Il miglior posto al mondo per morire
Foto: Paul Koudounaris

Il miglior posto al mondo per morire

A Tana Toraja la gente conserva per anni le salme dei propri parenti dentro le loro case.
02 novembre 2015, 10:41am

È la stagione dei funerali nella reggenza indonesiana di Tana Toraja, Sulawesi, dove le case tongkonan sono decorate da tetti a forma di U. Si innalzano al cielo, come le prue delle navi, verso gli spiriti ancestrali.

"Non devi aver paura della morte," mi rassicura la mia guida, Agustinus Galagu. "Le anime risorgono. Il corpo è solo un abito."

Porto le mie valigie dentro la casa di Indo Lai, la nobildonna per cui ho viaggiato 16.000 km.

Ovviamente, è morta.

Il cadavere vecchio di tre anni della mia ospite giace perfettamente vestito su un letto di legno, con una ciotola di riso vicino alle mani imbalsamate. Mi è scappato un involontario urlo di raccapriccio, il tipo di grido che si sente nei film horror.

Il cadavere non è né blu, né bianco, né putrefatto. Non puzza. È lucido e verde, imbalsamato nel té e nella formalina. È circondato dai suoi oggetti preferiti: una borsetta (in onore del suo passatempo preferito, la tessitura), una tavola di legno incisa su cui sono raffigurati dei girini (in riferimento ai suoi nove figli), una lama mistica a biscia (un ricordo della sua collezione), e vaniglia secca (un simbolo del tempo passato a giocare nei campi di vaniglia lì vicino). Aveva solo 73 anni quando è morta, ma ora sembra averne mille.

"Ringrazia Indo Lai per la sua cortese ospitalità," mi dice Mr. Galugu.

"Grazie," dico fissando il cadavere.

"Tabek motok komi kumande," dice Mr. Galugu al corpo senza vita, in lingua locale, offrendole un bicchiere d'acqua. "Per favore, svegliati per cena."

Ringraziando il cielo, non lo fa.

***

La morte non mi è sconosciuta. Entrambi i miei genitori sono morti quando ero giovane e ho compiuto dei rituali personali per impedirmi di lasciarli andare completamente; persino oggi, porto con me un contenitore con dentro le ceneri di mio padre. Non ho mai viaggiato senza le loro foto.

Ho una paura profonda della morte. I film horror mi terrorizzano. Avevo paura di venire qui. Ma sto lavorando a un libro sulla mia famiglia e ho deciso che per scriverlo dovevo prima confrontarmi con la mia paura della morte, guardandola dritta in faccia.

A Toraja, è usanza nutrire i propri morti ogni giorno e tenere i loro corpi imbalsamati rimboccati comodamente in una camera da letto—a volte fino a dieci anni dalla loro morte. I cadaveri sono trattati come se fossero "malati" o "addormentati"—non morti—finché la famiglia non può permettersi un funerale appropriato.

Cadaveri nelle tombe scavate nella roccia. Foto: Aaron Purkey

Per un occidentale questo grado di intimità con i morti può sembrare perverso o tabù ma Paul Koudounaris, che ha riportato le pratiche di sepoltura Torajan nel suo libro Memento Mori, mi dice: "se guardiamo la cosa da un punto di vista inter-culturale e storico, ci sono molteplici esempi di pratiche simili o relative… il modo in cui ci rapportiamo con i morti nell'Occidente moderno, ghettizzandoli o trattandoli come se fossero qualcosa di abietto, è in realtà un'usanza molto più eccentrica del modo in cui i morti sono trattati a Tana Toraja."

Spero che questo viaggio mi mostri come certe culture interagiscono, celebrano e vivono la morte in un modo che sfida la paura associata alla presenza del cadavere.

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I parenti di Indo Lai arrivano a casa e la salutano. C'è tanta gente. Mr. Galugu se ne va. Ci sono dei gechi che si arrampicano su per i muri. Le pale del ventilatore girano. Mi stendo. Il corpo di Indo Lai è nella stanza accanto. Chiudo gli occhi e mi dico che magari, almeno una notte, posso restare.

Immagino come avrebbero reagito i miei conoscenti se avessi deciso di tenere il corpo morto di mio padre nel nostro appartamento di Manhattan, imbalsamato e messo sotto le coperte. Se lo avessi nutrito, se ci avessi parlato e lo avessi lavato ogni giorno. In America, mi avrebbero rinchiusa. A differenza dei Torajan, noi di New York sembriamo non avere il tempo neanche per prenderci cura come si deve dei parenti vivi, figuriamoci di quelli morti.

Il primo giorno dei funerali di Indo lai, folle di persone in lutto si riuniscono in un enorme spazio per la cerimonia, in una processione guidata dalle donne della famiglia ornate di perle brillanti che sorridono e fanno ondeggiare tutte insieme un lungo drappo rosso sulle loro teste.

