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Breve storia dei calciatori famosi andati in bancarotta

Di solito i calciatori sono considerati dei privilegiati, che guadagnano montagne di soldi senza fare quasi nulla. Ma una volta che la carriera finisce e tutti si dimenticano di loro, c'è chi va in bancarotta.

di Vincenzo Marino
02 ottobre 2015, 8:34am

Paul Gascoigne. Foto viaWikimedia Commons.

Questo post fa parte di Macro, la nostra serie su economia, lavoro e finanza personale in collaborazione con Hello bank!

Se è difficile accettare il fatto che Cristiano Ronaldo guadagni circa 100 euro ogni 45 secondi, ancora di più lo è provare empatia per un calciatore di prima fascia rimasto senza soldi. E non possono sorprendere le ragioni di questo livore quasi naturale, specie si pensa al fatto che uno stipendio "top" in Premier League, che arriva mediamente sulle 30mila sterline alla settimana, è già 3,500 sterline più alto della media annuale degli stipendi inglesi.

In qualche modo, il calciatore è considerato immeritevole di tanta fortuna, o quantomeno il riflesso di un'industria malata in un'economia malata in un mondo malato—e in piena crisi economica. Capita però molto spesso—e più spesso di quanto si immagini—che ex calciatori, appena usciti dalla loro carriera agonistica, incontrino difficoltà economiche di vario tipo, fino a vedersi inseguire dai creditori, dallo stato, dalle ex mogli, dal fisco, dai tribunali, dai cattivi investimenti. E poi dalle scommesse, dall'alcol, da ossessioni irrefrenabili e dispendiose.

L'ultima storia del genere risale a poche settimane fa: l'ex difensore del Leeds Dominic Matteo—titolare in quel Leeds che arrivò clamorosamente in semifinale di Champions nel 2001— si è infatti visto dichiarare bancarotta dalla corte della contea di Halifax per debiti da scommesse ippiche, che lo hanno portato a puntare cifre anche superiori ai 100mila euro su un singolo cavallo. "Ho perso circa un milione di sterline, ma poteva andare peggio," spiegherà poi: "L'alcol e le donne sono debolezze che ti portano dritto sui giornali. Le scommesse invece sono il vizio più discreto che un calciatore possa avere."

Nel 2009 Sports Illustrated pubblicò un articolo dal titolo " How and why athletes go broke". Stando ai dati raccolti dall'autore, il 60 percento dei giocatori di NBA sarebbero andati in bancarotta nei primi cinque anni dal loro ritiro dalla carriera agonistica, un dato che nel football americano peggiora fino al 78 percento—considerando sia chi è stato costretto a dichiarare fallimento, sia chi è stato considerato in forte "stress finanziario".

"Gli atleti conducono carriere e obiettivi diversi dagli artisti", senza tempo né strumenti necessari per capire cosa fare nel post-agonismo—spiegava Michael Seymour della UNI Private Wealth Strategies. È per questo che nell'arco di pochi anni il loro futuro lavorativo e finanziario finisce col non essere mai messo in discussione, immaginandoselo sempre e ancora legato allo sport—da parte attiva all'interno di una società o da opinionista in qualche canale televisivo satellitare, con una posizione adeguatamente remunerativa e sufficiente per continuare a condurre una vita secondo certi standard.

Stando alle ricerche condotte da Pippo Russo, Isabella Croce, e Paolo Piani per il libro Tempi Supplementari, infatti, i calciatori dei campionati italiani delle stagioni 1988-99 che si ritenevano certi di rimanere nel mondo del calcio anche dopo la fine della carriera agonistica arrivavano al 66 percento degli intervistati. Alla fine, 20 anni dopo, solo il 16,5 percento sarebbe effettivamente riuscito a restare nel settore come allenatore, collaboratore, preparatore, dirigente, membro di qualche associazione federale o giornalista a vario titolo. Una percentuale che scendeva addirittura al 10 percento, se si contemplavano solo quelli che ci sono riusciti per almeno tre anni di fila.

