L'automazione avrebbe dovuto liberare le donne, che cosa è successo?
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L'automazione avrebbe dovuto liberare le donne, che cosa è successo?

Il femminismo pensava che l'automazione avrebbe cancellato gli stereotipi di genere negli ambienti lavorativi, mentre li ha spesso solo aggravati.
12.5.16

Nel manifesto SCUM del 1967, la femminista radicale Valerie Solanas ha elencato quelle che secondo lei erano le responsabilità di ogni "donna dalla mente civile, responsabile e in cerca di avventure." Il suo obiettivo era quadruplice: ribaltare il governo, eliminare il denaro, istituire la completa automazione e distruggere il sesso maschile.

Nei 50 anni successivi alla pubblicazione del manifesto, nessuno di questi obiettivi è andato a buon fine. Solo uno è arrivato relativamente vicino: la "completa automazione." La visione di Solanas per cui le donne sarebbero state finalmente libere dalle catene sessiste del capitalismo grazie all'introduzione di macchine automatiche e alla sostituzione dell'intero genere maschile non si è realizzata, ma il settore della robotica ha indubbiamente fatto passi da gigante. Gli sviluppi nel campo dell'intelligenza artificiale e del machine-learning hanno fatto sì che sempre più processi diventassero automatizzati—soprattutto sul lavoro.

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All'inizio di quest'anno, Tom Watson della UK MP ha tenuto un discorso alla EFF Manufactoring Conference a Londra in cui argomentava "l'impatto reale che i robot hanno sul mercato." In certi posti, gli automi umanoidi hanno sostituito i lavoratori umani del tutto: Pepper—un robot munito del sistema cognitivo Watson prodotto dalla IBM—lavora nei punti SoftBank in Giappone, dove aiuta i clienti ad acquistare oggetti di elettronica. Altrove, sempre in Giappone, cyborg, veicoli automatizzati e tecnologie emotive collaborano tra loro per servire i visitatori dell'Henn-na Hotel. L'automazione si sta infiltrando nel settore vendite, nei lavori di servizio, nella manifattura su larga scala, nell'industria mineraria e in molti altre realtà lavorative.

Questa utopia di totale automazione suonerà intrigante, ma ha un'ovvia conseguenza negativa—la perdita di posti di lavoro per gli esseri umani. E stando al World Economic Forum, saranno le donne a subirne più duramente le ricadute. Non esattamente il sogno femminista che Solanas aveva in mente.

In un report intitolato The Future of Jobs, il WEF ha avvertito che i due settori che saranno rivoluzionati dall'automazione—"uffici e amministrazioni" e "manifattura e produzione"—sono spesso composti in gran parte da donne; donne che potrebbero perdere il proprio lavoro. "Mentre i modelli economici subiscono cambiamenti repentini, c'è un rischio consistente che questi fattori e queste tendenze al cambiamento possano in realtà consolidare o aggravare attuali situazioni di disuguaglianza," recita il documento.

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Quattro milioni di uomini dovranno affrontare la perdita del proprio lavoro nei prossimi dieci anni per colpa dell'automazione, mentre la crescita sarà di circa 1,4 milioni; una nuova posizione lavorativa corrisponderà alla perdita di altre tre. Le donne, d'altro canto, perderanno meno posti di lavoro—3 milioni previsti—ma ne otterranno anche un numero minore, solo 0,55 milioni. Il che corrisponde a cinque lavori persi per uno guadagnato.

Secondo altri, d'altronde, c'è ancora speranza che l'automazione possa aiutare a ridurre il divario di genere sul posto di lavoro. "Nello scenario migliore, l'automazione consente di aumentare la produttività ed evita ai lavoratori impieghi umili e poco remunerativi," mi ha detto Giorgina Paiella, una ricercatrice dell'università del Connecticut che si occupa di femminismo e automazione.

