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A8N1: Diavolo di un satanasso

Scuola di trans

I waria sono i bellissimi e perseguitati transessuali musulmani indonesiani
06 febbraio 2012, 9:20am

I waria amano farsi fotografare e quasi tutte le sere la scuola si trasforma in un set fotografico improvvisato. Lei è Shinta, super felice dopo che le abbiamo fatto una polaroid.

Nascosta nel retro di un salone di bellezza di Yogyakarta, in Indonesia, c’è una scuola fatta su misura per un corpo studentesco molto speciale: i transessuali. La scuola Senin-Kamis (“Lunedì-Giovedì” in indonesiano, i due giorni in cui è aperta) nasce nel 2008 come luogo sicuro in cui i transgender musulmani possono praticare la loro fede senza essere giudicati o ridicolizzati. In Indonesia i transessuali sono meglio conosciuti come “waria”, sostantivo che deriva dall’unione delle parole indonesiane donna (wanita) e uomo (pria). Sono venuta a sapere della condizione dei waria mentre facevo delle ricerche su una storia completamente diversa, ma dopo aver scoperto Senin-Kamis ho abbandonato il progetto originale e ho fatto di tutto per visitarla.

L’area urbana di Yogyakarta, situata sull’isola di Giava, comprende circa 3 milioni di persone e 300 waria. I waria assumono un’identità femminile, ma solitamente mantengono gli organi riproduttivi maschili, il che dovrebbe rendergli la vita facile, ma in realtà, secondo alcuni transgender, li espone ancora di più a discriminazioni, prese in giro, violenza e povertà. Si guadagnano da vivere in pochi modi: con performance di strada, prostituendosi, lavorando nei saloni di bellezza oppure recitando in televisione, di solito come caricatura di loro stessi.

L’Islam è stato introdotto in Indonesia nel tredicesimo secolo e in breve tempo è diventato la religione dominante del paese. Al giorno d’oggi l’88 percento degli indonesiani professa la fede musulmana, rendendo l’Indonesia il Paese con la più grande popolazione islamica del mondo.

Maryani e alcuni amici waria al funerale di un amico, morto per complicazioni dovute all’HIV.

Col tempo si sono mescolate antiche credenze indiane e pratiche religiose islamiche, di conseguenza la maggior parte degli indiani che prega Allah ha anche paura dei fantasmi. Molti waria sono musulmani, e ciò solleva alcune questioni contorte circa la posizione ufficiale dell’Islam rispetto ai transessuali. La conclusione è che la legge islamica ha vietato agli uomini di vestirsi da donna o adottare atteggiamenti femminili, e viceversa.

Non sorprende che l’immagine di un gruppo di transessuali rivolti verso La Mecca con i peni penzolanti sotto le jilbāb possa dare i brividi ad alcune parti della società islamica.

L’Islam riconosce due sessi, maschile e femminile, che si separano durante il momento della preghiera. I waria hanno scelto un terzo orientamento, e in teoria possono partecipare alla preghiera sia come uomini che come donne, ma nei fatti non è così semplice. Mentre ero a Yogyakarta, ho conosciuto solo un waria che frequentava le preghiere del venerdì vestito da uomo; la maggior parte di loro non partecipa, perché si sente a disagio. L’imam che insegna presso la scuola mi ha detto: “L’Islam non vieta a nessuno l’ingresso nella moschea.” Sostiene che non sono i dogmi islamici a discriminare i waria, ma i musulmani. “Qualcuno dice che i travestiti non sono ammessi, qualcun altro dice che lo sono.” Crede che i waria abbiano lo stesso diritto di adorare Dio di chiunque altro, afferma con risolutezza: “Questa scuola è legale.”

Senin-Kamis offre ai transgender un luogo sicuro per raccogliersi, pregare e conoscere il Corano sotto la guida dell’imam. Circa 30 waria frequentano regolarmente le lezioni, che si tengono due volte a settimana al tramonto. La scuola gestisce anche una pensione e c’è sempre un waria pronto e disponibile in caso di necessità. Secondo lo spirito della tolleranza e dell’accettazione, gay, lesbiche e cristiani sono i benvenuti.

