gazzelle punk foto
Fotografia promozionale

Gazzelle non è solo hype

Su Punk, il suo nuovo album, Gazzelle ha finalmente capito che direzione prendere con la sua musica.
12 dicembre 2018, 1:57pm

Mi ritengo uno di quelli a cui il primo album di Gazzelle, Superbattito, non era sembrato poi tanto male. Secondo me era un disco con del potenziale, cresciuto sulla lunga distanza. A primo impatto era lecito rintracciare una pericolosa vicinanza con Calcutta, così come nutrire sospetti per cui il progetto di Flavio Pardini fosse tutto hype e poca sostanza.

Poi, però, dopo qualche ascolto cominciavano ad apparire le prime, concrete striature di personalità. C'era un mood strappa-mutande che in Italia in effetti mancava. Una voce acida e un po' stronza, suoni a tratti lisergici, testi sbarazzini e ambigui. Oltre a una manciata di canzoni arrangiate in maniera magari non impeccabile (nulla ci toglierà dalla testa quanto gran parte di quei pezzi possa funzionare meglio in acustico, voce-piano) ma comunque ben scritte, con melodie robuste e ritornelli centrati, in bilico fra il treno in partenza dell'itpop e quello che rimaneva del vecchio indie-pop all'italiana. Insomma, Superbattito creava alla lunga i presupposti per un prodotto pop italiano in grado di rimanere; a patto che si stabilisse la direzione su cui lavorare, il lato della personalità da approfondire e su cui far leva.

Per questo Punk, il secondo album di Gazzelle, rappresenta una sorta di primo punto di arrivo dopo una serie di singoli di intermezzo che invece avevano agito in direzione opposta, confondendo le carte e annacquando quanto di buono c'era sul piatto d'esordio. Questo perché al contrario di quanto fosse lecito aspettarsi Punk è un disco che approfondisce, attua delle scelte, dopo oltre un anno in cui Pardini si era perso fra canzoni che tanto davano a livello numerico ma che svenavano la formula originale, eclissandola verso un pop debole, facilone, con pochi e confusi riferimenti.

Gli ultimi pezzi di Gazzelle erano un po' Coez, un po' TheGiornalisti, un po' Zero Assoluto. su "Nero" l'interpretazione da "tristone che ci sa fare", che poi sarebbe il suo personaggio, era diventata quasi caricaturale. Episodi come "Martelli" e "Stelle filanti" rinnegavano la semplice dirompenza delle varie "Nmprm" e "Meltinpot" con incisi fragili e testi al limite del demenziale: "Perché piove da mesi / perché piove da me, sì / solamente da me, sì / e tu prepari la tesi".

Non so se sia stato un periodo di transizione necessario o solo una sbornia artistica; certo è che ora Gazzelle ha trovato un equilibrio. Basterebbe "Sopra", sicuramente il pezzo del lotto in più aperta continuità con la precedente "età di mezzo", per capire. Il cantato è più preciso e l'arrangiamento - comunque sfacciatamente pop - svela una pulizia e un'assenza di ammiccamenti nuove. Di Superbattito è rimasta soltanto la facciata melodica. Quanto c'era di vagamente lisergico, acido o ambiguo (e, addirittura, cantautorale) è andato a spegnersi, mentre è più ostentato l'elemento sexy-pop ora. Sono sacrifici ma a Gazzelle, che nei nove nuovi episodi sprizza una serenità disarmante, pare andar bene così.

La forza di Punk sta nel suo saper fare un passo indietro, nel non volersi prendere tutto ad ogni costo, concentrandosi piuttosto su pochi, precisi intenti: fare un lavoro pop che possa risultare trasversale. E allora, per quanto sfacciatissimo nel titolo, non ha l'inclinazione dei singoli post-Superbattito a nascondersi dietro un dito, a perdersi in quell'incertezza di fondo, in quell'ambiguità un po' paracula e ingenua, ma riparte dalle piccole certezze accumulate finora. È poco audace, quindi, e spesso persino educato nei confronti della tradizione su cui mette le mani. Ma visto come era andata le ultime volte non è da farne un dramma.

C'è tanto britpop in superficie: un jolly a livello melodico, ma anche una fonte che garantisce un taglio più personale di quello che potrebbe offrire prendere a modello Coez e altri alfieri vari dell'itpop. Più Oasis ripuliti che Verve, sicuramente. Più Liam che Noel, a bocce ferme. La cantilena di "Smpp" sembra quasi una "Songbird" all'italiana, con incedere lento e arrangiamento finalmente asciutto. La ballatona "Tutta la vita", dall'inciso pensato per riempire di cori e telefonini i palazzetti, mantiene contro i pronostici una spina dorsale forte e ariosa, confermando quella che diventa presto una costante di tutto il lavoro sugli strumenti: suoni tirati a lucido ma quasi mai eccessivi, con pianoforti e archi svolazzanti a reggere le melodie e a rattoppare la giacca con echi vintage.

Qua e là spuntano passaggi a vuoto come "Sbatti" che fanno capire che la strada verso un pop maturo non è ancora al termine ma la caduta fragorosa, così come il momento volgare, o i sintetizzatori fuori controllo, non arriva mai. C'entrano anche i testi, ritagli personali di scazzi post-adolescenziali, erotismi di una Roma metropoli e paese, giovane e adulta, malinconica e auto-compiaciuta, che senza pretese raccontano comunque una buona fetta di millennial. La sciatteria di "Sayonara" o l'"Oggi mi sparo in testa" di "Martelli" restano fuori. Quando all'ultimo arriva il lentone "Coprimi le spalle", soluzione intimista-conclusiva a cui ormai tutto l'itpop sembra abbonata, si capisce quanto Gazzelle stia meglio senza eccessi, con una scrittura pulita e tradizionale.

Al di là di ogni intento trasversale, Punk rimane un disco che abbellisce e non può risolvere le contraddizioni che Gazzelle si porta dietro. Chi lo voleva acido, "cantautore" come all'origine, dovrà rinunciare a quella facciata. Chi, di converso, non sopporta il personaggio e la relativa idea di sexy-pop non cambierà idea di fronte a questa versione più edulcorata e garbata del resto della sua discografia. Ma è indubbio che Pardini abbia fatto passi avanti, firmando un disco pop finalmente personale e più sicuro.

Patrizio è su Instagram.

Segui Noisey su Instagram e su Facebook.