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RAPITO IN SOMALIA

Abbiamo parlato con Rolf Helmirich dei problemi della Somalia e della sua esperienza come ostaggio nel deserto.
26.9.11

Negli ultimi vent'anni, l'ufficiale per la sicurezza delle Nazioni Unite Rolf Helmrich ha condotto varie operazioni in Somalia, uno dei Paesi più pericolosi del pianeta. Nel 2004, un gruppo di ribelli somali l'ha rapito. Quando è stato rilasciato, è apparso evidente che i rapitori avevano sviluppato un caso di sindrome di Stoccolma al contrario, chiedendogli addirittura di diventare il loro leader. Helmrich è un tipo davvero tosto, oltre che un gentleman tedesco vecchio stampo. Ho parlato con lui dei problemi della Somalia e della sua esperienza come ostaggio nel deserto.

VICE: Ciao, Rolf. Puoi spiegarci brevemente cosa fai?
Rolf: Sono un consigliere per le Nazioni Unite in materia di sicurezza. Mi occupo anche di formazione dello staff e partecipo attivamente a varie operazioni, soprattutto in Africa orientale.

Come sei finito a fare questo lavoro?
Sono stato nell'aviazione tedesca per 37 anni, a partire dal 1963. Si era ancora in piena Guerra Fredda. Il nostro compito era quello di impedire agli stranieri di entrare nel Paese e alle nostre organizzazioni di ospitare infiltrati dell'altro blocco. Una cosa da pazzi. Se sei un carpentiere, quando crei qualcosa sei orgoglioso di quello che hai fatto, e il frutto del tuo lavoro è lì, davanti a te. Per me funzionava diversamente, non potevo vedere i risultati—questo era il punto. Credo di essermi arruolato per porre fine a quello che la Germania dell'Est stava facendo. Volevo combatterli.

Dove vivi adesso? Come mai sei arrivato fino in Africa?
Vivo in Kenya da 16 anni. Nel 1993, quand'è scoppiata la guerra civile, ero ufficiale in Somalia. Ci furono molte vittime, e una siccità tanto grave da attirare l'attenzione delle Nazioni Unite. Decisero di inviare una forza di pace per aiutare le organizzazioni umanitarie e favorire la distensione.

Ma non ha funzionato…
No, non ha funzionato. Da allora non c'è un vero governo. Ci sono stati 14 o 15 tentativi di crearne uno, ma senza risultati.

Mi puoi parlare del sistema dei clan in Somalia? Sembra un po' la Scozia medievale.
In Somalia, la "vendetta di sangue" è ancora in vigore. Se qualcuno del tuo clan viene ucciso, bisogna vendicarlo. Se il morto è un uomo, ci vogliono 100 cammelli; se è una donna, ne bastano 50. E se il pagamento non ha luogo, si passa alla vendetta vera e propria. È un circolo vizioso. Un amico mi ha raccontato di un uomo tornato in Somalia dopo aver vissuto in Svezia per 21 anni. Due tipi di un'altra famiglia vedendolo hanno detto: "Ehi, sbaglio o qualcuno della sua famiglia ha ucciso uno dei nostri?" Hanno scoperto che in effetti era così, e l'hanno ucciso.

Non sembra una bella festa di bentornato. Come inizia la catena di uccisioni? Qual è il motivo?
Bestiame, acqua, qualsiasi cosa. Una vita non vale niente.

Essendo una persona esterna, come ti poni nei confronti della faccenda?
Mi piace la gente della Somalia, e ho parlato a lungo con i miei colleghi somali del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. Questo mi ha aiutato a capire meglio la struttura dei clan, ma non mi sono mai comportato come se sapessi tutto. Spesso la gente arriva da fuori e pensa di non avere bisogno di lezioni. I somali non si sentono africani, sentono di appartenere alla penisola araba. Hanno un complesso di superiorità!

Cosa che hanno molti di noi.
Ah, sì. Ho lavorato molto con i pashtun in Afghanistan: avevano una mentalità molto simile. C'è una storia pashtun che racconta di un uomo che vede un asino sulla sua terra, gli taglia le orecchie e le manda al proprietario dell'animale, che poi arriva e gli spara.

Ahah. Sei stato rapito nel 2004: cos'è successo?
Ero arrivato in Somalia da Nairobi. L'aeroporto di Chisimaio era chiuso, così sono dovuto andare fino a Jammame, una piccola pista d'atterraggio. Avevo lasciato i miei colleghi somali e mi stavo dirigendo verso Chisimaio. Era un giovedì, il 29 gennaio 2004, ed erano circa le 8:45. Ci eravamo fermati a un ponte prima di un villaggio e, dopo averlo attraversato, al ponte successivo ci siamo imbattuti in un gruppo di civili armati: avevano formato un piccolo posto di blocco che usavano per estorcere denaro ai veicoli di servizio e a quelli commerciali.

