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stili di gioco

Natale in casa Gudjohnsen

Eidur Gudjohnsen ha ricominciato ufficialmente a giocare a calcio da un paio di settimane. E tutto sommato, il suo ritorno in campo è la cosa più vicina a una storia di Natale che vi possa raccontare.

di Daniele Manusia
25 dicembre 2014, 9:25am

Foto via Facebook.

Eidur Gudjohnsen ha ricominciato ufficialmente a giocare a calcio da un paio di settimane. Alla fine della scorsa stagione è scaduto il contratto che lo legava al Club Brugge, Guddy è rimasto senza squadra fino a novembre e poi è tornato ad allenarsi con il Bolton (in Championship, seconda divisione inglese) che lo ha lanciato sedici anni fa.

Personalmente fatico a provare nostalgia per qualcosa che non ho vissuto, lo stesso vale per i grandi calciatori del passato, con Gudjohnsen però mi sono accorto che sono in grado di provare nostalgia per un periodo non troppo lontano nel tempo, gli anni Duemila, e per un calciatore che ha pochi anni più di me. Il calcio è uno sport crudele per i calciatori che finiscono di giocare a trent'anni (nella maggior parte dei casi è l'unica cosa che sappiano fare, non hanno studiato eccetera eccetera) ma anche per noi spettatori, perché in fondo la carriera di un calciatore nel migliore dei casi dura poco più della vita di un cane.

Ma non è solo una questione di affetto. Quando un calciatore è ancora in giro a 36 anni è sempre interessante da osservare, soprattutto ad alto livello. Dietro ogni giocata si vede l'insieme di giocate sbagliate che lo portano a prendere quella determinata decisione; si vede che persino il passaggio più semplice è il frutto di una riflessione sul calcio che è qualcosa di più del semplice giocare a calcio. È anche bellissimo vederli adattarsi al declino fisico, trovare il modo di esprimersi in un contesto ostile, come se il calcio fosse davvero una lingua, uno strumento musicale.

Non so se è romanticismo ma quando ho visto Gudjohnsen entrare in campo, con il "suo" numero 22 sulla schiena, a mezz'ora dal termine della partita tra Bolton e Ipswich Town ero attento ed emozionato. Speravo giocasse bene, speravo di riuscire a sentire il suo strumento. Tutto sommato il ritorno in campo di Guddy è la cosa più vicina a una storia di Natale che vi possa raccontare.

Questo è quello che era capace di fare Gudjohnsen, sedici anni fa, con la maglia del Bolton. La qualità del video è pessima, come è giusto che sia dato che io sedici anni fa non sono neanche sicuro che avessi un cellulare.

Stranamente Lennon, l'allenatore del Bolton, fa entrare Gudjohsen poco prima di un calcio d'angolo a favore dell'Ispwich Town. Il pubblico aveva già iniziato ad applaudirlo mentre si scaldava e l'ingresso vero e proprio è carico di un'emozione attutita dai guanti che il pubblico indossa mentre applaude. Sugli sviluppi dell'angolo Gudjohnsen tenta subito una ripartenza, dribblando due giocatori a pochi metri dalla propria area, ma allungandosi la palla e facendosi fermare in tackle da un terzo avversario all'altezza del cerchio di centrocampo.

Ha perso una percentuale discreta di capelli, che sono anche di un biondo meno bianco rispetto a prima, ma si muove ancora con quella sua agilità che è sia goffa che elegante, considerata la stazza (un metro e 85 per un'ottantina di chili, con spalle larghe da nordico, a Barcellona lo chiamavano "Orso Bianco"). In quella mezz'ora prova un'altra bella ripartenza tagliando il campo da sinistra a destra, partendo tra l'altro da posizione molto arretrata, quasi da terzino, conclusa con un filtrante lungo di pochi centimetri (per il sudcoreano Chung-Yong Lee, il più dotato tra i suoi compagni).

In questo video dei tempi di Barcellona Gudjohnsen per contrastare il luogo comune che associa agli scandinavi un carattere freddo si veste da Superman e salta sul tappeto elastico del figlio: "Da quando sono arrivato, forse perché sono grosso, mi hanno chiamato Orso Bianco. Non so chi ha iniziato, mi pare Sylvinho o Deco. La gente che mi conosce non pensa che sono una persona fredda."