Uomini intossicati, inebriati di balok, vino di palma simile all'assenzio, si fanno strada tra la folla, portando la bara di Indo Lai e ballando. Si sentono i flauti. Le percussioni risuonano. Alcuni uomini scalzi formano un cerchio e ballano il walzer funebre. Lentamente, il canto monotono decelera.

Novantasette bufali indiani e sessantun maiali saranno sacrificati in onore di Indo Lai al banchetto funebre noto come Rambu Solo, che dura sei giorni.

Più un Torajan è nobile e benestante, più il suo funerale è elaborato. Si pensa che il numero di animali macellati determini la velocità con cui l'anima del morto viaggerà dal villaggio all'aldilà. Per un parente nobile vengono uccisi almeno 24 bufali.

Queste cerimonie funerarie costano una fortuna, fino a 500.000 dollari, a seconda del caso. Toraja non sarà il posto più costoso al mondo in cui vivere, ma è di certo un posto costoso in cui morire.

Foto: Aaron Purkey

Ho già comprato i miei abiti da sepoltura," mi dice Rizal, il nipote ventenne di di Indo Lai. "Noi Torajan viviamo per morire. E dobbiamo risparmiare un sacco di soldi. Non per la pensione, per la morte."

Cerco la figlia di Indo Lai, Ibu Berta, per darle delle noci, una stecca di sigarette e una piccola somma di denaro—regali consueti. Le chiedo come sta, se è triste.

Ibu Berta risponde, "Sono troppo impegnata per essere triste. Domani piangerò per la prima volta, quando i bufali saranno uccisi. Piangerò quando Mama morirà davvero."

Le lacrime nei suoi occhi mi dicono che la donna sa che la madre è già morta, ma capisco. Mi ci sono voluti due anni per piangere dopo che mia madre e poi mio padre sono morti. Il rifiuto è una pillola facile da ingoiare, ma ha effetti collaterali impietosi. Ibu Berta e io siamo due sconosciute, intime come diari chisi, entrambe di discendenza nobile indonensiana e legate dal dolore.

La morte qui, tra gli abitanti, non è macabra. È vibrante: non evoca immagini di persone in lutto vestite di nero e piangenti, nascoste sotto gli ombrelli e gli occhiali da sole. Di notte, fiumi di visitatori vengono a rendere omaggio. Stecche di kretek, sigarette ai chiodi di garofano, e animali selvatici circondano la bara.

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Il pomeriggio seguente, centinaia di persone si radunano intorno a un uomo con un'unghia del mignolo lunga 5 cm. Solleva un machete fino alla gola del bufalo, pronto al sacrificio che segna la morte ufficiale di Indo Lai. Questo rituale, al centro del credo di Toraja Aluk To Dolo, "la via degli antenati," garantisce al morto una vita serena nell'aldilà.

Una delle nipoti di Indo Lai. Foto: Aaron Purkey

Il Cristianesimo è la religione dominante a Toraja ma, di riflesso all' "intricato insieme di fedi," dell'Indonesia, molteplici religioni e interpretazioni dei morti coesistono insieme a un'antica tradizione animista. Il bufalo—un simbolo di culto che rappresenta il successo, lo status e la fertilità—sbuffa e si contorce. Poco dopo è cibo, macellato e arrostito davanti a noi, ricoperto di spezie esotiche.

I ragazzini riempiono bicchieri di sangue colante e lo bevono. La folla esulta. Il mio stomaco si ribalta. Il banchetto funebre è una carneficina vorticosa. Il massacro cerimoniale solleva risa e festeggiamenti. Uno spruzzo di sangue di bufalo finisce sulle mie labbra; ha un sapore metallico. Sette bufali morti finora. Quattro giorni di festa e ancora 90 bufali da macellare prima che la famiglia di Indo Lai abbia placato Dio e la società, prima che il suo spirito raggiunga Puya, la terra delle anime.

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L'ultimo giorno dei funerali di Indo Lai portiamo la sua bara, con le cose che più amava conservate per l'aldilà, in giro per il villaggio. Una donna sviene. Mezza dozzina di altri parenti piange di dolore, come se avessero preso coscienza della morte di Indo Lai solo adesso, a dispetto del fatto che la donna abbia esalato il suo ultimo respiro tre anni fa.

Noi occidentali tendiamo a vedere la morte come qualcosa di improvviso e brutale, ma qui, mi chiedo: non è forse più salutare accettare il cadavere, interagirci, e amarlo? La mia mente torna al letto di morte di mio padre al Mount Sinai Hospital. Zia Mary gli ha reso omaggio realizzando una maschera funeraria dopo la sua morte, e ha ripreso il processo. Avrei potuto passare del tempo con il cadavere di mio padre, studiarne i tratti ma—all'epoca—l'idea del suo corpo mi terrorizzava.

