solito Dennis non fa storie se mi presento un'ora o due dopo. Al contrario, quando arrivo alle 11 anziché alle nove, con noncuranza, e mi lascio dietro una scia di sabbia come se mi fossi fermato per scambiare due chiacchiere, lui mi dà una pacca sul sedere e dice, "A cosa dobbiamo l'onore, caro?" Quella mattina però volevo arrivare in orario. Patrick era già uscito per andare a registrare con l'orchestra.

Sono passato dalla porta sul retro, ritrovandomi direttamente sulla spiaggia. Ho guardato i surfisti lanciarsi sull'acqua, simile a una cintura azzurra che si allungava indisturbata per chilometri. Intorno a me c'erano ciclisti e mamme coi passeggini.

Quando sono entrato in libreria Dennis si è portato una mano alla fronte in segno di incredulità, come se l'avessi lasciato a bocca aperta (o forse faceva sul serio). Madison, dal suo angolo, mi ha guardato con espressione accigliata. Io mi sono limitato a sorridere. Era il giorno in cui mi occupo dei libri usati, così sono andato alla mia postazione sul retro e mi sono sistemato dietro l'enorme scrivania di legno di quercia senza dire una parola.

Mi piacciono i libri. Mi piace il modo in cui da lontano, sulle mensole, i colori si fondono uno nell'altro come tramonti sul mare. Mi piace il modo in cui un libro può farti cambiare opinione su qualcuno, quasi all'istante—il fatto che pensi di aver inquadrato una persona semplicemente guardandola, e poi, in un attimo, cambia tutto. Non so quante volte ho visto un surfista muscoloso e abbronzato appoggiato a una palma, con la faccia nascosta alla mia vista e immersa in Dispacci o Il rosso e il nero.

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Quella mattina è entrata una ragazza alta, bionda e col seno che le usciva praticamente dal costume. Ha tirato fuori dallo zaino di tela in camouflage diversi libri in edizione rilegata. Li ho presi uno alla volta per controllarli. Sul frontespizio portavano tutti una dedica: "Per Kate. Penso che ti piaceranno! Ti voglio bene, papà." Erano scritte in un corsivo inanellato e sviluppato in lunghezza.

Non devono esserle piaciuti granché, ho pensato tra me e me.

Dopo aver stimato del valore dei libri in buoni e contanti ho fatto cenno in direzione di Dennis per una conferma. Lui ha controllato un'ultima volta i libri, con delicatezza, per poi dirle con un sorriso, "Non diamo più contanti. Solo buoni acquisto." Poi si è passato una mano sulla testa.

La ragazza bionda ci ha lanciato un'occhiata infastidita e si è rivolta verso il cartello bianco e rosso in vetrina. "Ma lì c'è scritto contanti."

"Sì, ma abbiamo cambiato politica."

"Allora dovreste togliere il cartello," ha detto, poi è rimasta a guardarci.

Noi abbiamo guardato lei.

"Se è così, li riprendo," ha detto dopo qualche attimo con tono fermo. Prima di andarsene ha rimesso i libri nello zaino.

"D'ora in poi i soldi entrano e basta," mi ha detto Dennis quando è uscita, indicando il pavimento per enfatizzare la frase. "Non escono più."

È andato verso la vetrina e ha tolto il cartello, poi si è diretto nel retro ed è salito su per le scale, verso l'appartamento che funge anche da magazzino. Sembrava un bambino in vena di capricci, con quel cartello che si trascinava dietro come fosse stato una bambola o un orsacchiotto. Madison si è avvicinata e mi ha detto, "Ieri ci ho pensato su. Mi è venuta un'idea."

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"Per cosa?" ho chiesto.

Ha arricciato le labbra spazientita. "Per cosa, secondo te? Per aiutare Dennis a salvare il negozio."

Madison e io non siamo mai stati troppo in confidenza. Nella sua voce c'è sempre qualcosa di tagliente, così affilato che potrebbe incidere l'acciaio freddo. Ma è la migliore amica di Troy, quindi cerco di mantenere un buon rapporto.