La “scuola” è in realtà una stanza molto piccola, con delle sensazionali pareti arancioni e dei tappeti che coprono il pavimento. Gli unici ornamenti sono la TV, un poster incorniciato da scatti glamour del personale della scuola e una grossa immagine raffigurante La Mecca. Maryani, che ha fondato la scuola, è un transessuale grosso come una montagna che mangia con la ferocia di un uomo appena uscito di prigione, ma sa applicarsi l’eyeliner meglio di qualsiasi donna io abbia mai incontrato. Gestisce inoltre un salone pieno di prodotti di bellezza, trofei giganti che ha vinto come truccatrice e una foto del sultano di Yogyakarta che, mi ha assicurato Maryani, era un brav’uomo. Dietro l’aula ci sono cucina, bagni e parecchi ratti che corrono avanti e indietro, e noi siamo seduti sul pavimento.

Jamila durante l’innesto di silicone. Le iniezioni vengono fatte direttamente sotto pelle.

Inizialmente dovevo incontrare Maryani a scuola, ma prima del mio arrivo mi ha chiesto se volevo partecipare al funerale di un waria recentemente deceduto a causa di alcune complicazione dovute all’HIV.

Giunta a destinazione, dopo aver ingurgitato pillole anti-acido per curare un’intossicazione alimentare, vengo colpita dalla visione di tantissimi waria seduti in mezzo alla strada e appoggiati alla ringhiera di un ponte, mentre fumano Gudang Garams. Maryani mi prende per mano e mi conduce in una stanza dove ci sono fiori, incenso e un cofanetto vicino al quale mi fa sedere, mentre qualcuno recita una preghiera.

Me ne sto seduta tutta sudata senza capire una parola, senza conoscere il defunto; cerco soltanto di non vomitare sulla bara.

Mentre seguiamo il corteo funebre, vengo a sapere che alcuni cimiteri vietano la sepoltura dei waria. Mi hanno detto che quest’area di Yogyakarta è tollerante nei confronti della loro comunità e molti vengono sepolti qui.

Maryani è arrabbiata perché muoiono senza aiuti e senza famiglia e non hanno una degna sepoltura, vengono scaricati senza cerimonia, come fossero gatti randagi. La scuola cerca di contribuire il più possibile, provando a coprire le spese funerarie. “In un mese, solitamente devono essere seppellite cinque persone,” mi ha detto. “Anche quando moriamo abbiamo bisogno di soldi.”

La maggior parte muore di HIV, che continua a devastare la comunità waria a causa dell’alto tasso di prostituzione, della scarsa educazione riguardo all’uso del preservativo e della mancanza di farmaci necessari a contrastare il virus.

Novi fa una pausa pipì.

Arrivati alla tomba, viene scavato un buco e il corpo è adagiato all’interno. Nessuno versa lacrime; tutti sono in silenzio. Più tardi, Maryani mi spiega che il costo di un funerale è di circa 25 euro.

Nei giorni successivi, passo un sacco di tempo seduta sul pavimento della scuola a fumare sigarette (tutti fumano, tranne Maryani) mentre un waria mi mostra le foto del suo fidanzato con un cellulare connesso a Facebook.

Mi parlano dei loro gusti musicali—principalmente dangdut, musica pop indonesiana—e un waria di nome Yuni Shara mi canta “My Heart Will Go On” di Celine Dion. Vengo a sapere che Maryani cantava di una band dangdut e, dalle loro espressioni e dal loro gesticolare, capisco che era famosa.

Più tardi, Maryani e io andiamo a fare acquisti—ombretto scintillante e un copricapo con dei fiori—e salto sulla moto con lei e Rizky, la sua figlia adottiva di nove anni. Non riesco a smettere di ridere mentre facciamo zig-zag per le strade strette e mi rendo conto di aver fra le mani i suoi grossi seni cadenti e sudati.

Rizky era appena nata quando Maryani l’ha salvata dall’abbandono della madre naturale, che non poteva permettersi un aborto legale. Mi racconta le difficoltà dell’essere una madre single, mentre qualche lacrima le riga le guance per poi cadere sul pavimento fangoso. Le asciuga con il suo jilbāb. Mi stupisce che, pur avendo un pene, Maryani pianga come solo una madre sa fare.

Le lascio il tempo di ricomporsi e le domando se ha mai avuto il desiderio di fare l’operazione per cambiare sesso. Mi risponde spiegandomi che non ha il diritto di cambiare ciò che Dio le ha donato e che è raro che un waria si sottoponga a questo tipo di intervento. Aggiunge inoltre che la maggior parte dei waria, anche se volessero, non potrebbero mai permetterselo. Le chiedo perché alterare il corpo e il viso con il silicone venga invece accettato, ma il mia domanda si perde nella traduzione.