Quindi cercavano di estorcere soldi ai veicoli che passavano e poi siete arrivati voi con la bandiera delle Nazioni Unite… Hanno prima provato a prendersi i soldi o ti hanno portato via subito?
All'inizio volevano i soldi. Poi, dato che ero là per aiutare gli abitanti della zona, hanno cambiato strategia. I miei colleghi furono costretti a lasciare il veicolo: dissero loro di tornare a Chisimaio, e lo fecero. Erano in 15, avevano degli AK-47, degli RPG e le munizioni. Saltarono su e guidarono a lungo attraverso la vegetazione spoglia.

Quanto tempo ti hanno trattenuto?
Sono stato nel deserto con loro per dieci giorni. Di notte ci spostavamo molto. Avevano paura perché non si fidavano dei loro ex comandanti. C'era la concreta possibilità che ci trovassero e che nascesse un conflitto. Ero spaventato perché il modo in cui combattono qui ha a che fare con lo sparare finché restano munizioni. Prima o poi, tutti ci lasciano le penne.

Perché i tuoi rapitori erano in guerra contro i loro ex comandanti?
Non erano stati pagati, e avevano deciso di andarsene. Al comando c'era l'Alleanza della Juba Valley, un clan di proprietari terrieri.

Cos'hai fatto durante il tuo sequestro?
Ce ne stavamo per terra, a far niente. Ero teso perché avevano sempre le armi a portata di mano. Su un AK-47, dopo la sicura, c'è la modalità "fuoco rapido", e i loro erano sempre impostati su quella. Si lanciavano granate a vicenda, e io le seguivo con lo sguardo, da destra a sinistra e da sinistra a destra. La parte peggiore era non avere un bagno: puzzavo davvero tanto. Una delle cose che impari da soldato è provare a scappare ma, essendo alto più di un metro e ottanta, dove volevo andare? Mi avrebbero visto. Quando camminavamo nella vegetazione, uno stava davanti a me e faceva da guida, mentre gli altri stavano dietro e mi puntavano i fucili alla schiena. Le infradito che indossavano gli procuravano molte vesciche, e mi sono costruito un rapporto con loro curandogliele.

Te la sei presa con loro per averti rapito?
No, capisco perché l'hanno fatto. Ero soltanto un bersaglio, perché lavoravo con le Nazioni Unite. Una settimana prima, anche dei somali che lavoravano per un'altra agenzia delle Nazioni Unite erano stati fermati in un posto di blocco e derubati. Avevano acconsentito a dare i soldi a uno dei miliziani, ma poi avevano rotto il patto ed erano passati alle minacce. Così facendo, hanno commesso due errori: sono venuti meno a una promessa e hanno usato minacce. Gli accordi sono importanti. Tutto qui si decide con una stretta di mano: è un marchio, un sigillo, come nel Medioevo. Non puoi rompere una promessa. Mi piace molto l'idea.

Come si è concluso il tuo sequestro?
Ahmed, la mia guardia del corpo, è venuto da me e mi ha detto: "Fiddy" - che significa 'senti amico', "prendi le scarpe." Abbiamo camminato per 300 metri nell'oscurità quando due uomini con una guardia del corpo ci si sono parati davanti: erano dello stesso clan dei miei rapitori. Era arrivato un ricatto di 18.000 dollari da parte del clan, perché a causa del mio rapimento si erano fatti una cattiva reputazione volevano rimediare. Mi hanno riportato indietro con una scorta di 27 veicoli. Tutti per me! Ho anche chiesto scusa al comandante per il mio cattivo odore: sono rimasto sotto la doccia per un'ora.

A sentirti sembra che essere rapiti non sia poi così male. Cosa credi abbia in serbo il futuro per la Somalia?
È molto difficile, ci sono molti interessi esterni. Le cose sarebbero relativamente facili se lasciassimo la situazione in mano ai somali. L'Etiopia e il Kenya hanno forti interessi in Somalia, il che è un problema. Grandi quantità di persone emigrano in entrambi i Paesi. L'Autorità per lo Sviluppo è un problema, come lo è l'Unione Africana. Poi ci sono il Gibuti, l'Unione Europea e gli Stati Uniti: troppi giocatori.

Quindi se lasciassimo stare la Somalia tornerebbe tutto a posto?
Penso di sì, potrebbero farcela. Tra il 2004 e il 2006 l'Unione delle Corti Islamiche (ICU) se la stava cavando. E poi, a Natale del 2006, i carri armati dell'Etiopia sono arrivati a spazzare via tutto. Così è nato Al Shabaab. Lo sceicco Sharif Ahmed era il presidente della ICU, e ora è diventato Capo di Stato. Cosa sta succedendo? Questo è un esempio degli interessi degli Stati vicini. Vogliono proteggere se stessi, e così facendo danneggiano la Somalia.