"Dovremmo organizzare una raccolta fondi. Sai, un evento a cui partecipi dando soldi per il negozio. Come quei telethon alla televisione. Ci serve qualche nome grosso, che dia una bella somma, e Dennis potrebbe vivere tranquillo per qualche altro mese." Da come lo diceva, sapevo che si aspettava un generoso contributo di Patrick.

"E dopo?" le ho chiesto. Ero sincero, anche se da una parte sapevo che era il tipo di domanda che l'avrebbe infastidita, e non mi dispiaceva più di tanto.

"Dopo, dopo non so cosa succederà. Ci inventeremo qualcosa di più sicuro. Ma per ora non ci sono alternative, a meno che tu non abbia qualche suggerimento."

Ho fatto spallucce.

"Bene. Magari una serata di letture, o qualcosa del genere," ha detto.

"E poi che facciamo, passiamo col cesto delle offerte come in chiesa?"

Mi ha ignorato. "Una cosa per far capire alla gente che questa libreria va salvata," ha risposto. "Dai, è un posto con una storia."

***

Negli anni la libreria ha avuto diversi clienti famosi. Alle pareti, incorniciate, ci sono le foto di Dennis con personaggi della letteratura e dell'arte, di quelle che trovi nei vecchi ristoranti italiani o al cinema—Dennis a braccetto con Allen Ginsberg, Dennis che ride a mezza bocca insieme a Lisa Kudrow, Dennis impassibile accanto a Gore Vidal. C'è anche una foto di Dennis e Mavis con Roy Scheider, stretto tra i due, che tiene in mano una copia de Lo Squalo. Gli ho detto che dovrebbe toglierla.

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Dennis appare diverso in ogni foto, ma al tempo stesso è anche uguale. Penso sia per il sorriso. Il fisico cambia e si affloscia col passare degli anni, i capelli si diradano, ma il sorriso resta.

***

Verso mezzogiorno, due o tre giorni dopo quello scambio di battute con Madison, un venerdì, mi stavo preparando per andare a bere un frappè sul molo. Avevo passato l'ora precedente a organizzare diversi ripiani nella sezione Biografie e mi faceva male la testa. E poi, tu che ne sai del lavoro? Le parole di Patrick erano ancora lì.

Proprio quando ero sul punto di uscire è arrivato Troy. Indossava dei boxer da mare e una maglietta bianca con lo scollo a V. Ha appoggiato la tavola da surf all'entrata e si è diretto verso Madison, ancora gocciolante dopo la sua nuotata del fine settimana. L'ha abbracciata, mentre lei protestava e cercava di divincolarsi.

Di solito è da Madison che so di Troy. Anche se forse origliare sarebbe un termine più appropriato. Passa la pausa pranzo a mangiare un wrap all'insalata mentre parla al telefono con lui fuori dal negozio, e da dentro sento cosa gli dice—questo weekend yoga sulla spiaggia, quell'altro una festa a Malibù.

Mi sono finto il più indaffarato possibile e sono rimasto a giocherellare con le carte alla mia scrivania in attesa che uscissero. Li ho sentiti avvicinarsi, e prima ancora di poter alzare gli occhi Madison si è rivolta a me. "Stavamo parlando della raccolta fondi, hai avuto qualche idea?"

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"Ciao," ha detto Troy sorridendo. Era un sorriso dolce, spontaneo.

"Ciao," ho risposto. Non sono riuscito a reggere il suo sguardo troppo a lungo. Il sole gli aveva schiarito i capelli, e i suoi occhi erano del colore della sabbia bagnata.

"Una lettura ci può stare, no? Tipo che vieni e leggi un passo dal tuo libro preferito," ha continuato Madison.

"Ma chi dovrebbe venire?" ho detto.

"Be', la zia di Troy è assistente del sindaco," ha detto rivolgendosi verso di lui.

"Sì, penso di poterli convincere a partecipare."

"Ottimo," ho detto.

"E tu?"

"Devo leggere anche io?" ho chiesto.