D'altro canto basta guardare una qualsiasi partita di calcio per vedere dai 22 ai 28 calciatori scendere in campo e porsi una domanda: di quanti di questi potreste immaginare un futuro diverso dal calcio—che non si tratti di Mexes e dell'agenzia di recupero crediti che quasi sicuramente metterà in piedi non appena avrà lasciato il calcio giocato? La risposta più plausibile è "quasi nessuno", con tutto ciò che ne consegue.

Secondo uno studio condotto qualche tempo fa dalla xPro, un'organizzazione che supporta migliaia di ex calciatori professionisti, tre ex calciatori su cinque della Premier League finirebbero col dichiarare fallimento entro i primi cinque anni dal ritiro. Il 75 percento dei calciatori tedeschi , secondo il sindacato calciatori locale, non saprebbe guadagnarsi da vivere al di fuori dello sport. "Reinserirsi" nella società, dopo anni di lusso sfrenato e senza un "mestiere" fra le mani, dunque, è più complicato di quanto si pensi: "Io mi rendevo conto della vita agiata che facevo e di come tutto e tutti fossero a disposizione", dirà il campione del mondo di Spagna '82 Alessandro Altobelli. "Alla lunga non va affatto bene perché non fai niente."

Andreas Brehme in tempi più felici, la sera della vittoria dei mondiali nel 1990. Foto


via Wikimedia Commons

È andata 'bene'—in un certo senso—al protagonista di una delle storie più recenti, e altro campione del mondo: nell'arco di pochi anni Andreas Brehme è passato dal calciare il rigore che regalerà il mondiale del '90 alla Germania, al vedersi chiedere da creditori e tribunali centinaia di migliaia di euro. Ex difensore dell'Inter allenata da Giovanni Trapattoni, Brehme ha dovuto affrontare processi per bancarotta, un'ipoteca su una villa 400mila euro dopo un divorzio costoso e la gestione disastrosa di alcuni affari, che lo hanno costretto a chiedere prestiti a svariati zeri.

Alla fine un preoccupato Beckenbauer—altra bandiera del calcio tedesco— chiederà pubblicamente una mano per Brehme, e un ex calciatore dell'Unterhaching, squadra per la quale era stato allenatore, gli offrirà un posto nella sua ditta di pulizia per impianti igienici. Paul "Gazza" Gascoigne, invece, non è tipo per i "lieto fine".
Il trailer di "Gascoigne," un documentario sulla vita del calciatore

Ex centrocampista della Lazio, se Gascoigne giocasse a calcio ancora oggi, e fosse nei suoi anni migliori, sarebbe probabilmente il centrocampista ideale della squadra ideale per il calcio moderno, e certamente uno dei più pagati. Agile ma chirurgico, offensivo ma efficace nei contrasti, dotato di visone di gioco sia di destrezza nell'uno contro uno in entrambe le fasi, farebbe le fortune di ogni allenatore ossessionato dal gegenpressing e dalla pretesa di un calcio aggressivo e verticale. Le ultime notizie che si hanno di lui, invece, parlano di notti all'addiaccio privo di coscienza e soldi, sbronzo o in fuga da qualche centro di recupero, senza più niente a cui badare.

Una storia analoga—con finale catartico—è invece quella di Keith Gillespie, esterno nordirlandese ex Manchester e Newscaslte, rincorso dall'assillo del gioco d'azzardo. È proprio per l'ossessione della scommessa che Gillespie, come racconterà nel suo " How Not To Be a Football Millionaire" uscito l'anno scorso, spenderà grandissima parte delle 7 milioni di sterline che dichiarerà di aver bruciato con picchi da quasi 60mila euro persi in un solo giorno all'ippodromo—quasi quattro volte lo stipendio che percepiva nei Blackburn Rovers in una settimana.