Venerdì scorso Guddy è partito titolare contro il Millwall, davanti all'ostile pubblico del The Den. La Championship è una categoria combattuta, specialmente quest'anno, con molta intensità, ma la qualità tecnica non è elevatissima, e poi il Bolton è a metà classifica e il Millwall punta a salvarsi. Considerato che è ancora in buona forma, in mezzo al campo era facile riconoscerlo tra i pochi che provavano a tenere la palla a terra. Di quei pochi era praticamente l'unico a ragionare non solo in verticale ed era strano vederlo mettere ordine e rallentare il gioco in mezzo a quello che a tratti era semplicemente un gran casino.

Da seconda punta scendeva spesso a centrocampo a fare playmaking anche perché di palloni giocabili in attacco se ne vedevano pochi. La sola vera occasione l'ha avuta su un lancio alle spalle dei centrali difensivi del Millwall che ha controllato al volo, di collo, evitando l'uscita del portiere ma finendo sul lato destro dell'area. Poi ha aspettato che arrivasse qualche compagno in area e ha crossato una palla lenta sul secondo palo che per poco non è diventata un assist. Lennon lo ha tolto dopo un'ora di gioco e magari non ne aveva di più a disposizione.

Come dicevo, Gudjohnsen è stato lanciato dal Bolton sedici anni fa. Mi rendo conto che questo significa che magari qualcuno non ricorda, o semplicemente non sa chi è Eidur Gudjohnsen. Nel 1998 era già stato fatto Cavaliere all'Ordine del Falcone nella natia Islanda, per meriti sportivi, ma la sua carriera sembrava già in fase di declino dopo una prima esperienza di due anni in Europa, con la maglia del PSV (tra i campioni con cui ha giocato Guddy, c'è anche il primo Ronaldo). Ha esordito da professionista a 16 anni e ne aveva 17 quando ha attraversato per la prima volta il Mar di Norvegia. Per via di un infortunio alla caviglia, seguito da una tendinite, ha fatto solo 13 presenze in due stagioni nel campionato olandese (vincendo comunque tre trofei) prima di tornare a Reykjavík.

Quando poi il Bolton ha deciso di dargli una seconda opportunità ci sono voluti tre mesi perché si rimettesse in forma e perdesse peso, prima di portare il Bolton a giocare due playoff consecutivi e, il secondo anno (con 21 gol in totale tra campionato e coppe) le semifinali di FA Cup e League Cup. Poi è arrivato il Chelsea. In cui Gudjohnsen ha dato il meglio di sé per sei stagioni.

Gudjohnsen è arrivato prima di Abramovich e ha resistito anche agli acquisti compulsivi del russo che ha portato a Londra solo nei primi tre anni: Crespo, Mutu, Veron, Duff, Joe Cole, Drogba, Robben.

Adesso vorrei analizzare il tributo qui sopra per ricordare, dato che anche dai tempi del Chelsea è passata una quindicina d'anni, chi era davvero Gudjohnsen. Il biondissimo ventenne di quegli anni era in grado di segnare il suo primo gol in Premier League dribblando il portiere e chiudendo rasoterra da un angolo stretto con la massima calma. È la prima azione del video qui sopra. Nel gol a 1:35 del video calcia di controbalzo un cross che dalla sinistra cade sul secondo palo, riesce a tenere il pallone basso dandogli al tempo stesso potenza. In quello dopo trasforma un fallo laterale in un'occasione da rete, prima dribbla un avversario in palleggio, poi controlla la palla portandola sul sinistro e prendendo in contropiede il difensore che stava recuperando per coprirgli il destro, poi scavalca il portiere in uscita con un pallonetto bello e necessario (la palla poteva passare solo lì e non aveva i passi per coordinarsi e tirare di collo).

