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Dieci anni di 'L'amore non è bello' di Dente

Sono passati 3652 giorni dall'uscita di questo capolavoro dell'indie italiano e possiamo confermare che no, l'amore continua a non essere bello.

di Elia Alovisi
14 febbraio 2019, 4:20pm

Confessioni è la rubrica di Noisey in cui scriviamo perché ad alcuni di noi piacciono le cose che non vi piacciono.

Dente è stato il primo artista che ho intervistato nella mia vita. Nel 2010 ero in quinta liceo e a un certo punto successe che un giornale locale offrì a ragazzi come me la possibilità di passare pomeriggi in redazione a scrivere gratuitamente articoletti su quello che succedeva nella mia eccitante provincia. Io mi ci tuffai sopra, chiesi di potermi occupare di cultura e quando Dente si presentò in città per un concerto non mi lasciai scappare l'occasione di andare a fargli delle domande.

Chissà che ricordi ha Dente di me pischello alla mia prima uscita giornalistica di sempre. Io non ne ho, se non che portai con me il mio amico Tommaso con la scusa che doveva "fare delle foto" - strategia applicata poi anche nel 2013 per fargli incontrare Alex Turner degli Arctic Monkeys prima del loro concerto a Ferrara. Però sicuramente sarò stato un fuscello al vento, dato che le sue canzoni mi smuovevano tutto dentro.

L'amore non è bello è uscito dieci anni fa, il 14 febbraio del 2009, giorno di San Valentino. Me ne sono accorto solo stamattina, quando Dente ha ripostato su Instagram quella copertina: una coppia che si bacia sulla metropolitana gialla di Milano, prima che - mi piaceva immaginare - la frenata del vagone li stacchi. È che quelle canzoni erano puntaspilli, morbide ma piene di fili puntuti, proprio come l'unico amore possibile per il me diciannovenne.

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Dente, foto promozionale dell'epoca.

Dente identificava chiaramente la destinataria delle sue parole, come si fa dai tempi della Commedia. Si chiamava Irene ed era definita per negazione: "Questa donna non è una donna / Questa donna è un miracolo", esordiva il disco. Pareva fosse venuta dal cielo e, come Cristo, sapeva morire e poi rinascere, moltiplicare i baci invece che i pesci. Ma era anche carne, dato che gli occhi l'ardivan di guardare eccome. Non era un essere umano, Irene. Era un contorno sacro di donna da colorare con i pastelli del cuore, e le canzoni che la cantavano una serie di giochi infami.

Al loro interno Dente restava in perfetto equilibrio tra livore e affetto, con l'impressione di un sorriso stampato addosso anche in caso di sconfitta - una possibilità più che reale nella sua mente, ma non che la cosa lo frenasse. Lo spiegava bene in soli 52 secondi di pianoforte ballonzolante, da cabaret, che si concludevano così: "Nella gioia e nel dolore / In salute e malattia / Faccio la cazzata più grande che ci sia / Mi fido di te".

All'epoca avevo avuto una sola, lunga relazione. Era cominciata a quindici anni completamente a caso, per un incontro tra biciclette nella mia via di casa, e in quel momento era già praticamente finita. Non potevo quindi mettere la faccia di tante lei su quelle che Dente mi suggeriva. E allora ci immaginavo dentro quelle future, e già pensavo al momento in cui tutto sarebbe finito ancor prima che cominciasse.

Quell'intervista la feci a marzo, e a giugno incontrai una persona perfetta per intrufolarsi nei pertugi dietro alle strofe di Dente. In particolare quelle di "Sempre uguale a mai", canzone che già allora mi faceva tremare e oggi che la riascolto dopo anni ancor di più. La teoria che esprime è semplice: dire per sempre è inutile, perché è dire una falsità, e allora tanto vale dire mai. Ma ce n'è anche la dimostrazione: una lei che torna "in auge", come "una moda, una mania", e una relazione che è un saliscendi.

A fregarmi, di quel brano, furono due cose: una era il suo incedere, una passeggiatina sul prato, mano nella mano tra chitarra, pianoforte e batteria; l'altro era il fatto che Dente dicesse "Io che ti ho sposata senza anelli / Ed eri bianca / E avevi tante cose per la testa / E poi ricordo avevi tutti gli occhi illuminati / E mi leggevi tante poesie". E che a quel "bianca" io ci mettevo una lettera maiuscola all'inizio, e che quegli occhi erano belli davvero.

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Dente, foto promozionale dell'epoca.

Quella storia finì all'improvviso in uno spegnersi tragico e buffo. Proprio come "Sempre uguale a mai", che inciampa su se stessa e si sbuccia le ginocchia per lasciare posto alla maldestra chitarrina di "Finalmente". Ma nei novanta giorni precedenti le canzoni di L'amore non è bello mi regalarono un amore adolescente, totalizzante, incapace di concepirsi come pausa di gioia dalle brutture del mondo da quanto è avvitato nel profondo del legno del cuore. Fu una relazione stupida come quella di "Vieni a vivere", un solo sonno assieme che avrei voluto rendere plurale: "Voce piccolina / Come sei bella la mattina / Chi lo sa", mi faceva eco Dente.

Da allora Dente è cambiato e io l'ho perso di vita. Ha cominciato a fare musica meno sussurrata, ha scritto un libro per bambini, va in tour con un poeta e non fa nuova musica da tempo. Ma posso testimoniare che L'amore non è bello è stato un disco fondamentale per me e per la musica italiana. Incise il nome di Giuseppe Peveri su un'immaginaria lastra di cantautori italiani capaci di lasciare il segno su una parte del loro paese e fu tra i primi dischi figli di quell'epoca a macinare numeri per cui era legittimo usare la parola "successo".

Lo fece, oltre che per il suo contenuto, perché uscì al culmine creativo quell'interregno che abbiamo chiamato indie italiano, nell'anno in cui il gruppo di artisti che si era costituito più o meno attorno a La Tempesta Dischi aveva irradiato per la prima volta la sua forza espressiva su una piazza gremita a Ferrara. E così aveva le persone che avevano i miei anni di essere parte di un tutto, emotivo e artistico, di cui potevano andare orgogliosi.

Più che de L'amore non è bello in questo articolo ho parlato di me, dato che mi sarebbe impossibile scriverne in maniera acritica. Mi sono sempre piaciute le canzoni coi finali tristi, così come le quarte pareti che vengono giù, e mi è sempre piaciuta una lei - a quei tempi più che mai. Il fatto che dalla sua uscita siano passati dieci anni, e che io non me ne fossi accorto fino a stamattina, mi ha fatto rendere conto di una cosa: quelle canzoni hanno funzionato davvero su di me. Perché in esse trovavo conforto, dato che mi promettevano che sarebbe tutto finito ma che ne sarebbe comunque valsa la pena. Oggi sono un decennio più vicino alla fine di tutto, e ho conosciuto tante piccole fini, ma nessuna di essere mi ha ancora convinto del contrario.

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