Twitter è l’unica via d’uscita dalla filter bubble

Storia triste del giorno: nessuno vuole comprare l'unico social network che può far scoppiare la filter bubble.
17.10.16
Immagine: Shutterstock

Scaricato da Google, Apple, Disney e Saleseforce, Jack Dorsey sembra aver fallito anche nella missione di vendere Twitter al miglior offerente. Resta da chiedersi se il problema di Twitter sia nei numeri, o nella stessa natura del social network.

L'ODISSEA JACK DORSEY

A essere sinceri, fatico a pensare a qualcuno che in questo momento vorrebbe vestire i panni di Jack Dorsey, co-founder e CEO di Twitter. Non ancora quarantenne, è al suo secondo incarico nei panni di amministratore delegato di Twitter e sembra essere di nuovo arrivato a fine corsa a un anno esatto dal suo ritorno in azienda. Obiettivi raggiunti: zero, o quasi.

Da quando è tornato al comando nel 2015, Jack Dorsey ha introdotto senza soluzione di continuità piccole e grandi innovazioni in Twitter, nell'affannoso tentativo di rilanciare la crescita di utenti, da ormai due anni fermi alla fatidica soglia dei 300 milioni di iscritti. Milione più, milione meno, non si è allontanato di molto, tanto che Bloomberg ha ormai già messo in giro voci sulla sua presunta delegittimazione interna a favore del CFO Anthony Noto.

Jack Magnum PI Dorsey, CEO @Twitter. Immagine: Wikimedia Commons

Superato da LinkedIn, Instagram e tra poco anche da Snapchat, Twitter sembra aver raggiunto da tempo il suo limite fisiologico, insufficiente a remunerare adeguatamente le ambizioni dei suoi investitori. A nulla è valso sostituire le stelline con i cuori, infrangere con un espediente il limite dei 140 caratteri, introdurre una seconda timeline basata sugli interessi dopo quella cronologica, stringere oltre 250 accordi di partnership per trasmettere in live gli eventi politici, sportivi e spettacoli di intrattenimento, rendere possibile a tutti gli account di richiedere il badge blu di verifica, fino ad arrivare al paradosso di consentire agli utenti di auto-retwittarsi, in un demenziale tentativo di aumentare il numero di interazioni sulla piattaforma conteggiando anche quelle dei narcisisti più estremi.

Dopo che le voci su un presunto interessamento di Google, Apple, Disney e Salesforce all'acquisto sono state definitivamente smentite nei giorni scorsi, il valore delle azioni di Twitter è tornato agli stessi livelli di guardia dei giorni precedenti l'uscita delle indiscrezioni sulla possibile vendita.Twitter è l'eterna promessa dei social network, il numero 10 mancato che tutti avrebbero voluto avere in squadra e a cui nessuno ora ha il coraggio di offrire una seconda opportunità.

TWITTER ≠ FACEBOOK

Che cosa è mancato a Twitter per essere come Facebook? Tutto, a cominciare da una leadership e una proprietà stabile negli anni di scaleup. E che cosa distingue Twitter da Facebook? Poco, se si guarda alle somiglianze tra i profili di Twitter e quelli di Facebook, se si mettono a confronto le opzioni disponibili per gli inserzionisti con quelle di Facebook, se si confrontano le nuove funzionalità di Twitter con quelle dell'accoppiata Facebook-Instagram (i cuori al posto dei "mi piace"? Non li avevamo già visti da qualche parte?).

Nella sostanza, tuttavia, Twitter è l'anti-Facebook per eccellenza e le stesse caratteristiche che lo rendono unico sono quelle che più d'ogni altra ne limitano le possibilità di espansione. Twitter non protegge i suoi utenti come fa Facebook da ciò che non vogliono vedere, non consente agli utenti di selezionare all'ingresso la propria cerchia di follower (salvo per i profili privati), richiede uno sforzo maggiore di Facebook per raggiungere un certo livello di reputazione digitale, la sua timeline è solo in parte algoritmica, dal momento che è tutt'ora possibile visualizzare i tweet in ordine cronologico e, soprattutto, compiere ricerche all'interno del social media stesso: Twitter è un social media che richiede tempo, attenzione e una certa dose di curiosità intellettuale per poter essere sfruttato appieno. Non è un social per tutti, dunque.