La freddezza sotto porta ha probabilmente contribuito a identificare Guddy con lo stereotipo del nordico; la coppia con Jimmy Floyd Hasselbaink era chiamata "Fire and Ice" anche per la differenza tra i loro due giochi, oltre che per quella di origine (e la loro è stata una delle coppie d'attacco più complete, affiatate e terrificanti per le difese avversarie che il campionato inglese abbia mai visto). A 2:45 del video Guddy si muove in profondità e manda lunghi, come si dice a Roma, addirittura due difensori, portandosi la palla prima sul sinistro per poi tornare sul destro, fingendo il tiro e sterzando bruscamente, sul posto. Poi spiazza il portiere che era avanzato di qualche metro neanche si fosse trattato di un rigore, mettendola alta sul palo opposto al tuffo.

A 4:18 con un difensore vicinissimo esegue quello che in termini cestistici verrebbe chiamato crossover, un cambio di piede che lo proietta direttamente davanti al portiere. A 5:37 un grandissimo movimento senza palla con anticipo di punta sul portiere davvero pregevole, Guddy calcola il rimbalzo sul terreno irregolare e la tocca sotto quanto basta per scavalcare il portiere stando attento a non rallentare la velocità della palla. Subito dopo una rovesciata (su cross di Lampard) che non dice molto di lui, ma non tutti i calciatori hanno una rovesciata nelle loro compilation YouTube per cui vale la pena citarla.

Il gol che preferisco però è quello al Barcellona negli ottavi di finale della Champions League 2005 (a 10:10). Di nuovo un gol in sterzata, stavolta però non con la palla tra i piedi ma controllando una palla tesa e meravigliosa di Lampard, quindi per un attimo perde contatto con il pallone, anche se poi si coordina sul destro e anticipa cadendo Victor Valdes. Era anche il primo importantissimo gol, dopo otto minuti di gioco, di una partita in cui il Chelsea di Mourinho doveva rimontare il 2-1 subito al Camp Nou, e che ha finito per vincere 4-2.

Neanche un anno dopo Guddy si è fatto perdonare dal pubblico catalano segnando anche a parti invertite. Il grosso in questo caso lo fa Ronaldinho, ma guardate come Gudjohnsen in area faccia un passo verso il primo palo per poi correre alle spalle del difensore (che da questo video non si riconosce) mandandolo ancora una volta "lungo".

Dopo sei anni al Chelsea e tre al Barcellona (contando anche il periodo al PSV) Guddy ha vinto un totale di 13 trofei, Champions League compresa. Va detto che a Barcellona non è riuscito a replicare il successo inglese; era stato acquistato per sostituire Henke Larsson, giocando quindi come secondo attaccante da mettere dentro nei momenti cruciali. Poi un infortunio di Eto'o gli ha dato forse troppo spazio e ha fatto sì che venisse confrontato a quello che probabilmente in quegli anni era il migliore centravanti al mondo, un animale da profondità. Anche quando Rijkaard prima e Guardiola poi hanno provato a farlo giocare da mezzala Guddy non è riuscito davvero a fondere il proprio talento con il sistema culé. Niente di male, considerando che quello del Barça è un sistema che ha rigettato anche giocatori migliori di lui, per conservarne magari di meno talentuosi.

E poi non significa che Gudjohnsen non si sia tolto le sue soddisfazioni, oltre a quella di aver giocato e vinto con la squadra migliore al mondo (lui, appena arrivato, ha dichiarato: "Non credo che prima di arrivare qui mi rendessi davvero conto di quanto fossero forti i giocatori del Barcellona. Puoi parlare dei vari Ronaldinho, Deco, Xavi, ma anche gli altri mi hanno impressionato moltissimo, tipo Iniesta. Sono tutti molto più forti di quello che si può pensare") e con alcune leggende di quelle che resteranno per sempre nella storia del calcio. In questo contesto Gudjohnsen è anche quel giocatore che si è inchinato di fronte a Ronaldinho e si è messo le mani nei capelli dopo il celebre slalom di Messi contro il Getafe. Ma non solo.

Ad esempio ha segnato il gol del definitivo 3-2 nella Supercoppa di Spagna del 2009 contro il Betis Siviglia. Neanche un gol qualsiasi: in scivolata, mettendo sul palo lontano un cross di Dani Alves che era passato davanti a Messi e Bojan che per poco non rovinava tutto provando un aggancio di destro.

A proposito di calcio e nostalgia: posso provarne persino per Bojan guardando queste immagini.