Foto: Paul Koudounaris

"Non potrò più parlarle," dice Ibu Berta, piangendo. "Sta lasciando la sua casa." Restiamo a guardare mentre la bara di Indo Lai viene sollevata fino a una tomba scavata in una rupe, qualche decina di metri più su.

Ogni città ha il proprio luogo di sepoltura dove, dopo il funerale, i corpi sono impilati a casaccio in tombe sospese o bare. Alcune sono così vecchie che si sono aperte, lasciando cumuli di teschi, bastoni, pietre e ossa rotte sparse fuori e dentro le profondità delle grotte umide. Gli scheletri sono sepolti nelle montagne e nelle rupi vicine. I bambini sono sepolti negli alberi.

Quattro giorni di festa e ancora 90 bufali da macellare prima che la famiglia di Indo Lai abbia placato Dio e la società, prima che il suo spirito raggiunga Puya, la terra delle anime.

Una scultura tau tau—una replica realistica del corpo e del volto di Indo Lai, con indosso una versione in miniatura del suo abito ikat preferito—è posizionata nella caverna, perché protegga il villaggio.

"Non è l'ultima volta che la vedranno," mi spiega Mr. Galugu. "Come segno di rispetto, a distanza di qualche anno, la famiglia esumerà il corpo di Indo Lai e le farà il bagno nel fiume. Si chiama Ma'Nane." Ogni agosto, i morti camminano per i villaggi autonomi di Toraja. Qui, i morti non riposano in pace.

Benché questa pratica non sia obbligatoria, i membri della famiglia che soffrono la mancanza dei loro parenti morti partecipano alla cerimonia purificatrice. La famiglia di Indo Lai ne rinfrescherà i resti mettendole un costoso vestito nuovo. Sarà portata dove è morta e il suo cadavere sarà accompagnato attraverso la sua cittadina natale, come uno zombie. I cadaveri che non sono ben conservati, quelli che hanno pezzi di pelle nera che si stacca dal corpo, saranno cullati e nutriti dalle persone amate; a Toraja l'amore è cieco davanti al raccapriccio della morte.

Nei villaggi animisti isolati come Mamasa, gli sciamani possono, a quanto pare, far risorgere temporaneamente i cadaveri grazie alla magia nera e farli camminare senza bisogno di aiuto. I cadaveri rianimati si dice che siano apatici e incapaci di rispondere, possono solo camminare roboticamente verso i loro villaggi natali.

"Credi davvero che possano camminare senza bisogno di aiuto?" Chiedo a Mr. Galugu. Mi risponde, "non credo che i cadaveri possano camminare da soli—senza magia."

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Foto: Paul Koudounaris

Riuscirei mai a esumare lo scheletro di mia madre per poter passare qualche momento in più con lei? Ho avuto lo stranamente catartico privilegio di osservare in prima persona la morte di mio padre. Ma con mia madre è stato diverso. Non so esattamente come sia morta, quali siano state le sue ultime parole, o che aspetto avesse il suo volto in quel momento. Ho sentito solo le urla. Non le ho mai detto addio. Non sono neanche andata al suo funerale. Non mi hanno neanche detto che era morta. (I parenti temevano che se mio padre appena uscito dal coma avesse saputo, il respiratore a cui era attaccato non sarebbe più stato sufficiente e lui sarebbe morto.) Mi chiedo, vedere mia madre un'ultima volta mi darebbe una qualche forma di sollievo, magari di guarigione? Dovrei forse volare fino alla sua tomba a Yogjakarta per abbracciare le sue ossa un'ultima volta?

Poi penso a come vorrei che l'ultima immagine che ho di mia madre restasse intatta e sacra. Ha un'orchidea viola infilata dietro l'orecchio sinistro. Mi sta cullando. Il giorno è giovane e ha già addosso il rossetto e un vestito di seta rosso. Il suo sorriso spalancato—quasi una risata—le allarga il naso. La pioggia delicata che ha appena iniziato a battere sul tetto della macchina si trasforma all'improvviso in una tempesta, che illumina di bianco il panorama tropicale. La nebbia macchia il vetro. Mia madre muove il suo dito e disegna tre forme, la nostra famiglia, stilizzate. Ci addormentiamo tenendoci per mano.

Questo ricordo si ripete nella mia testa in loop. Ma nella mia immaginazione, la nostra macchina non si schianta e raggiungiamo la nostra destinazione. Lo rivivo, lo rivivo ancora e ancora e così, passiamo il tempo insieme. Forse la morte non è mai davvero la fine.