Maryani con una foto di se stessa di quando era giovane.

Il giorno seguente incontro Jamila e Wulan, delle artiste di strada che lavorano nel centro di Yogyakarta. Wulan indossa un sari rosa scintillante, mentre Jamila è vestita in maniera semplice, ma è armata della sua voce e di uno strumento fatto in casa. Camminiamo per ore mentre cantano in continuazione la stessa canzone d’amore giavanese, elemosinando denaro. Alcuni sorridono e gli danno qualcosa, altri lanciano monetine solo per liberarsi della loro presenza. Se la giornata è fortunata, guadagnano circa 80000 rupie (7 euro) nel giro di 10 ore. Mentre camminiamo per una strada parecchio trafficata, si avvicina un bambino che dopo aver notato il waria inizia a gridare. Il suo viso era una maschera di terrore mentre gli occhi della madre lanciavano scintille furiose. Il waria accelera, impassibile. Dopo aver trascorso così tanto tempo insieme mi ero dimenticata che il loro aspetto potesse turbare le persone.

Il look che distingue i waria è amplificato da iniezioni di silicone sul viso e sul seno, che donano un aspetto un po’ gonfio.

È più marcato in alcuni, come ad esempio in un anziano membro della scuola di nome Shinta, comunque la maggior parte dei waria sono visibilmente rifatti. Da quello che mi dicono, credono che il silicone concorra nel creare un aspetto femminile, più morbido. La procedura ha luogo segretamente nei saloni o nelle case che sono in grado di ottenere dal mercato nero il silicone, che è tutt’altro che a buon mercato e può essere acquistato spesso dopo anni di sacrifici e risparmi. Scopro che Jamila deve farsi iniettare nel petto il silicone durante la mia visita ed è d’accordo nel farmi partecipare all’evento.

L’iniezione viene fatta in una saletta bollente e sterile. Il mio viso gronda di sudore, e mentre Jamila si toglie la maglietta e si sdraia, inizio a sentirmi male. Mendez, il mio interprete, fa dei versi e non vuole aprire gli occhi. Compare un vaso contenente silicone e 10 grosse siringhe. Poi un paio di mani anonime eseguono il lavoro con la sicurezza di chi l’ha fatto molte volte prima. Alcune siringhe sono bloccate e intasate di silicone, ci vuole una buona dose di forza per farlo uscire. Non ci sono protesi contenenti silicone, viene iniettato direttamente sotto pelle.

Guardare il torace di un uomo che da piatto cresce in due piccole collinette davanti ai miei occhi è incredibilmente strano e sconvolgente. Sono concentrata sulla loro forma; deve esserci qualcosa che non va. I seni delle donne sono ricurvi dal basso, invece queste piccole colline sono rotonde in cima e poi piatte dai capezzoli in giù. Dopo che le ultime gocce di silicone sono state prelevate dal vaso e iniettate nel petto di Jamila, le vengono avvolte delle bende sulle ferite. Mi sento male, e Mendez è verde, lei invece sta bene. Usciamo fuori per prendere una boccata d’aria e per fumare una sigaretta, Jamila estrae dalla tasca un pezzo di carta con il testo di una canzone che mi vuole insegnare. Quando inizia a cantare la melodia, dimentico tutto quello che ho appena visto.

L’autrice vestita da sposa giavanese tradizionale. Trucco, abito paiettato e copricapo da mezzo chilo per gentile concessione di Maryani.

Novi e Nur sono i waria più giovani che incontro, e non hanno ancora fatto l’operazione. Sostengono che le iniezioni e le altre procedure vengono fatte solo dai waria più anziani per rinvigorire il loro sex appeal. Lavorano in coppia come prostitute, e prima che se ne vadano chiedo loro di vederci una sera alla pensione di Novi, dall’altra parte della città rispetto a Senin-Kamis. La loro camera è minuscola. Mentre si sta truccando, la magra e silenziosa diciannovenne Nur mi racconta di essere cresciuta a Lombak, un’isola al largo di Bali e di essere venuta a Yogyakarta per iscriversi a Senin-Kamis dopo esserne venuta a conoscenza tramite internet. Ha bussato alla porta di Maryani, è stata presa e ora è studentessa da più di un anno. È felice di aver conosciuto altri waria, ma è diverso da come se lo aspettava. Non avrebbe mai pensato di lavorare come prostituta, ma dopo aver lasciato il lavoro ha dovuto far qualcosa per sopravvivere. Le ho chiesto quanto guadagna a notte e Novi mi ha detto: “Sono grata se mi danno 100000 rupie”—circa 8 euro.