Dopo aver vinto la Champions League, sempre nel 2009 a Roma (era in panchina ma non è entrato), Guddy ha cambiato quattro squadre in due anni: Monaco, Tottenham, Stoke, Fulham; poi ne ha passato uno in Grecia (all'AEK) e due, gli scorsi due, in Belgio. Ovviamente ha ricevuto offerte da paesi esotici, sarebbe potuto andare a fare cassa in un cimitero di elefanti, ma ha preferito continuare a giocare a un livello il più competitivo possibile. Come adesso che è sceso in Championship a sgomitare su ogni palla per far emergere il suo talento.

Ovviamente in tutti questi anni ha giocato con la Nazionale islandese, di cui è il miglior marcatore di sempre (aspettando Sightorsson). Ha fatto parte della squadra che ha mancato di pochissimo il Mondiale in Brasile perdendo lo spareggio contro la Croazia. E durante l'intervista post-partita, dopo aver perso 2-0 al Maksimir di Zagabria, non è riuscito a trattenerele lacrime. Il fatto che si ostini a giocare si spiega anche, forse, con il desiderio di partecipare all'impresa che potrebbe portare la golden generation islandese (Gylfi Sigurdsson, Gunnarson) ai prossimi Campionati Europei. Al momento sono primi in un girone con Olanda, Turchi e Republica Ceca e il ritorno di Gudjohnsen in Nazionale chiuderebbe un cerchio aperto venti anni fa.

24 aprile 1996. Estonia-Islanda, a Tallin. Esce Gudjohnsen ed entra Gudjohnsen.

Il padre di Eidur, Arnor Gudjohnsen, era anche lui un calciatore, abbastanza forte da lasciare l'Islanda e vincere tre campionati di seguito in Belgio, con la maglia dell'Anderlecht. Nel 1996 aveva già 35 anni ma era ancora titolare in Nazionale. Eidur da parte sua era un talento precoce e così un giorno si sono ritrovati nella stessa squadra per una partita amichevole contro l'Estonia.

Arnor ricorda la partita con emozione: "Avevo già detto in un'intervista, credo, del 1986 che il mio sogno sarebbe stato giocare con mio figlio in Nazionale. Giocavo in Nazionale da 18 anni e all'improvviso mio figlio era nell'hotel, in stanza con me. Strano, ma bello." Padre e figlio erano molto vicini in quel periodo, Eidur era in Olanda e il padre aveva vissuto un'esperienza simile partendo per il continente a 16 anni: "Non sapevo niente del calcio professionistico. Ero un ragazzino islandese, non avevo mai giocato sull'erba a dire la verità. Solo sul cemento fino a prima di andarmene. La differenza con l'Europa... gli allenamenti, certo, e giocare tutto l'anno. Sai, qui possiamo giocare solo per cinque mesi".

La gente per strada li scambiava per fratelli, Aronr era più basso e potente, Eidur era più alto e più tecnico. Dall'Olanda il figlio chiamava il padre tutti i giorni: "È strano perché quando parlo con mio padre sembra sapere sempre in che stato sono, perché lui è passato per le stesse fase... ha avuto problemi con gli infortuni, è andato all'estero da giovane, sa cos'è il calcio professionistico, sa che cosa si prova a stare lontano dalla propria famiglia da giovane."

Così come è andata la storia è forse ancora più carica di simbolismo (il figlio che prende il posto del padre in campo) ma già dall'occhiata che Arnor lancia in direzione della panchina una volta uscito dal campo si capisce che non l'aveva presa bene: "È uno dei miei più grandi rimpianti in carriera quello di non essere mai stato in campo insieme a lui per davvero". Dopo quella partita Eidur si rompe la caviglia ed entra in quel calvario lungo quasi due anni da cui lo tirerà fuori il Bolton.

Ma si fa ancora in tempo ad appiccicare su questa storia un happy-ending. Eidur ha un figlio di nome Sveinn, nato proprio sedici anni fa, cresciuto nella cantera del Barcellona e adesso al Gavà, in Tercera División (quarta serie spagnola). Sveinn ha già esordito con la Nazionale under 17 islandese. Con un po' di fortuna, magari per un'amichevole, potrebbe essere convocato in prima squadra insieme al padre. Con la speranza che stavolta padre e figlio possano giocare davvero insieme.

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