Il mio primo appuntamento con Mecna
L'autrice e Mecna palesemente in imbarazzo al loro primo (finto) appuntamento. Tutte le fotografie sono dell'autrice.

Il mio primo appuntamento con Mecna

Dopo tre ore a parlare del suo nuovo album e di pizza fredda, ho capito che arrivare a un appuntamento con 20 domande scritte su un foglietto è un'ottima idea.
22 giugno 2018, 9:28am

Sono le 23:26 di domenica sera, apro WhatsApp e scrivo a un’amica: “Tutto bene. Se fosse stato un vero appuntamento sarei già mezza innamorata.” Le tre ore precedenti le ho passate a cena con Mecna, e mentre torno a casa penso che il nostro first date è andato meglio della maggior parte di quelli che ho avuto nella mia vita reale. Forse perché come prima cosa non gli chiedo qual è la sua serie tv preferita (che scoprirò più avanti essere Shameless), ma se è d’accordo con me nell’affermare che il nuovo disco di Jorja Smith è perfetto per scopare (sì, è d’accordo con me, no non entriamo nei dettagli).

Il locale in cui vederci l’ho scelto a caso, è un piccolo ristorante di street food coreano completamente rosa a due passi dalla Darsena. Per inciso, se state cercando un posto per un first date vero, ecco, non è una pessima scelta. Ma se il tipo o la tipa con cui dovete uscire supera il metro e novanta invece esistono opzioni di gran lunga migliori, altrimenti finite come Mecna, che su quelle sedie rosa confetto non ci stava proprio e continuava a sgranchirsi le gambe senza troppo successo.

Le gambe di Mecna sotto il tavolo non ci stanno.

Siamo a cena insieme perché sta per uscire il suo nuovo album, Blue Karaoke e, prima di iniziare l’eterna trafila promozionale, deve sorbirsi pure questo pseudo appuntamento/intervista lunga tre ore con la sottoscritta. Mi aspetto di trovarlo agitato all’idea del primo disco prodotto da una major e sono piuttosto sicura che le critiche alla eri-meglio-prima-adesso-ti-sei-venduto lo facciano andare in paranoia, invece a mandarlo in sbattimento è più il fatto di essere seduto a un tavolo microscopico con una tipa che non conosce e non ha mai visto prima—sentimento reciproco, tanto che continuo a far cadere qualunque cosa io abbia tra le mani, macchina fotografica, accendino, bacchette e birra compresi. “Non mi aspetto nulla, ho capito che di come andrà il disco un po’ me ne devo sbattere, l’importante è che piaccia a me,” mi dice.

Sarà vero? Non lo so, perché Mecna parla tanto, tantissimo. A tratti più Marzullo che rapper, se gli faccio una domanda che non gli va particolarmente a genio decide di rispondere a tutt’altro, si va a impelagare in discorsi assurdi e il risultato è che non so mai dove finisce Mecna e dove inizia Corrado. Provo a pungolarlo, a farmi dire che qualcosa di finto nell’artista che esce sul palco c’è, ma niente. “Sono sempre io, non c’è un personaggio costruito ad hoc. E anche se ci fosse non lo direi certo a te.” E come ribatti a una frase del genere? Non ribatti, appunto.

Ordiniamo, ma non senza aver controllato su Google cosa ci stanno servendo. “Io se non ci sono le foto accanto ai piatti non riesco a scegliere, perché non capisco cosa sono queste robe,” commenta mentre guarda il perplesso il menu. Deformazione professionale probabilmente, visto che il suo secondo lavoro (o primo, o a pari merito con l’altro non lo riesco a capire) è quello di graphic designer. Questo argomento tornerà spesso a galla, ma alla teoria “faccio il grafico perché mi fa stare con i piedi per terra” scoppio a ridere. Lui capisce subito che la pantomima da rockstar non funziona e si corregge: “Aspetta, non è che penso di essere Gesù Cristo, fidati. La questione è che ho bisogno di stimoli per continuare a buttare fuori musica nuova. Se passo tutto il giorno a fare le mie robe come grafico, parlare con i clienti e andare in sbatti per le scadenze da rispettare, la sera quando mi metto a scrivere ho più cose da raccontare. Non voglio essere uno di quegli artisti che nei loro testi parlano solo di musica perché nella vita non fanno altro.” Touché.

Come grafico Mecna lavora spessissimo per colleghi rapper, disegnando le copertine dei loro album e singoli. Anche quella di Blue Karaoke porta la sua firma, e io voglio capire perché si vede solo il volto della ragazza, mentre lui al pubblico dà le spalle. Prova a darmi una risposta generica, poi chiosa “chi mi conosce lo sa che sono io, che quello è il vero me.” Io però non lo conosco e sinceramente neanche ci credo molto. L’impressione è che a volte si diverta a recitare il ruolo di caricatura di se stesso, di un Mecna all’ennesima potenza. Glielo dico, sembra prenderla bene. Poi passano due minuti scarsi (il registratore mi è testimone) e mentre finisce il suo pseudo-Chirashi freddo mi lancia una frecciatina: “Non voglio passare per una caricatura del mio personaggio, anche se tu me l’hai detto poco fa. Però un’altra cosa di me molto da Mecna è che amo il cibo freddo del giorno prima.” Tipo la pizza nel cartone a colazione? “Sì, esatto. Tutto quello rientra in quel tipo di immaginario mi piace sul serio, non te lo racconto solo perché devo.”