La scorsa notte ci siamo diretti verso il posto dove agganciano i clienti, accanto alla stazione ferroviaria. Avevo sentito storie di waria investiti dai treni mentre lavoravano e le ragazze puntano il dito verso un’area vicino ai binari dove c’è un giro di prostitute più anziane.

Non succede molto: i waria sono truccati e si ubriacano bevendo da sacchetti di plastica mentre aspettano i clienti. Novi dice: “Bevo solo per avere il coraggio di stare qui.” Credo che sia la cosa più deprimente che abbia mai visto.

Maryani ha lasciato casa all’età di 12 anni e ha iniziato a lavorare in strada a 15, vendendo il suo corpo per solo 10000 rupie (meno di un euro). Anche se gli altri waria erano gentili, è stata dura. Come molti di loro, invecchiando è passata al canto negli anni Ottanta e infine ha lavorato come donna delle pulizie per un salone di bellezza. Ha lavorato sodo ed è diventata estetista con l’obiettivo, che ha raggiunto, di risparmiare abbastanza per aprire il proprio salone. Maryani ha un discreto successo, ma gli altri waria non ci arrivano neanche lontanamente.

Sostiene che l’Islam le abbia salvato la vita e crede fermamente nel suo potere di cambiare le cose. È cresciuta in una famiglia cristiana che l’ha adottata alla nascita e si è convertita all’Islam quando aveva trent’anni. Ha smesso di bere e si è tranquillizzata, spostando la sua attenzione sulla religione e, in questo momento, sulla maternità.

Spera che la sua storia possa incoraggiare altri waria a migliorare la loro situazione. “Se i travestiti riuscissero a migliorare le loro vite, la società non ci giudicherebbe così negativamente,” ha detto. Di questi tempi le sue preghiere sono semplici: salute, sicurezza, una lunga vita e che Rizky passi i suoi esami.

Wulan fa una pausa lontana dalla strada nel centro di Yogyakarta dove si esibisce ogni giorno.

Prima di concludere il mio viaggio, decido di fare un party per i miei nuovi amici waria. Maryani si occupa dell’organizzazione, contatta un ristorante per waria e si offre di trasformarmi in una sposa giavanese tradizionale per l’occasione. Sono così nervosa che finisco per accettare e mi faccio truccare. L’incontro è previsto per la sera seguente in abito da festa.

La maggior parte si presenta al salone con vestiti femminili, altri completano la trasformazione una volta sul posto. Maryani mi avvolge in un sarong e comincia ad applicarmi il trucco. Più ne spalma e più mi sento vecchia e arancione. Sono impressionata dalla sua abilità nel mettersi le ciglia finte. La sua assistente mi piazza mezzo chilo di foglie di pandanus in cima alla testa, tenute in piedi da un centinaio di mollette. Mette un copricapo di fiori e applica degli adesivi neri e oro sopra l’attaccatura dei miei capelli. Maryani mi dice che sono cantik, cioè bellissima. Mi mette un sarong e un top color arancio sopra, che gronda di paillettes e perline. Mi guardo allo specchio. È spaventoso.

Il ristorante dispone di un palco, un impianto audio, e un tizio che suona le tastiere mentre un waria canta. Chiede chi sia quella nuova e capisco che sta parlando di me. Il waria inizia una performance di canzoni dangdut e io vengo trascinata in pista più volte, ma il pandanus inzuppato che ho in testa è così pesante che faccio fatica a muovermi. Uno dei più anziani si esibisce in una danza giavanese tradizionale e compaiono anche l’imam e la sua famiglia. Dentro al locale non c’è alcol, ma fuori Novi e le sue amiche stanno bevendo di nascosto dietro i cespugli, lontane dagli occhi vigili di Maryani e dell’imam.

Ci accorgiamo che è il momento di andarcene quando il tastierista, intento in uno strano scherzo, punta una pistola al nostro fotografo nel bagno degli uomini. Presto i waria saliranno sui loro scooter, facendo attenzione che i parei e gli abiti da sera non si incastrino nelle ruote. Diamo l’addio ai waria, che nonostante tutto il silicone, le ascelle pelose e le parrucche economiche, sono bellissimi. Con un rossetto in tasca e Dio dalla loro parte, sembra che abbiano qualche chance.

Guardate il nostro documentario sulla condizione dei waria questo mese su VICE.com.