"No, nel senso: chi porti?"

"Non conosco gente del genere," ho risposto, anche se sapevo dove voleva arrivare.

"E quel pezzo grosso del tuo ragazzo? Non conosce qualche personaggio famoso, della serie? Dai, sicuro ha una rubrica piena di bei nomi."

Troy ha fatto sì con la testa.

"Ma non può chiedere favori così. Non si fa."

"Perché no? Se c'è un momento per chiedere favori, è questo. Hai visto, stamattina Dennis non è nemmeno sceso. Potrebbe anche essersi…" Ha mimato l'atto di mettersi un cappio al collo e impiccarsi, con la lingua che le penzolava dal labbro inferiore lucido di gloss.

Ho guardato verso la porta in cima alla scala a chiocciola di legno. L'enorme batacchio a forma di gargoyle che Dennis aveva sistemato anni prima mi sorrideva dall'alto. Aveva ragione. Dennis non era ancora sceso. Sono tornato a guardare Madison e Troy.

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"Per che serie lavora?" mi ha chiesto Troy. Dopo che ho risposto, ha detto, "Figo! Mi piace. Io credo che un qualunque membro del cast attirerebbe un bel po' di gente. Davvero."

Ha sorriso di nuovo. Avevo cercato tante volte di attirare la sua attenzione, e ora stavamo finalmente parlando. Mi sentivo messo all'angolo.

"Be', penso che a me direbbe di sì. Ma non da chiamare Kate Mara o che." Il sorriso di Troy si è spento un po'. "O forse sì. Forse anche lei. Sicuramente qualcuno degli altri, direi."

"Cazzo," ha detto Madison. "Sarebbe una figata."

Proprio in quel momento, Dennis è comparso sulla porta ed è sceso. Sorrideva e fischiettava, saltellava quasi. Si è abbottonato il cardigan rosso e ci è passato accanto salutandoci con un cenno, come se ci avesse incontrati per strada, per caso. Poi è uscito e ha girato l'angolo. Al suo passaggio, il campanello sulla porta ha suonato due volte.

"Credevo fosse disperato," ha detto Troy.

"È il lutto," ha detto Madison come se si trattasse di un'ovvietà. Col dito ha tracciato dei cerchi immaginari a lato della testa. "Ti sconvolge."

Troy e io abbiamo annuito.

Mentirei se dicessi di non aver mai fantasticato su quanto sarebbe diversa la mia vita con Troy al posto di Patrick. Sembra folle, lo so, ma di tanto in tanto ci penso.

***

Dennis ha convissuto con un altro uomo per quasi dieci anni. Lui e Damon si erano incontrati in un locale gay di West Hollywood a inizio anni Ottanta, diversi anni dopo che Mavis aveva fatto le valigie e se n'era andata. L'unica volta in cui me ne ha parlato mi ha spiegato che quella sera Damon aveva fatto lo stronzo; si era rifiutato di ballare con lui e aveva flirtato con altri uomini, ma alla fine, in un modo o nell'altro, Dennis era riuscito ad accalappiarlo—l'aveva definito amore a prima vista.

Tutto il resto lo so per lo più tramite le foto. Sulle pareti ce ne sono due. In una Dennis lo tiene praticamente immobile, con il tatuaggio dell'ancora dei tempi in marina ben visibile sul bicipite. Damon ha i capelli scuri e fini come i miei, e cerca disperatamente di divincolarsi dalla presa. La sua pelle sembra liscia e lucida, come cera. Dietro di loro, una giovane Kim Basinger sorride con aria maliziosa.

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Quando ho chiesto a Dennis perché abbia tenuto la foto anche se le cose sono finite così—Damon gli è stato infedele troppe volte—lui ha scosso la testa e ha sorriso. "Ragazzo mio, è Kim Basinger. Posso sopportarlo."

***

Quella sera Patrick mi ha portato a cena in un ristorante di pesce su Pico Boulevard. Abbiamo mangiato fuori, sul molo, accanto a un muro coperto di edera. Qua e là spuntavano dei fiori viola.