Ordiniamo una seconda birra, usciamo a fumare una sigaretta e intanto parliamo del disco. Io Mecna me lo ascolto da un po’ di anni, perché la musica presa male mi fa volare e tutte le mie playlist su Spotify mi sono testimoni. Invece Blue Karaoke abbonda di basi veloci—o meglio, come hanno scritto altri prima di me, di “sonorità trascinanti”—che mi hanno spiazzato e lasciata un po’ perplessa, anche. I testi sono sempre una mazzata, che è poi il leitmotiv di tutta la sua produzione musicale, sin dagli esordi. Mi spiega che “crescendo mi sono accorto che io so scrivere solo di cose tristi e introspettive. Da ragazzino ci provavo a fare le rime tipo ‘io sono io e ti spacco il culo con la mia musica’, ma ho capito abbastanza presto che non era roba per me. Avevo questo gruppo quando andavo al liceo, qualcosa online si trova ancora. Ci chiamavamo Microphones Killarz e passavamo i pomeriggi a fare musica da affinare. Ma quando cresci a Foggia non hai tante opzioni. O ti droghi, o cazzeggi in centro fino alla nausea, oppure ti chiudi nella cantina di un tuo amico a fare musica tutto il giorno, tutti i giorni.”

Ne approfitto per chiedergli com’è crescere a Foggia, se magari si sentiva fuori dal mondo come succedeva a me prima di trasferirmi a Milano. Si zittisce, ancora una volta la sensazione è che non gli vada proprio di aprirsi con una sconosciuta che ha accanto a sé un registratore acceso. “È normale, ecco com’è. In realtà di aver vissuto fuori dal mondo fino ai 18 anni me ne sono accorto dopo, quando sono andato a Roma per fare l’università. Che, francamente, ho sempre odiato come città. Grazie a internet anche quando ero a Foggia mi sembrava di poter entrare in contatto con chiunque. Facevamo un pezzo, lo registravamo e dopo due ore era online. Una figata.” Una cosa che non riesco a spiegarmi è come in Mecna convivano l’esigenza di comunicare con il pubblico, raccontando nei suoi pezzi anche cose molto private, e una timidezza difficile da mitigare. Ci rifletto su quando gli comunico che per l’articolo dovremmo chiedere al cameriere di farci fare una foto insieme, ma lui va un po’ in paranoia e al posto della foto con me si fa un selfie.

Selfie di un Mecna apparentemente soddisfatto della cena.

Ci perdiamo in chiacchiere, intanto. Film, serie tv, questo e quello. Gli è piaciuto Dogman ma per lui l’ambientazione è un po' troppo, mentre io la trovo perfetta e ci andrei anche in vacanza. Lui invece ad agosto andrà in Irlanda, altro cliché servito su un piatto d’argento. Quando parte "British" della Dark Polo Gang gli chiedo che ne pensa e mi risponde solo con una smorfia, vi lascio immaginare quale. E Side che se n’è andato? “La droga fa gruppo, unisce tanto, però poi alla fine i casini saltano fuori. Forse è per questo che non sono mai entrato a far parte del giro dei rapper italiani.” Uno con cui va molto d’accordo, invece, è Fabri Fibra, che nel nuovo disco ha anche un featuring e, recito testualmente dai miei appunti, “quel pezzo ti fa venire la depressione.” Magari sono così affiatati perché vincono il premio di più tristi della scena hip-hop italiana? “Probabilmente lo siamo davvero, ma mi sa tanto che io e te siamo gli unici due a vederla in questo modo,” mi risponde. “Comunque, con Fibra c’è un’intesa fortissima anche a livello musicale, non solo caratteriale. Quando gli ho girato " Hotel" ha capito subito come lavorarci e inserirsi nel brano. Non c’è stato nessun bisogno di spiegazioni o altro, non ha rappato ed era esattamente quello che volevo.” Provo a ribattere che la vena cupa di Fibra si percepisce subito nei suoi testi, per quanto incazzati e a tratti stronzi siano, ma fa il testardo e non vuole darmi ragione. Del resto, Mecna è un ariete, quindi non posso pretendere molto.

Le birre sono di nuovo finite, il ristorante ormai è praticamente vuoto e sono quasi due ore che questo assurdo primo appuntamento fake va avanti. Faccio ancora qualche domanda, ma non mi racconta qual è stato l’appuntamento peggiore della sua vita, e neanche il migliore. Sì, la storia della scopata nella lavanderia a gettoni di Parigi è vera (ma non capisco se a rispondermi è Mecna o Corrado, quindi prendetela con le pinze questa). No, che il disco esca in estate non lo preoccupa, anche se continua a preferire i tour invernali. Sì, il primo bacio se lo ricorda ma niente dettagli interessanti per la stampa. Insomma, è il momento di alzarci e me lo fa capire. Iniziamo a passeggiare e andiamo a prenderci un amaro in un locale lì vicino. Braulio per me e Montenegro per lui. Il registratore è spento, ora è più tranquillo e ho a tratti l’impressione di vedere Corrado dietro Mecna. Facciamo un pezzo di strada verso casa insieme, ci salutiamo e alle 23:26 esatte penso che cavolo, se arrivassi sempre agli appuntamenti con un foglietto spiegazzato su cui ho scritto una ventina domande, bè, la mia vita sentimentale probabilmente andrebbe meglio.

“A parte il Montenegro bevo solo Borghetti, quello che ti danno allo stadio. Però io allo stadio non ci sono mai stato. Il calcio mi fa schifo.”

Amanda è su Instagram e scrive su i-D.

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