"Il calcio è una carriera breve, quindi devi fare più soldi che puoi e poi gestirli bene" spiega adesso, ammettendo che parte di ciò che ha perso è da addebitare anche a pessimi investimenti e cattivi consigli di chi si approfitta di giovani troppo ricchi e senza troppi "progetti per il futuro," che hanno bisogno di qualcuno che gli dica dove parcheggiare la propria carriola piena di banconote. Non sono pochi i calciatori finiti in questi sistemi: advisor che propongono investimenti "bomba", pessimi consigli che diventano soldi persi, trucchetti fiscali che mettono il dito dritti nell'occhio del fisco e valgono processi milionari, frodi riguardanti auto di lusso comprate e mai consegnate.

È il caso di John Carew, centravanti norvegese ex Roma, che pagò 100mila sterline per una Porsche che non gli è stata mai consegnata, rischiando la bancarotta. O ancora di John Arne Riise, altro scandinavo passato da Trigoria, al quale era stato caldeggiato l'investimento in varie attività—tra le quali quella di un hotel—che gli costarono il fallimento per debiti superiori ai 100mila euro. Finirà per giocare per il Delhi Dynamos nella Super League indiana, che è un campionato piuttosto ricco ma totalmente irrilevante nel quale i calciatori ormai inutilizzabili persino per i campionati australiani o i tornei della penisola araba vanno a raccattare gli ultimi ingaggi milionari.

Stessa sorte e stessa destinazione sono toccate a David James, attuale portiere-allenatore dei Kerala Blasters con risultati molto convincenti. Ex Liverpool e Manchester City, anche "Calamity" James paga la cattiva gestione delle incredibili risorse accumulate in carriera—tra ingaggi sportivi e sponsorizzazioni milionarie—che porterà i suoi conti a tingersi di rosso e a battere all'asta oltre 150 oggetti di sua proprietà, tra magliette autografate, utilitarie, tazzine e motoseghe. Probabilmente nell'estremo tentativo di far dimenticare colpi di genio come questo.

Celestine Babayaro, invece, è una specie di ambasciatore del calcio nigeriano. Ex centrocampista di Newcastle e Chelsea, ha condotto la nazionale africana alla vittoria del torneo olimpico di calcio di Atlanta 1996. Malgrado la casa a Shepperton da 475mila sterline e stagioni da 25mila sterline di ingaggio alla settimana, Babayaro è stato costretto alla bancarotta nel 2011 per debiti, contratti per lo più a causa di feste opulente e acquisti insensati.

Un'immagine della seconda vita di Bobo Vieri dopo il ritiro dal calcio giocato. Foto


via Facebook

E così se, tornando al campionato italiano, l'esemplare più recente di bancarotta post-calcistica per improvvida gestione finanziaria sembra essere l'ex Inter Ivan Zamorano e il suo sconclusionato "1+8" dietro le spalle—per lui si parla di debiti per 3 milioni di euro—, il caso probabilmente più eclatante tocca da vicino quelli che questo articolo di Repubblica definisce "I gemelli del crac": Christian Vieri e Christian Brocchi.

Il primo centravanti anni Novanta/Duemila di fama mondiale, il secondo centrocampista gregario di Lazio e Milan, i due avevano già collaborato alla nascita brand d'abbigliamento Baci & Abbracci—ritenendolo, evidentemente, non ancora sufficiente a testimoniare il loro inarrivabile estro in fatto di intuizioni commerciali. Decidono così di aprire una ditta di import di arredamento pregiato, la Bfc&co, finendo per generare un passivo di 14 milioni ed esser posti sotto indagine per fallimento—nel 2014 poi il pm chiederà l'archiviazione. Oggi Christian Brocchi sembra aver trovato la sua strada post-agonisica come allenatore della primavera del Milan. Vieri, invece, si è inventato una nuova vita nella veste di ambasciatore mondiale del bastone da selfie.

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