Twitter è l'anti-Facebook per eccellenza e le stesse caratteristiche che lo rendono unico sono quelle che più d'ogni altro ne limitano le possibilità di espansione

Twitter non ha filter bubble: è la via di fuga dalla filter bubble, ma questo non è detto che giochi a suo vantaggio quando si tratta di acquisire nuovi utenti o mantenere in attività costante gli iscritti. Forse perché nella bubble non ci si sta poi tanto male: se su Twitter l'utente ritrova il "mondo in diretta", viene meno l'interesse e l'impulso incontrollabile di disconnettersi dal mondo reale per passare a un mondo virtuale più accogliente e meno imprevedibile.

Non è un caso, tutto sommato, che i social media siano effettivamente esplosi nel mondo occidentale proprio in coincidenza degli anni della Grande Crisi: Facebook, Instagram, LinkedIn offrono a costo zero la possibilità di disconnettersi dai problemi della vita reale per entrare in un mondo dove ciò che vediamo proviene da fonti che abbiamo già apprezzato in precedenza.

USCIRE DALLA FILTER BUBBLE

La "filter bubble" non proviene da un'oscura cospirazione ordita dai padroni dei social media per rinchiudere l'utente dentro una gabbia di contenuti sempre uguali a se stessi, ma è la naturale conseguenza di una comunissima debolezza umana che un certo tipo di algoritmi—detti predittivi—non fanno altro che portare alla luce.

Dominique Cardon, autore di Che cosa sognano gli algoritmi. Immagine: Wikimedia Commons

Gli algoritmi che generano la fitler bubble si chiamano predittivi ma di fatto si limitano a studiare il comportamento degli utenti e a riproporre loro i contenuti che provengono da quelle pagine o "amici" con cui hanno interagito in passato. "Non basta che l'utente abbia voglia di ascoltare altro o di scoprire cose che non conosce," scrive il sociologo Dominique Cardon in Che cosa sognano gli algoritmi, "bisogna che, attraverso le sue azioni, provi concretamente all'algoritmo di voler sfuggire dalla sua regolarità."

Gli algoritmi sono in grado oggi di modellare il mondo in base a una precisa filosofia di pensiero, che è quella che ne ha ispirato la creazione. Attraverso il suo algoritmo, Facebook genera una visione del mondo modellata sui comportamenti passati dell'utente, capitalizzando sulla sua pigrizia mentale e la sua predisposizione a ripetere.

Al contrario, Twitter, non offre nessuna alternativa "migliore" al cosiddetto mondo reale: si limita a riproporne i contenuti, moltiplicando l'efficacia e la velocità di trasmissione dei messaggi da un punto all'altro del globo grazie alla contemporanea assenza di barriere intermedie tra un nodo del network e l'altro.

Il mio tweet pubblicato in questo momento è potenzialmente rintracciabile da qualunque altro utente Twitter: non è necessario che quest'ultimo sia in contatto con me, o che qualcuno lo retwitti, o che qualcuno conosca il mio nome utente per rintracciarmi, così come se sono il primo in assoluto a parlare di un argomento non dovrò aspettare i tempi tecnici di un qualsiasi motore di ricerca necessari a indicizzarmi.

La difficoltà, semmai, consiste nel provare un interesse verso un determinato argomento: i trending topic, in questo senso, risparmiamo all'utente la "fatica" di cercare ogni volta quali sono le notizie di cui non può (in teoria) fare a meno. Twitter è il luogo dove il nuovo si palesa, in ogni istante e in maniera imprevedibile; Facebook il luogo dove il passato non smette di ritornare, nel suo aspetto rassicurante ma anche un po' inquietante (come quando in un "Accadde oggi" ci appare la foto di una persona dimenticata o nel frattempo morta).

I social media non sono in grado di conoscerci veramente, ma hanno l'indiscussa abilità di sfruttare efficacemente le nostre debolezze: Twitter, in questo senso, è l'unico social media che non ha saputo (o voluto) proporre una visione alternativa del mondo, forse proprio per la continua alternanza di CEO alla sua guida, ognuno con un'idea diversa dall'altro su ciò che la piattaforma sarebbe dovuta essere.

A volte, non avere nessuna idea di dove si sta andando è il modo migliore per non perdersi.

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