Stavo pensando a un modo per affrontare il discorso della raccolta fondi. Nel frattempo avevo mangiato un antipasto di formaggi, un secondo di ostriche e un piatto di spaghetti all'astice. Ho ordinato anche un soufflé al cioccolato così da avere più tempo, anche se ero sazio. Sapevo che se non gliel'avessi chiesto lì, con l'alcol in corpo e l'atmosfera intima, il riflesso della luna sull'oceano dietro di noi e il tintinnio delle posate—finché la porta era ancora aperta, in pratica—di certo non l'avrei fatto una volta a casa.

Ho bevuto un ultimo sorso del mio whiskey sour. "Ti avevo detto che la libreria sta per chiudere, no? Ecco, pensavamo di organizzare una raccolta fondi per il capo, per aiutarlo."

"Buona idea, è tua?"

"No, ma sto dando una mano. Insomma, ora è anche mia."

"Lo vuoi?" mi ha chiesto.

"Uhm, sì," ho risposto confuso.

"No," ha detto. "Lo vuoi questo?" Con la forchetta ha preso gli ultimi bocconi di astice dal mio piatto.

"Gli ho detto che ci avresti dato una mano, magari."

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"E come?" All'improvviso ha sollevato lo sguardo. Nei suoi occhi c'era della diffidenza.

Patrick ha un debole per gli uomini più giovani, e da lì deriva anche la sua dose di delusioni. La prima volta che siamo stati insieme, dopo il terzo o quarto appuntamento, mi ha preso la faccia tra le mani e mi ha detto, "Non sono uno da una botta e via. Mi hanno preso in giro troppe volte, e non mi sta bene, perché mi sto innamorando di te." Era un fine settimana, di pomeriggio. Ero immerso nel groviglio di lenzuola ancora umide dopo il sesso. Il sole filtrava attraverso le imposte, e i nostri corpi sembravano immersi nella luce.

"Non puoi chiedere a qualcuno della serie di venire a leggere? Continuo a pensare che il negozio diventerà un ristorante cinese e il povero Dennis starà male per tutti i fumi della cucina. Se fosse per me non te lo chiederei, lo sai."

"No, non posso. E lo sai bene. Come fai anche solo a pensare—"

Ma a quel punto avevo già smesso di ascoltare. Stavo guardando due uomini uscire dal ristorante e seguire la cameriera al loro tavolo. Uno dei due era Troy. Indossava una giacca grigia attillata, jeans e scarpe a sella azzurre. Non l'avevo mai visto così in tiro. Non so chi fosse l'altro, ma era altrettanto bello. Si sono seduti, e Troy mi dava le spalle.

Mi chiedevo se si fossero conosciuti online, se Troy avesse passato in rassegna una serie di facce e sorrisi prima di fermarsi sulla sua, e se la cena sarebbe stata un semplice preludio a una notte di sesso, o qualcos'altro, qualcosa di più serio.

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Dopo che Patrick ha pagato e ci siamo alzati ho lanciato un'ultima occhiata in loro direzione. Troy teneva la mano dello sconosciuto, che rideva buttando la testa all'indietro. La brezza marina gli scompigliava i capelli.

Immagino siano rimasti così per il resto della serata.

***

Nel fine settimana Dennis pulisce le foto incorniciate della libreria. Ce ne sono più di trenta. Lo so perché una domenica, un mese fa, sono andato al negozio—Dennis mi aveva lasciato una chiave fin da subito, dicendomi con fare ammiccante, "sentiti libero di usarla quando vuoi"—e l'ho trovato lì, dietro a un bancone, con uno straccio sporco e il detersivo per vetri.

Le foto erano sul pavimento, suddivise in piccoli blocchi di varie misure. Avevo fatto lo slalom tra le cornici, sentendomi come Godzilla all'assalto di Tokyo.

"Guarda un po' chi c'è. Ti sei deciso ad accogliere la mia offerta?" mi aveva detto.

