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Sesso, cinismo, politica: che cos'è Charlie Hebdo

L'uomo e la donna s'incontrano, si prendono a calci e schiaffi, scappano, s'inseguono, scopano un po'. È come mi ricordo i fumetti di Georges Wolinski, uno dei disegnatori di Charlie Hebdo ucciso nell'attacco di ieri.
8.1.15

L'uomo e la donna s'incontrano, si prendono a calci e schiaffi, scappano, s'inseguono, scopano un po'. È come mi ricordo i fumetti di Georges Wolinski, anche se ammetto che in questo momento ho più che altro nebbia scura dentro la testa, e le idee confuse di conseguenza: Georges l'hanno ammazzato a Parigi insieme a Charb, Cabu e Tignous, ad altri sei—nel momento in cui scrivo—collaboratori di Charlie Hebdo, ai poliziotti di guardia alla sede di rue Nicolas-Appert.

Di tutti i disegnatori che ruotavano intorno a quella testata, Georges era probabilmente il più conosciuto. Forse proprio perché aveva iniziato a disegnare un sacco di sesso in un momento storico in cui l'argomento era un filo meno scontato di oggi.

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Aveva la mia età nel 1968, Wolinski. A poco più di trent'anni era già piuttosto famoso, e mica solo in Francia. Lo intervistavano quotidiani e riviste anche in Italia, prima tra tutte linus—in quel periodo diretto da Giovanni Gandin—che poi avrebbe pubblicato per molti anni le sue vignette e i suoi racconti brevi: su quelle pagine Georges diceva di essere polacco, africano, ebreo, un po' italiano, e "francese per caso". Era una battuta, ma vera: la famiglia Wolinski si era trasferita in Francia alla fine della seconda guerra mondiale, e lui, tunisino di nascita (Tunisi, 28 giugno 1934, recita una pagina di wikipedia già aggiornata con la data della morte), poco più che ventenne era stato rispedito in Africa dallo stato francese, a combattere la guerra d'Algeria. Lì aveva iniziato a disegnare. Come gli sia venuto in mente, di mettersi a scarabocchiare storie a fumetti in mezzo alla guerriglia, è francamente un mistero. Eppure è cominciata così.

Georges Wolinski. Foto Via.

Dapprima Georges si era limitato a parodie di classici della letteratura francese - credo facessero più o meno lo stesso effetto di quelle che si vedevano sulle pagine di Mad negli Stati Uniti - poi però aveva scoperto il sesso. Iniziò a disegnarlo molto di frequente, poco meno delle volte in cui ci pensava. Sempre sulle pagine di quel vecchio linus, il trentenne Wolinski intervistato da Ranieri Carano diceva candidamente cose-da-maschio tipo: "Preferisco stare sempre con le donne. Magari solo per parlare. Le donne non è neppure necessario che dicano cose intelligenti… le belle donne, naturalmente. C'è sempre lo spettacolo dei gesti, degli occhi, della bocca. Con gli uomini… be', con gli uomini si può bere qualche bicchiere. Ma poi? Dovrebbero essere molto, molto intelligenti." Insomma, aveva un sacco di sesso in testa, e ne disegnava molto di più. Eppure quelle che all'epoca erano ragazze oggi lo raccontano come un tipo gentile, lontano da qualsiasi stereotipo lorisbatacchiano. Wolinski appariva un tipo sicuro, cinico, fino quasi a sfiorare la crudeltà. Nei fumetti. Ma la sua vita sentimentale, quella vera, era stata segnata dalla tragedia: a trent'anni aveva perso la moglie in un incidente, ed era rimasto solo con due bambine piccole. Quella morte gli aveva fatto cambiare stile di disegno: prima era intricato e grottesco, poi divenne veloce, poco più che schizzato. Semplicemente perché doveva occuparsi delle figlie, e aveva meno tempo per disegnare. È lo stile che l'ha reso famoso, quello con cui i francesi lo conoscono ancora oggi.

Wolinski aveva iniziato a disegnare tette e piselli su Hara-kiri, rivista mensile di satira fondata a Parigi nel 1960. Già quella, era poco dire che facesse scandalo. E aveva un successo mostruoso, tanto da uscire presto anche come settimanale: ad Hara-kiri fu affiancato Hara-kiri Hebdo (hebdomadaire, settimanale in francese). Nel 1970, la morte del generale De Gaulle fa da spartiacque per la storia francese, e per quella del giornale: al padre della patria morto nella sua casa di Colombey-les-Deux-Églises, nell'alta Marna, viene dedicato il titolo "Tragico ballo a Colombey: un morto". L'accostamento con la tragedia avvenuta in una discoteca—credo si chiamassero già così—non molti giorni prima, un incendio che aveva fatto quasi 150 morti ed era diventato un caso mediatico trattato con camionate di retorica dai media francesi (tanto che l'espressione "ballo tragico" era diventata un luogo comune, da usare in chiave ironica) non piacque granché al ministero dell'interno, che vietò la pubblicazione della testata. Quelli dell'Hebdo non si preoccuparono granché: bastava fondarne un'altra. Tempo una decina di giorni, arrivava nelle edicole francesi Charlie Hebdo, cioè Hara-kiri, ma travestito da settimanale della rivista Charlie, che a sua volta altro non era che la versione francese del già citato linus, ed era diretta da Wolinski. Insomma: Charlie Hebdo figlia di Charlie, a sua volta figlia di linus, giusto per mettere in chiaro che ai tempi le riviste erano al centro di molti discorsi culturali tra Francia e Italia. La storia successiva di Charlie Hebdo, tanto per rimanere nel parallelo, può essere considerata simile a quella del Male, fondato nel 1977, chiuso nel 1982 e poi rinato a vent'anni di distanza. Anche Charlie Hebdo chiude nel 1982, per riaprire i battenti dieci anni dopo. Wolinski rimane della partita, e continua a disegnare sesso, ma non solo. Nasce un nuovo editore per pubblicarlo, i soldi ce li mettono in quattro (tra i quali Cabu, anche lui morto in rue Nicolas-Appert): si chiama Les Éditions Kalachnikof.

Come Il Male in Italia, anche il nuovo Charlie Hebdo subisce una scissione. In Francia non ci sono Vauro e Vincino vs. Vincenzo Sparagna, ma il direttore Philippe Val e il disegnatore Siné, che viene accusato di antisemitismo dopo aver scritto un articolo sulla presunta conversione all'ebraismo del figlio dell'allora presidente Sarkòzy, nel 2008. Siné viene allontanato dal giornale e fonda il suo Siné Hebdo, che fa concorrenza al vecchio Charlie.

Sono già gli anni delle polemiche sulla libertà di stampa, e sull'opportunità di alcune scelte. Era iniziata nel 2006 Charlie Hebdo, quando ripubblicò le note vignette su Maometto uscite sulla rivista danese Jyllands Posten. Tra l'altro, risollevando le sue vendite di parecchio. Difficile dire se si trattasse di paraculaggine o lotta per la libertà: probabilmente, di entrambe le cose. Il direttore Val finì in tribinale, citato dal rettore della Moschea di Parigi, dall'Union des organisations islamiques de Frànce (UOIF) e dalla lega islamica mondiale. Il processo fu vinto da Charlie Hebdo, poi divenne un film di Daniel Leconte. Il documentario si intitolava come una delle una delle battute messa in bocca a Maometto in una di quelle famose vignette: C'est dur d'être aimé par des cons, si disperava il profeta. "È dura, essere amato da dei coglioni."

Thumbnail: foto di Mélodie Bouchaud. Segui Michele R. Serra su Twitter: @micheleRserra