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Il funerale di Casamonica ha mostrato come funzionano le cose a Roma

Negli ultimi giorni, i funerali sfarzosi del boss romano Vittorio Casamonica hanno fatto montare l'indignazione popolare. Ma purtroppo, non è la prima volta che succede una cosa del genere, e indignarsi non ha molto senso.
Niccolò Carradori
Florence, IT
21 agosto 2015, 9:49am

via Twitter

Come tutti ormai saprete, negli ultimi giorni il grafico dell'indignazione ha toccato il picco settimanale in occasione dei funerali di Vittorio Casamonica, esponente di spicco della famiglia che da anni è ritenuta uno dei principali punti di riferimento del racket, dell'usura, e dello spaccio di droga nel quadrante est di Roma.

Di etnia sinti, Casamonica era arrivato a Roma negli anni Settanta dall'Abruzzo. Partendo dalle zone del Tuscolano e dell'Agnanina aveva intessuto rapporti stretti con la Banda della Magliana, lavorando come adetto del recupero crediti per Enrico Nicoletti, il contabile di Renatino De Pedis. Da lì in poi aveva ampliato sempre di più il suo controllo sulla zona, stringendo accordi con la criminalità romana e con le 'ndrine Piromalli e Molè. Il nome della famiglia Casamonica compare a più riprese nelle carte delle indagini di Mafia Capitale.

Il funerale, però, non ha generato indignazione soltanto perché Casamonica era un boss della malavita romana, o per l'opulenza con cui è stato organizzato—carrozza trainata da sei cavalli, elicottero privato che getta petali di fiore sulla folla di parenti e amici, colonna sonora del Padrino, cartelloni che ritraggono il boss davanti al Colosseo, con scritto "hai conquistato Roma, ora conquisterai il paradiso"—quanto perché la Chiesa si sia prestata alla celebrazione delle esequie di un personaggio del genere. E la notizia è finita anche su molti giornali esteri.

Ha fatto particolarmente discutere il fatto che la stessa chiesa in cui sono stati celebrati i funerali, la parrocchia di San Giovanni Bosco, sia la stessa che nel 2006 aveva negato la funzione a Piergiorgio Welby "perché i suoi gesti erano in contrasto con la dottrina cattolica."

Nel dibattito che si è acceso, ovviamente, non potevano mancare le reazioni politiche: i deputati di Sel hanno annunciato che chiederanno conto ad Alfano riguardo alle dinamiche del funerale, il sindaco Marino ha dichiarato che "è inaccettabile che i funerali siano strumenti dei vivi per inviare messaggi mafiosi," e in generale tutta l'opinione pubblica si è accatastata sul versante dell'indignazione.

Il capogruppo a Montecitorio Arturo Scotto e la deputata Celeste Costantino, hanno chiesto una presa di distanza della Chiesa. "Non può essere consentito a nessuno l'apologia della malavita."

La Curia di Roma, in risposta, ha tentato di giustificare il parroco sostenendo che non si fosse accorto di quello che accadeva all'esterno della chiesa, e lui stesso ha dichiarato che anche se se ne fosse accorto non avrebbe potuto impedirlo, perché non ne aveva nessun potere. Queste giustificazioni, però, si concentrano tutte sulle modalità con cui si è svolto il funerale, non sul fatto che ad un membro della malavita sia stata concessa la funzione religiosa.

La questione riguardante i funerali mafiosi e la Chiesa rientra in pieno in quella zona grigia di contraddizioni che sembrano praticamente insolvibili, e indignarsi ovviamente è pacifico e normale, specie se vengono considerate le prese di posizione e l'intransigenza della Chiesa in altre questioni riguardanti la moralità e l'integrità della dottrina cattolica. A questo punto, però, viene da chiedersi se ne valga la pena.

Anche perché quello di Casamonica è solo l'ultimo in ordine cronologico fra i funerali ambigui che la Chiesa ha celebrato: nella stessa parrocchia di San Giovanni Bosco si era svolto il funerale dello stesso De Pedis, il capo della Banda della Magliana, che poi fu sepolto nella basilica di Sant'Apollinare. Ma gli esempi che hanno fatto scalpore si sprecano: dal funerale di Lucky Luciano a Napoli a quello del boss Pippo Mulè, da quello di Giuseppe Di Giacomo a Palermo a quello di Vito Rizzuto a Montreal. Insomma, nonostante quanto dichiarato appena un anno fa da Papa Francesco, che in Calabria aveva scomunicato i mafiosi di fronte a 250.000 fedeli, questo genere di cose sono sempre accadute e continueranno ad accadere.

E il ping pong mediatico che si accende ogni volta per casi di questo tipo non ha alcun reale impatto sulle dinamiche che li rendono possibili. Anzi, probabilmente se non fosse stato per l'atmosfera pacchiana e autocelebrativa che si è creata nella piazza di fronte alla parrocchia, il funerale di Casamonica non avrebbe avuto una cassa di risonanza così grande. Ed è proprio l'altro lato della questione quello che dovrebbe essere affrontato.

Quello che ci si dovrebbe chiedere, appunto, è come mai le autorità non abbiano impedito che questo avvenisse. Riguardo a questo, il parroco di San Giovanni Bosco ha ragione: sono i sindaci e i questori a dover intervenire. Le autorità hanno motivato l'accaduto sostenendo che nessuno fosse a conoscenza della cosa, ma a quanto pare il convoglio del funerale è stato scortato dai vigili, e le responsabilità del Comune rimangono piuttosto dubbie.

Comunque sia, anche dando per scontato che le autorità non ne fossero a conoscenza, come è possibile che i funerali di un boss di quel calibro possano essere celebrati così, in maniera così ostentata e libera, senza che nessuno sapesse niente, salvo poi risvegliarsi il giorno dopo e rilasciare dichiarazioni al vetriolo?

È questo il vero problema e la vera questione su cui si dovrebbe riflettere. Anche perché con queste premesse è difficile pensare che, una volta passata l'ondata di indignazione del momento, la questione non verrà dimenticata e le cose possano cambiare in futuro.

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