"Un'altra volta," avevo risposto ridendo. "Mi sono dimenticato l'iPod del mio ragazzo. Venerdì gli avevo promesso di ascoltare la sua musica, ma ora ne ha bisogno per il lavoro."

Si era alzato e aveva aperto un cassetto da cui aveva estratto l'iPod. L'avevo ringraziato.

"Hai bisogno di aiuto con le pulizie? Ho qualche ora libera." Ero appena uscito da una discussione con Patrick—avevamo preso a comunicare così, da un po' di tempo—e volevo farlo aspettare.

"Scherzi? Mi piace. È come fare un tuffo nel passato, un po' di vecchi ricordi," aveva risposto. "Questi sono i miei, tu va' a costruirti i tuoi."

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***

Nel corso della settimana successiva io e Madison abbiamo preparato la raccolta fondi. Avevamo deciso di tenerla segreta per non far preoccupare Dennis con tutti i dettagli. Troy ci aiutava quando non era impegnato con le lezioni di yoga, e questo significava che spesso era con noi in libreria. Volevo davvero dire la verità, dire che Patrick non sarebbe venuto—e che io stesso non ci sarei andato—ma non potevo. Madison mi chiedeva spesso novità. Avevo l'impressione che sapesse cosa nascondevano le mie risposte secche, come se avesse davanti a sé uno specchio unidirezionale e fosse in attesa del momento giusto per smascherarmi, soprattutto in presenza di Troy. Così ho iniziato a mentire ancora più spudoratamente. Avevo detto che sarebbe venuta anche Kate Mara.

Un pomeriggio Troy è arrivato con una pila di volantini rosa e verdi. Sopra c'era scritto, "Salviamo la libreria, con letture del sindaco Pam O'Connor e Kate Mara di Dead Inside."

Era ovvio che non potevo più fingere. Non mi importava di fare la figura dello stupido con Troy—se non avessi fermato tutto avrei messo in imbarazzo anche Dennis.

Ma prima che potessi farlo, Dennis è tornato dal retro del negozio e si è fermato di fronte a Troy e Madison. "Cosa sono?" Ha poggiato le mani sui fogli colorati, poi ne ha preso uno e ha iniziato a leggerlo.

"Dennis, salviamo il negozio!" ha esclamato Madison. Ha alzato le braccia, imitata da Troy. Si comportavano come se stessero incoraggiando le truppe prima della battaglia. I pochi clienti li hanno guardati, e dopo aver sorriso sono tornati a ciò che stavano facendo.

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Ero terrorizzato. Ora non avrei dovuto soltanto annunciare il mio fallimento a due persone, ma anche spezzare il cuore di Dennis portandogli via quella speranza che gli era appena stata regalata.

Ma Dennis era rimasto pietrificato. Si è inginocchiato e ha raccolto i volantini, per poi dirigersi verso la spazzatura tenendoli tra le braccia. Li ha stracciati uno po' alla volta e li ha buttati.

"Cosa credevate di fare?" ha detto a Madison. Poi si è girato verso di me. "E tu, lo sapevi?" Tremava, coi pugni così stretti da farsi diventare le nocche del colore dell'osso.

"Non capisco," ha detto Madison. "Cosa—"

"Lasciamo perdere." Se n'è andato infuriato su per le scale e poi in camera, sbattendo la porta con una tale foga che il batacchio è sobbalzato due volte contro il legno.

"Visto," ha commentato Madison rivolgendosi a noi e ai clienti. Col dito ha tracciato dei cerchi immaginari a lato della testa. "È come dicevo: ti sconvolge."

Mentre Madison e Troy rovistavano nella spazzatura in cerca dei volantini sono salito al piano di sopra per parlare con Dennis. Non si era mai comportato così con noi. Era quella rabbia che l'avevo immaginato accumulare dopo la guerra, quella che aveva coltivato nelle foreste del Vietnam in abiti mimetici e col volto coperto di pittura.