Sonia Liff, una psicologa dell'occupazione, suggerisce in un articolo accademico relativo agli effetti dell'IT sui dipendenti d'ufficio che molte mansioni abbiano una sproporzione di genere non per le competenze che richiedono, ma per via del significato a cui sono associate nella nostra cultura. Gli incarichi amministrativi, per esempio, non hanno responsabilità o obiettivi intrinsecamente legati a un genere piuttosto che un altro, ma riflettono aspettative sociali di ampio spettro sul ruolo che la donna dovrebbe assumere in un posto di lavoro. Sono queste aspettative a reiterare determinate dinamiche negli ambienti lavorativi e ad alimentare le nostre idee sui generi. Ma l'automazione, dice Liff, distrugge queste dinamiche modificando le relazioni tra lavoratori e dirigenti e tra uomini e donne—cosa che, alla fine dei conti, potrebbe corrispondere a una vera liberazione.

"Le prospettive femministe del rapporto donna-macchina oscillano da sempre tra il fatalismo pessimistico e l'ottimismo utopico"

Ma Katherine Turk, che scrive a proposito delle segretarie d'America dalla metà degli anni Novanta, sostiene che l'automazione sia stata finora un'arma a doppio taglio. Per quanto l'automazione abbia promesso di "liberare le donne dai mestieri assegnati loro da stereotipi obsoleti," la bolla di vetro persiste, e l'automazione "continua ad aggravare il classismo negli uffici."

Anche l'automazione in sé stessa può essere di genere. Può sembrare ridicolo assegnare un genere a un checkout automatico, ma ora che i robot umanoidi diventano sempre più sofisticati, è difficile eliminare dal quadro una loro sessualizzazione. I robot addetti alle reception, per esempio, sono costruiti e progettati per compiere le azioni che farebbe una persona con quel lavoro. Molto spesso, però, hanno un aspetto femmile. Persino i sistemi di assistenza personale—di cui Siri è l'esempio più lampante—hanno un genere. A questo punto è legittimo chiedersi: non è che l'automazione sta rafforzando i ruoli di genere, oltre a sostituire fisicamente le donne?

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"I ginoidi tendono ad avere tratti sessuali e razziali espliciti," mi ha detto Paiella. "E man mano che l'innovazione tecnologica progredisce, penso che sarà assolutamente possibile che questi robot diventino comuni." Dovremmo prestare maggiore attenzione al design e alle funzioni dei robot, ha detto, per far sì che non abbiano attributi di genere non necessari, e questo processo di design dovrebbe includere un'analisi critica delle nostre aspettative e supposizioni.

Qual è, dunque, la chiave per una sana relazione donna-macchina? Proprio la teoria femminista, sostiene Judy Wajcman, che ha scritto abbondantemente di automazione dagli anni Ottanta. Secondo Wajcman il "tecnofemminismo," che "fonde le visioni del femminismo con un'analisi materialista delle politiche sessuali della tecnologia," è la strada da seguire per le donne preoccupate dell'impatto della tecnologia sulle loro carriere e vite.

È un approccio moderato che combina due scuole di pensiero: la tecnologia potrebbe liberare le donne dalle aspettative di genere che sono accettate come normali negli ambienti lavorativi, ma potrebbe anche rafforzarle, considerato che aderisce a quelle stesse aspettative sia nel suo scopo che nel design di cui è dotata.

"Le prospettive femministe del rapporto donna-macchina oscillano da sempre tra il fatalismo, il pessimistico e l'ottimismo utopico," scrive Wajcman. "Le scienze sociali devono mettersi costantemente in relazione con il cambiamento tecnologico. È un aspetto fondamentale delle relazioni di genere."

Paiella concorda sul fatto che un approccio femminista all'automazione sia la chiave per risolvere il problema. Potrebbe aiutare sia le donne il cui lavoro diventa obsoleto per via dell'automazione, perché renderebbe le divisioni di genere meno ovvie, ma potrebbe anche alimentare l'uguaglianza di genere in modo più ampio, permettendoci di rivalutare le nostre aspettative a proposito di cosa rende un certo mestiere "di genere."

"In particolare nel caso del lavoro femminile, no? Credo che l'automazione non solo possa liberare le donne da compiti indesiderati, ma anche che possa aiutarci ad abbattere l'abitudine ad associare un genere a certi mestieri," ha concluso.