Ho bussato alla porta, e quando non ha risposto sono entrato. L'ho aperta. Per quanto possa sembrare strano, non ero mai stato nel suo appartamento. Era un monolocale coi pavimenti in legno massello. Dennis se ne stava seduto sul letto con la testa tra le mani. La stanza era pulita e ariosa, e dalla finestra aperta si vedevano il parrucchiere dall'altra parte della strada e le palme. Sul muro c'era una bandiera americana, ma era l'unico elemento decorativo.

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"Che succede, Dennis?" gli ho chiesto. Sono rimasto fermo perché ero un po' spaventato. Non mi sembrava il caso di sottovalutare la forza di un sessantenne.

"Non vi ho detto la verità," ha detto dolcemente. Ha scacciato dai pantaloni delle fibre di cotone. Dopo qualche minuto ha continuato. "Vi ho mentito, sull'affitto."

"Quindi la libreria non chiude?"

"No, o meglio, chiude, ma non per quello."

Poi mi ha parlato dell'intenzione di trasferirsi a Miami Beach con l'ex moglie, Mavis. Il marito era morto qualche mese prima, e da allora avevano iniziato a sentirsi spesso per telefono. Dennis l'aveva aiutata a superare il lutto.

"La ami ancora?" gli ho chiesto incredulo.

"No, certo che no. Lo sai che ho altri gusti," mi ha detto assestandomi una gomitata. "Ma abbiamo dei trascorsi insieme, ragazzo mio. È difficile da spiegare. A volte mi sento solo. Non puoi capirlo, e spero che tu non debba mai farlo."

Poi gli ho chiesto perché avesse mentito.

"Mi imbarazzava. Chi è disposto ad ammettere di non voler più stare solo? Ve l'avrei detto una volta trasferitomi, ma mi sembrava più facile fare a modo mio, ecco."

Una sensazione indefinita mi è salita tutt'a un tratto dallo stomaco. Faceva male.

Quella sera, mentre ero a letto accanto a Patrick, ho inquadrato quel dolore—il dolore del tradimento. Solo allora ho capito che per troppo mi ero affidato all'idea che Dennis fosse in grado di vivere solo ed essere comunque felice.

***

Ci salutiamo al gate dei controlli di sicurezza. Abbiamo accompagnato noi Dennis perché siamo la cosa più vicina a una famiglia che abbia qui a Los Angeles. Tutti i suoi amici sono andati a vivere in piccoli bungalow nel deserto o sono morti. Lui indossa una camicia a maniche corte a fantasia floreale e flip-flop. Madison ha gli occhi colmi di lacrime. Intorno a noi c'è gente che si abbraccia. Dicono, "Mi sei mancato," "Quanto tempo," "Ti amo," "A presto."

"Vedrai che te la passerai bene, mia cara," dice a Madison. "Non ho il minimo dubbio."

Poi abbraccia me e mi pizzica il sedere. "Porta fortuna," dice. "Ci sentiamo, non preoccuparti. A Natale ti mando una bella cartolina, e tu devi fare lo stesso. So che non le sopporti."

La coda per il gate sembra non finire mai. Si piega su ste stessa più e più volte. Dennis ci saluta finché non scompare attraverso i metal detector e poi nella folla.

Guardiamo vari aerei decollare sulla pista. Ognuno ascende rapidamente verso il cielo, finché non è solo un puntino che scompare tra le nuvole. Non sappiamo quale sia quello di Dennis, ma per ognuno mi immagino la sua faccia schiacciata contro il finestrino, a guardare giù finché anche noi non scompariamo.

Poco dopo Madison mi dice che se ne sta andando e che probabilmente ci vedremo in giro. La sua voce è fragile e fiacca, ma so che non durerà a lungo. È questione di un momento.

Attraverso il vetro rimango a guardare la pista e le montagne dentellate alle sue spalle. Osservo anche il mio riflesso. Fluttua opaco e trasparente proprio sopra le cime.

Sto perdendo tempo.

Thomas Gebremedhin si è diplomato allo Iowa Writers' Workshop e ha conseguito una laurea presso la Duke University. Vive a Brooklyn e ha scritto per Vogue.